Boy Erased, la recensione: Quanto sono pericolose le cosiddette Terapie Riparative

Cast stellare per l’intenso dramma di Joel Edgerton su un ragazzo costretto a frequentare un centro di conversione. Dal 14 marzo in sala.

Settecentomila gay americani. È questa la cifra choc che compare sui titoli di coda dell’intenso Boy Erased – Vite cancellate di Joel Edgerton, presentato ieri sera a Torino in un’anteprima organizzata dal Lovers Film Festival e in uscita in tutta Italia oggi grazie a Universal Pictures. Si riferisce al numero di omosessuali statunitensi coinvolti sino ad oggi nei programmi delle pericolose terapie riparative che, di solito seguendo principi religiosi, sostengono di poter cambiare l’orientamento sessuale, ovviamente da omo a eterosessuale.

Ciò che colpisce più di tutto è il cast davvero stellare, piuttosto inedito per una produzione che non pareva richiamo per grandi star: il protagonista è Lucas Hedges, emergente attore hollywoodiano candidato all’Oscar per il suo ruolo di nipote problematico nel notevole Manchester By The Sea. Qui interpreta Jared Eamons, diciannovenne che prende coscienza della propria omosessualità e si confida con la madre e il padre predicatore battista di una piccola cittadina dell’Arkansas (i bravissimi premi Oscar Russell Crowe, vistosamente imbolsito, e Nicole Kidman, perfetta nel ruolo della madre amorevole combattuta). Con la complicità di due religiosi amici del padre, Jared viene spinto a partecipare ad un programma di terapia di conversione, Love in Action. Qui entra in conflitto con il suo terapeuta (un convincente Joel Edgerton, anche regista del film) e inizia una lunga battaglia interiore per accettare il suo vero io e una consapevolezza profonda della propria omosessualità. Tra gli ospiti della Love in Action c’è anche Jon, un ex militare disturbato tendente alla zuffa facile, interpretato da un vibrante Xavier Dolan.

Rispetto a un film piuttosto similare, l’ugualmente intenso The Miseducation of Cameron Post, la struttura drammaturgica non è lineare e si lascia spazio sia all’elaborazione della questione in famiglia che presso la Love in Action, che sembra una sorta di piccolo carcere da cui, sì, si può uscire alle 17 ma è vietato diffondere qualsiasi informazione sulle pratiche di conversione e comunicare con l’esterno quando si è ospiti sostanzialmente reclusi. Sono particolarmente forti le scene drammatiche di alcuni umilianti riti a cui vengono sottoposti i ragazzi, con Bibbie schiaffeggianti e invocazioni di demoni da cui liberarsi.

Sono passati quattordici anni – racconta Garrard Conley, dal cui romanzo omonimo è tratto il film – dal periodo che ho trascorso in terapia di conversione nella comunità Love in Action, eppure le immagini, i suoni e il trauma della mia esperienza sono vividi come allora: la scritta lucida che elencava i Dodici Passi sulle pareti candide della struttura, la cadenza delle istruzioni dei miei consiglieri, la sensazione delle sedie imbottite contro la mia camicia bianca abbottonata dietro. Quattordici anni non hanno cancellato del tutto il dolore né il trauma, ma mi hanno permesso di prendere da essi una discreta distanza. Mio padre non è più il cattivo e io non sono più la vittima. I membri dello staff di Love in Action non recitano più il ruolo ovvio dei dittatori. Mia madre non è più semplicemente la moglie di un predicatore intrappolata tra due estremi impossibili. Le nostre storie sono diventate, come lo sono tutte le storie quando attentamente considerate, fin troppo umane”.

Visto che il predicatore di Love in Action attualmente è sposato con uomo, viene davvero da pensare alla pericolosità di queste terapie riparative, per ora vietate in soli quattordici stati più Washington D.C.