Alessia Rossini: discriminata perchè trans

Nell’Italia che con fatica dispensa diritti al mondo omosessuale c’è anche l’incredibile storia di Alessia Rossini, transessuale romana a cui è stato negato l’insegnamento del canto.

Roma – 26 anni dichiarati ufficialmente, molti di più all’anagrafe. Un percorso di transizione sessuale iniziato nel 2007, un passato da uomo, un presente ed un futuro da donna.

Alessia Rossini è di Roma, a 17 anni ha dovuto interrompere gli studi per la precoce scomparsa dei genitori, tragedia che l’ha costretta a lavorare sin da giovanissima. Solo oggi, con fatica e passione, sta completando la strada che la porterà al diploma, all’Aniene, scuola pubblica paritaria dove nessuno l’ha mai fatta sentire diversa o anche solo a disagio.

Un disagio vissuto a lavoro, dove un più o meno velato mobbing la segue costantemente, e soprattutto fuori dall’ambiente lavorativo, dove quella che è un’autentica passione si è tramutata in un vero e proprio atto discriminatorio. Alessia studia lirica da anni, da ottobre fa parte del coro Rainbow della capitale. Desiderosa di ampliare il proprio repertorio, si mette alla ricerca di un docente che la segua costantemente, in modo da riuscire a diventare un soprano, lei che in passato era stata tenore.

Il canto, che è la sua passione principale, la sua vita, fa parte di un progetto molto più ampio, che la vedrebbe all’interno del Conservatorio, suo sogno d’infanzia. Alessia vuole migliorare, ha bisogno di insegnamenti, di un mentore che la guidi, si fa consigliare e trova una scuola, privata, rinomata e stimata, dove può concretamente riuscire ad allargare i propri orizzonti vocali. Ma qualcosa va inaspettatamente storto. La porta inizialmente aperta le viene chiusa brutalmente in faccia, proprio perché transessuale, perché visibile, proibendole così di studiare perché diversa, da un docente tra l’altro omosessuale.

 

Alessia, raccontaci di preciso cosa è successo. Trovi finalmente un professore di canto che ti può concretamente aiutare nel crescere, maturare e migliorare artisticamente parlando. Lo chiami e cosa succede?

Lo chiamo per telefono una prima volta e gli spiego la mia ‘situazione’, non volendo nascondere niente a nessuno. Sono ancora nella fase di transizione, prendo ormoni da poco prima di Natale, non ho paura né bisogno di nascondermi dietro una maschera. Lui mi risponde che al momento hanno troppi studenti, non c’è posto per nuove entrate.

E tu come ti sei comportata. Hai immediatamente mollato la presa o hai fatto un nuovo tentativo?

Ho ovviamente riprovato, un paio di mesi dopo. Ho richiamato, senza ricordargli chi fossi. Fissiamo un appuntamento per una lezione prova, teoricamente gratuita ma a me fatta misteriosamente pagare. Appena mi vede mette subito le mani avanti, chiedendomi cosa volessi e cosa mi aspettassi dalla scuola.

E tu cosa gli hai risposto?

Che non volevo e non mi aspettavo nulla. Volevo solo imparare. Ero lì per la sua fama, per il suo nome, per le sue indubbie capacità. Volevo imparare e nient’altro.

E lui come ha reagito?

Si è messo sulla difensiva. Mi ha spiegato che in quella scuola di canto c’erano molti bambini, con i genitori spesso presenti, soprattutto agli spettacoli, che io ovviamente avrei dovuto saltare. Non dovevo e non potevo parteciparvi, per non farmi vedere da loro. Poteva insegnarmi in quella piccola saletta dove stavo tenendo la mia lezione di prova, nascosta dagli occhi di tutti tranne quel giorno, vista la partecipazione straordinaria di un’altra docente, apparentemente poco interessata a noi.

E a te stavano bene queste condizioni? Niente spettacoli, niente genitori, niente bambini, nascosta da tutto e tutti?

Mi facevano stare male ma sì, ero pronta ad accettarle. Per l’insegnamento, per il canto, per la mia ferrea volontà di diventare soprano. Ero pronta a chiudere un occhio e ad ingoiare l’amaro boccone.

Quindi dopo cosa è successo. La lezione di prova è andata avanti? Com’è stata?

E’ stata fantastica. Mentre cantavo quasi piangevo dalla gioia. Avevo finalmente trovato un docente capace ed anche lui sembrava contento di come stessero andando le cose. Sorrideva, era apparentemente felice, come lo ero io.

Ma… ?

Ma la settimana dopo è successo l’incredibile. A poche ore dalla mia prima vera lezione mi arriva un sms. A spedirmelo è lui. Mi chiede di cercarmi un altro professore, perché proprio non poteva farmi da insegnante.

Per quale motivo?

A suo dire per colpa della docente che aveva assistito per un brevissimo momento alla mia lezione prova. Si era lamentata della mia presenza, diventata quindi inopportuna. Non bastava nascondermi in una saletta, non bastava non farmi partecipare agli spettacoli della scuola. Dovevo semplicemente andare via, da un’altra parte, da un altro professore. Lì non ero gradita, ero di troppo.

E a quel punto cosa hai fatto?

Nulla, per me è stata una pugnalata. Sono sprofondata in un baratro depressivo. Non me l’aspettavo, non da lui, non solo direttore della scuola ma omosessuale più o meno noto nell’ambiente della musica classica. Come può il mondo gay pretendere giustamente pari diritti e chiedere una maggiore apertura mentale quando sono gli stessi omosessuali i primi a chiudersi e a trincerarsi dietro ad un muro? A me è stato semplicemente detto “no, non ti posso insegnare” senza una valida motivazione, solo perché transessuale, perché negativamente diversa, da nascondere, da oscurare, da non rendere pubblica. Come possiamo parlare di matrimoni gay se al giorno d’oggi in questo paese una trans non può nemmeno prendere lezioni private di canto? Questo docente non solo ha privato me di un insegnamento, ma ha anche negato l’opportunità ad altre persone di conoscere un lato del mondo transessuale purtroppo quasi sempre celato e sommerso dai clichè che ci riguardano e che ci disegnano sempre e solo nella stessa maniera.

Hai provato a ricontattare il docente in questione o hai provato altre strade?

Assolutamente no, non ci siamo più visti ne sentiti. Ho provato altre strade, ho trovato un’altra scuola privata dove fortunatamente nessuno mi ha fatto storie, accettandomi per quella che sono. Ma la macchia indelebile della discriminazione resta e resterà per sempre.

Ed ora? Cosa ti aspetti dal prossimo futuro?

Quest’estate parto per San Francisco. Vorrei trasferirmi, cambiare aria, cambiare vita. Un altro mondo, un altro ambiente. Ma non voglio fuggire. Sono romana, nata ed innamorata di questa città. Vorrei tornare tra un paio d’anni con un ricco bagaglio di esperienze e poter dire “ecco, ce l’ho fatta”.

E magari diventare qualcuno nel campo della lirica. Un tenore/soprano, due al prezzo di uno. Chissà che qualche sprovveduto, affrettato e  tendenzialmente omofobo docente non si debba mangiare i gomiti tra qualche anno.

Chissà. Io me lo auguro, mai dire mai!

In bocca al lupo Alessia.

di Federico Boni