Africa, le nuove frontiere per combattere Hiv e Aids

L’esperimento, lanciato in Zimbabwe, Malawi e Zambia, sarà presto esteso in altre zone del continente.

Sedici anni fa il 60% delle donne incinte era sieropositivo e morivano fino a duemila persone ogni settimana di Aids: parliamo dello Zimbabwe.

Oggi la cifra si è ridotta di tre quarti e la maggioranza dei sieropositivi è consapevole della propria condizione. Il merito è degli aiuti internazionali e di un test di depistaggio, semplice e anonimo, che sta rivoluzionando completamente la situazione. Per effettuarlo basta strofinarsi un bastoncino sulle gengive e immergerlo in seguito in un liquido: se dopo venti minuti appare una sola riga si è negativi, in caso contrario c’è il rischio di essere sieropositivi. Il programma di distribuzione di questo auto-test si chiama Star (Hiv Self-Testing Africa), è finanziato dall’Unitaid (con 60 milioni di euro) ed è stato applicato in Zimbabwe, Malawi e Zambia: presto sarà esteso, previa conferma di efficacia, anche in Sudafrica, Swaziland e Lesotho, tutti Paesi africani profondamente colpiti dall’emergenza Aids.

L’obiettivo annunciato da UnAids per il 2020 è il 90-90-90: che il 90% dei sieropositivi sia consapevole della propria condizione, che il 90% sia in terapia e che il 90% abbia una carica virale nel sangue a tal punto esigua da non essere rilevabile (non potendo, dunque, contagiare). Siamo ancora lontani, nonostante i progressi, da questa cifra: l’emergenza è ancora tale nel Sud del mondo, dove i farmaci anti-Hiv sono disponibili solo per 21 milioni di persone (circa la metà di chi ne avrebbe bisogno).

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La strada imboccata, però, è quella giusta.