Attivista gay condannato per diffamazione: definì omofobo un pm

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Vincenzo Rao dovrà pagare mille euro. Arcigay Palermo: "A rischio la libertà di parola"

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La Corte d’Appello di Caltanissetta ha confermato a condanna in primo grado inflitta a Vincenzo Rao, attivista per i diritti delle persone lgbt giudicato responsabile di diffamazione per il contenuto di un comunicato stampa.

Il comunicato in questione, firmato dall’associazione lgbt palermitana “Articolo 3”, risale al 2007 in cui si criticava la decisione del pm Cartosio di impugnare la sentenza di impugnare una sentenza che assolveva un’insegnante che aveva punito un alunno colpevole di atti di bullismo omofobico nei confronti di un compagno di classe. La punizione era consistita nel fare scrivere al ragazzo “sono un deficiente” per cento volte.

Denunciata, l’insegnante era stata assolta in primo grado, ma il pm Cartosio aveva deciso di ricorrere in appello e Articolo 3 aveva diffuso un comunicato spiegando che “la nostra associazione esprime profonda indignazione, non per il legittimo diritto al ricorso in appello, ma per la grettezza machista, omofoba e misogina che costituiscono l’impianto ideologico su cui si fonda tale ricorso”.

Cartosio aveva denunciato per diffamazione Vincenzo Rao, ritenuto l’autore del comunicato.

La condanna, che in primo grado era stata di quattro mesi di carcere, è stata ridotta a circa mille euro dalla corte di Appello di Caltanissetta, più spese legali e risarcimento danni.

“A prescindere dalla sanzione inflitta nei due gradi di giudizio, emergerebbe un dato preoccupante dalla conferma della sentenza di primo grado – sottolinea Arcigay Palermo in un comunicato di solidarietà : cioè che un atto giudiziario non potrà essere commentato e criticato, anche con toni sferzanti e pungenti.

Come associazione non possiamo che difendere con forza la libertà di parola, di opinione e il diritto di critica. Come d’altronde si leggeva nello stesso comunicato, non si contestava affatto il diritto di Appello alla sentenza di assoluzione di primo grado dell’insegnante palermitana, ma esclusivamente i toni utilizzati e certe considerazioni come quella secondo la quale dare del “frocio” ad un compagno di scuola o definirne la madre con termini assimilabili alla prostituzione non sarebbero da ritenersi atteggiamenti di bullismo, ma al più non “commendevoli” espressioni confidenziali in voga tra compagni di scuola”.

“Ciò che è successo a Vincenzo – conclude il circolo palermitano di Arcigay – potrebbe succedere, è già successo, a ciascuno di noi”.

Di seguito, il testo integrale del comunicato che è costato una condanna a Rao.

“Il Pm Cartosio impugna la sentenza di assoluzione dell’insegnante di Palermo”

Il Pm Cartosio, che definisce i metodi dell’insegnante palermitana da “rivoluzione culturale cinese del 66” , nelle motivazioni con cui impugna la sentenza di assoluzione emessa dal giudice Morosini, dimostra di essere la punta avanzata della “involuzione culturale italiana del 2007” . Per intenderci, quella di chi in Parlamento definisce i casi di violenza omofobica talmente esigui da non costituire motivo di preoccupazione per il legislatore. Per intenderci, quella di chi sostiene che gli omosessuali dovrebbero essere garrotati. Per intenderci, quella di tutti coloro che in questi mesi hanno potuto liberamente diffondere ed alimentare sentimenti omofobici ed ai quali non si può dire vergogna o deficienti. Non in questo Paese.Come scrive l’onorevole Franco Grillini, sono raccapriccianti le motivazioni addotte dal Pm Cartosio, quando afferma che apostrofarsi con espressioni omofobiche è un’abitudine largamente tollerata dalla società. Pertanto, se ne dovrebbe dedurre, il bulletto non è tale perché il suo comportamento violento, offensivo ed intimidatorio è perfettamente in sintonia con i costumi della nostra “evoluta” Italia, da nord a sud. Diventa violento e prevaricatore, invece, il comportamento di chi, insegnante, cerca di stigmatizzare e correggere il bullismo omofobico, facendo il suo dovere di educatore.Ma non sarà un caso se Cartosio, nel non considerare bullismo il comportamento di un ragazzino che impedisce ad un compagno l’ingresso al bagno a colpi di frocio, assimili tale comportamento a quello di chi definisce una madre prostituta. Per il nostro Pm, infatti, dare del frocio ad un ragazzo o della prostituta ad una donna sono abitudini al più non “commendevoli”, ma certamente non da correggere, da reprimere e da sradicare. La nostra associazione esprime profonda indignazione, non per il legittimo diritto al ricorso in appello, ma per la grettezza machista, omofoba e misogina che costituiscono l’impianto ideologico su cui si fonda tale ricorso.Dopo aver letto una grande sentenza/lezione di civiltà, quella del giudice Piergiorgio Morosini, si torna a sprofondare in pieno 2007 italiano, grazie a chi, a quanto pare, ritiene sia legittimo dare del frocio ad una persona, dare della prostituta ad una donna ma considera assolutamente inaccettabile dare del deficiente a chi si comporta da deficiente. Invitiamo il Pm Cartosio ad approfondire l’origine ed il significato di certe parole, di quelle che vengono utilizzate, con tanta tolleranza della nostra società, come epiteti offensivi nei confronti delle persone omosessuali. Si renderà conto che certa tolleranza dovrebbe essere combattuta piuttosto che essere alimentata e che dare del deficiente, spiegandone le motivazioni ed il significato, non porterà mai alcun adolescente al suicidio ma, probabilmente, lo renderà una persona ed un cittadino migliori. Dare del frocio ha già fatto le sue vittime.

Articolo Tre Associazione Omosessuale di Palermo”.

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