ANCHE IL GAY È IN GUERRA

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Indifferenza o mobilitazione? Le mille anime della comunità sull'intervento in Iraq. I gayblog non ne parlano, i leader del movimento sono contro: da Imma Battaglia a Gaylib, dai...

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I gay appartengono alle mille anime dei movimenti pacifisti? Sono tra coloro che, imbandierato il balcone di casa con i colori della pace, vanno a manifestazioni e cortei anti-Saddam ma anche contro l’attacco militare di Bush? Oppure sono per liquidare il regime iracheno con la forza delle armi? O altrimenti pensano solamente a saziare i propri appetiti sessuali, infischiandosene di tutto?

Abbiamo dato una sbirciatina a molti blog e sentito esponenti del movimento omosessuale. Sui siti fai-da-te bandiere multicolori a iosa ma poca discussione. Blog.it ha una bandiera pacifista accanto al logo, mentre Tom.it, il “primo gayblog italiano”, racconta di tutto, ma nulla sulla guerra. Stesso discorso per molti altri. Bicio, un giovanissimo che ha realizzato il blog “gayfriends.splinder.it“, manifesta idee più chiare: «Ho tentato – ci dice – di informarmi sulla storia dell’Irak. La mia posizione resta pacifista ma solo per un motivo egoistico più che umano. Saddam è responsabile di otto anni di guerre nei paesi vicini, e questo ci può far capire chi è costui! Resto convinto che una guerra non disarmerà lui né gli antioccidentali sparsi tra l’Arabia Saudita, l’Iran o l’Afghanistan.» Bicio apre una questione più interiore che dichiarata: e se il nostro pacifismo fosse un elemento di egoismo e non quel desiderio di rendere silenti le armi per salvare esseri umani? Forse quel nostro grido di pacificazione è omologato ai nostri interessi economici? Se gli Usa e i suoi alleati vogliono destabilizzare l’Irak mettendo k.o. il regime di Saddam e, magari, impadronirsi dell’oro nero (l’Irak è il quarto paese Opec per produzione petrolifera); noi per quali motivi diciamo: pace?

Negli Stati Uniti alcune associazioni omosessuali sono convinte che un appoggio alla guerra restituirà loro più visibilità e fermerà l’ostracismo delle alte sfere militari contro coloro che celebrano i loro coming-out in divisa; si tratta di voci solitarie (per lo più di associazioni legate ai repubblicani), rispetto alla comunità omosessuale nel mondo, schierata in maniera univoca contro Bush. A Berlino alcuni militanti di Greenpeace sventolano un enorme striscione sulla porta di Brandeburgo: “Old Europe says: No War!” Tra gli otto intrepidi legati alle funi ci sono due militanti gay tedeschi. Stefano Fancelli, presidente della sinistra giovanile, dice: «Tutte le certezze del mondo diviso in due blocchi stanno venendo meno. Si chiede una nuova “global governess”, pace e rispetto dei diritti internazionali. Le nuove generazioni mondiali saldano queste richieste contro i desideri egemoni dell’amministrazione Bush (milioni di americani dicono: No war!). Gli Usa sono fragili con una potenza militare enorme. Ma con la forza delle armi non si costruisce. Le nuove generazioni arabe chiedono una modernità democratica, conciliabile con la cultura islamica, ma contro regimi poco democratici che perseguitano omosessuali e donne».

In Italia la riflessione riguarda l’identità e un percorso politico della nuova Europa ma anche oltreoceano movimenti e segnali di speranza si impongono in questo percorso: guardiamo la vittoria di Lula in Brasile.

Andrea Benedino, leader dei gay ds, afferma che la guerra coinvolge tutti e punta il dito contro l’illegalità di un attacco fuori dai confini Onu: «Gli omosessuali di sinistra si riconoscono nelle posizioni che la sinistra sta mantenendo su questo conflitto. Siamo partecipi nel movimento pacifista e, personalmente, ho firmato l’appello dei Radicali sull’esilio a Saddam: una posizione concreta che apre anche a soluzioni sui diritti civili nel dopo Saddam. Il rischio più grosso è che passino sotto silenzio violazioni dei diritti umani.»

Marco Volante, liberale, esponente di primo piano di GayLib, ha un esempio convincente, sull’illegalità della guerra fuori dall’Onu: «Se un mio vicino ha armi pericolose in casa, non posso intervenire io per togliergli quell’arsenale. Occorre chiamare la polizia che si farà carico di questa pericolosa anomalia. Esiste una questione di sicurezza internazionale, anche per Israele, ma interventi di forza devono avvenire nella legalità che ogni stato deve imporsi. C’è anche un problema d’informazione che tocca tutti. Io non sono convinto di averne ricevute adeguatamente, tali che mi convincano che questa guerra è fatta per abbattere un satrapo come Saddam e che non abbia altri scopi. Indubbiamente finiscono nel baratro lotte di civiltà a difesa dei diritti verso i gay.»

«Questa guerra è senza dubbio una iattura – dice il responsabile esteri di ArciGay Renato Sabbadini – e questo lo avevamo detto a dicembre con la nostra partecipazione alla manifestazione di Emergency. Nulla di buono verrà nei prossimi mesi ma anche nei prossimi anni su questioni di diritti in generale ma anche in merito a questioni gay e lesbiche. I nostri movimenti devono poter dare supporto a quanti stanno cercando di creare legalità in paesi dove la democrazia è bandita, e con essa l’esistenza anche di gay e lesbiche. Certamente non basta andare lì a far vedere come si organizza un Gay Pride; ci sono storie e culture diverse in oriente come nel sud-est asiatico. Sono, invece, processi più lunghi che avvengono, idealmente, in situazioni di pace e di scambi e la guerra non è certo amica di queste cose. Soprattutto una guerra che è lacerante, dove gli occidentali sicuramente non saranno amati».

Il clima di guerra, la paura di atti terroristici, porta anche in occidente un restringimento degli spazi di libertà e, questo di sicuro, non faciliterà le comunità omosessuali. Un arretramento che dovrebbe far riflettere ancor più coloro che tra gay e lesbiche pensano che queste cose non possano toccarli. Perfino il grido di dolore, disperato, del Papa è rimasto ai confini della politica, anche nazionale.

«Un senso di disperazione – conferma Imma Battaglia – uno smarrimento che toglie forza e respiro alle donne, ai gay, alle popolazioni che dopo la barbarie di un dittatore subiranno la barbarie delle bombe. In Egitto, in Siria, in Iran gay e lesbiche patiranno con maggior vigore repressione e torture. In Italia, la Chiesa parla di pace, scomunicando un prete come don Barbero che è per antonomasia uomo di pace».

Pensieri bui e riflessivi quelli di Riccardo Gottardi dell’ Ilga-Europe: «Questo attacco all’Iraq chiude le porte alla legalità in molti paesi, non solamente islamici. Anni di lavoro seppelliti sotto le macerie dell’incomprensione, sotto le macerie Onu e sotto la vecchia Europa mai così lacerata e divisa. Chi può azzardare che eventi così drammatici possano portare libertà e dignità ai movimenti gay e lesbici?».

Gay.it seguirà con attenzione gli eventi che seguiranno nei prossimi giorni e mesi, denunciando ogni atto di illegalità e di repressione. La guerra condanna il mondo a nuove miserie e repressioni, a nuovi sogni di democrazia che speriamo non restino agognate e tardive. La comunità gay non sia inerte e assente in momenti di richiesta globale di libertà e pacificazione.

di Mario Cirrito

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