BAGNASCO NON È OMOFOBO

Sbaglia chi pensa che i gay odiano la Chiesa e che il Papa odia i gay. Le cose stanno diversamente.

Bagnasco non è omofobo. In un’Italia dalle mille sorprese, con i divorziati a difesa della famiglia, i proibizionisti che rollano spinelli a tutto spiano e gli ex premier che odiano le barzellette dopo averne raccontate per anni ai capi di stato esteri (per dare prestigio al nostro paese), adesso abbiamo scoperto che il presidente della Cei non ci odia.

Ritengo sia giunto dunque il momento di dissipare un altro equivoco e manifestare i nostri veri sentimenti: noi gay non odiamo il Vaticano. E lo rispettiamo, anche quando potrebbe sembrare che lo stiamo irridendo, vestiti da suora un po’ zoccola o agitando cartelli con l’immagine del papa che fa il gesto del dito medio alzato.

La verità è proprio che lo amiamo. Non a caso, i gay credenti di Roma si riuniscono nella chiesa Valdese. Non perché i vescovi non li vogliano, ma perché a Nuova Proposta, dopo ogni incontro, si apparecchia sempre la tavola, si cucina e si cena insieme. Per cui meglio andare dai sobri valdesi, per non macchiare di sugo le sfavillanti chiese cattoliche.

Noi amiamo a tal punto la Cei che ci uniamo alla speranza che il Family Day sia ascoltato dai nostri pigri politici, che, dopo anni di bisticci e di autoaumenti di stipendio, si decidano a garantire assistenza alle famiglie in difficoltà, a contenere il prezzo degli affitti, a migliorare la scuola, a garantire ai neolaureati la possibilità di fare quello per cui hanno studiato e a impedire a ragazzi minorenni di uccidersi perché presi in giro dai compagni o per aver fumato sostanze vietate a parole ma ampiamente diffuse in pratica.

Noi amiamo i vescovi e, se qualcuno di loro lanciasse un nuovo referendum contro il divorzio, saremmo i primi a firmare. Anzi, di più: se non lo faranno i vescovi, saremo noi a proporlo. Eminenze, aboliamo insieme questa piaga, vera rovina delle famiglie.

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Infine, nonostante l’apparenza burbera, noi gay amiamo il papa. Quasi lo preferiamo a quello precedente. Non per una ragione precisa ma perché ci riesce a trasmettere qualcosa che ce lo fa sentire più vicino dell’altro.

Ci sembra davvero uno di noi.

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