Aids: nuove speranze per terapie e vaccino

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In Canada alla XVI Conferenza Internazionale sull’Aids si fa il punto della situazione e si presentano possibili nuove strade, come una nuova classe di farmaci, da adottare nella...

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TORONTO – La XVI Conferenza Internazionale sull’Aids si svolge nel venticinquennale dei primi casi segnalati negli Stati Uniti e vede la partecipazione di oltre ventimila delegati coinvolti in vari ruoli (ricercatori, medici, politici, assistenti e volontari) nella lotta al virus Hiv che, attaccando il sistema immunitario, provoca la malattia. I morti sino a oggi sono stati oltre 25 milioni e le persone infettate dal virus nel mondo quasi 40 milioni. Nel solo 2005 più di 4 milioni sono stati i casi di nuove infezioni e nonostante cifre di questa entità c’è ancora chi si ostina a contrastare o scoraggiare il ricorso all’utilizzo di profilattici.
Mentre si aspettano ancora passi decisivi verso la creazione di un vaccino realmente efficace (cosa resa difficile dalla notevole mutevolezza del virus stesso) oltre alla prevenzione ci si basa sui farmaci disponibili, che non guariscono dalla malattia ma permettono comunque di controllarla per un certo lasso di tempo, almeno finché non emergono resistenze. Tra questi è in discussione un possibile uso come “pillola del giorno dopo” del Tenofovir, antivirale già impiegato come parte del “cocktail” di farmaci che costituisce oggi la terapia standard per i sieropositivi. Nel Ghana se ne sta valutando l’efficacia come farmaco protettivo da far prendere a persone che vivono in contesti sociali o situazioni personali che le espongono a un rischio contagio particolarmente elevato. Tra le 800 donne sieronegative che hanno partecipato alla sperimentazione solo due si sono infettate nel giro di sei mesi tra quelle che assumevano il farmaco attivo, mentre le nuove infezioni sono state tre volte più numerose, ovvero sei, nella metà del campione di raffronto che invece assumeva un placebo. I primi dati sono incoraggianti tuttavia è necessario approfondire le ricerche su questo tipo di utilizzo, anche perché rimane il problema di come affrontare le cure di coloro che pur “protette” dal farmaco di sono comunque infettate, problematica di nuovo collegata al complesso fenomeno delle resistenze.
Si affaccia all’orizzonte anche una nuova classe di farmaci, denominata degli inibitori della integrasi, che ha mostrato potenzialità interessanti dopo i primi test su persone già infette e che dunque potrebbe prossimamente andare ad affiancare le quattro classi già esistenti. Il virologo Martin Markovitz dell’Aaron Diamond Aids Research Center di New York ha portato alla conferenza i risultati di 7 anni di ricerche di base e di sperimentazioni su 198 persone sieropositive (Hiv+) e sostiene che i dati sono davvero promettenti. Il principio attivo, la cui sigla è MK0518, ha dimostrato di essere in grado di ridurre drasticamente la carica virale del virus nel sangue, ovvero la sua capacità di replicarsi. Appartengono a questa nuova classe di farmaci diverse molecole che hanno dimostrato la capacità di bloccare il modo in cui il virus riesce a inserire frammenti del suo Dna nel codice genetico delle cellule che va a colpire, sfruttando un meccanismo diverso da quelle delle classi di farmaci già in uso. Nessuna di queste molecole però è ancora stata approvata e i potenziali nuovi farmaci arriveranno non prima del prossimo anno, dopo che ne sarà dimostrata l’efficacia e conseguente approvazione da parte dei ministeri della sanità dei vari paesi.
Intanto ricercatori dell’Università di Pittsburgh stanno battendo un’altra strada. Da studi in provetta avrebbero scoperto che inibendo una proteina specifica, chiamata DC-SIGN, si bloccherebbe anche la capacità del virus Hiv di infettare sin dall’inizio le cellule T del sistema immunitario, che ne sono il bersaglio principale. Anche da questa linea di studio potrebbe scaturire in futuro una nuova possibile classe di farmaci.
(Roberto Taddeucci)

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