Brutto frocio! Vada per il “frocio” ma “brutto” proprio no!

Frocio, non si sa bene per quale motivo, sembra la parola più usata dopo la congiunzione “e”. Una battuta detta a voce alta all’interno di un cinema e mi sono domandato: reagire o fare spallucce?

Vai al cinema consapevole che assisterai a uno spettacolo di cui bene o male già sai qualcosa. Quando però ti capita di sedersi davanti ad un gruppo di sei ventenni uscite in malo modo da un’adolescenza aggravata da un evidente e cronico assenteismo scolastico, lo spettacolo diventa inaspettatamente doppio.

Il film è un teen movie e qui, mea culpa, mea maxima culpa, dovevo aspettarmi che la pellicola avrebbe avuto il commento scena per scena fatto di "oddio che bbono!", "ma è una ficata!", tutto condiviso come se stessero sdraiati sul divano di casa loro e non ci fossero altre 100 persone intorno che magari il film vorrebbero seguirlo in silenzio.

Dopo un po’ però ti concentri sulla storia (avvincente quanto la biografia di una larva) e pensi che sono ragazze. Il co-protagonista è un giovane nerd ma ha anche un gran talento nella danza e nel dire cose di una banalità da telepromozione. Verso la fine però, nonostante tutto faccia pensare che avrebbe confessato di amare Tersicore ma ancora di più John, la produzione deve avere detto allo sceneggiatore "qui di finocchi non se ne deve parlare. Se tanto ci tieni, vai a fare l’autore per Amici di Maria De Filippi". E così lo si ritrova verso il finale avviluppato ad una ragazza in un scena che sa di toppa a colori.

Le nostre amiche dietro di noi tirano un sospiro di sollievo che sa di gomme da masticare esplose almeno 6 volte durante la proiezione e aggiungono: "oh, meno male me credevo che era frocio!". E giù risate. Io mi giro verso il mio amico costumista quasi affermato che mi siede accanto. Entrambe solleviamo gli occhialetti per il 3D per guardarci meglio. Il nostro sguardo dura un secondo eppure nonostante la brevità del momento, riusciamo a passare dall’indignazione, al: "ora le prendiamo e le ammucchiamo contro il muro" ad un più pacificatorio e carico di umana compassione: "ma le hai viste che sono? Non ne vale la pena".

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Usciti dalla sala diamo uno sguardo a quella girl band di periferia. Borse cifrate "Cucci", girovita 46 che subiscono il supplizio di una 40 e matite intorno alle labbra a sottolineare la loro bocca e l’intero sistema culturale che le ha miseramente forgiate. "Allora annamo a Mucca? Però nun ce stamo tanto ar Privé che numme piace e ppoi nun se rimorchia" (se non vi è chiara la frase potete copiarla sul google traduttore: romanesco-italiano). Il mio amico mi guarda: "ecco ti rendi conto, ci vanno pure a Muccassassina".

Tornando a casa ho ripensato all’episodio, a quella battuta detta a voce alta, anche ignara di essere un’offesa e proprio per questo, persino più grave. Penso che mi sarei dovuto girare e insultarle a mia volta dando vita a una rissa da borgata ma mi sono anche domandato se il "lasciar andare" sia stato invece l’atteggiamento migliore. Ma allora in che momento uno ha il dovere di dimostrare il proprio senso d’indignazione? Sono talmente tanti in effetti gli insulti, le mancanze di educazione/sensibilità/cultura che possono colpire la nostra suscettibilità (gay, etero, ebreo o diversamente abile che si sia) che se uno dovesse reagire ogni volta probabilmente non potrebbe fare altro durante la giornata.

Ma è pur vero che fare spallucce di fronte agli insulti rischia di far sì che questi aggettivi diventino normale espressione entrando a far parte di un linguaggio comune che forma ad un livello più profondo la cultura popolare "normalizzando" l’intolleranza. Quando ero bambino dare del "negro" ad un nero era del tutto normale, condiviso e accettato al punto tale che se rivedo i film di quel periodo (e non sto parlando de L’arrivo del treno dei fratelli Lumiere) anche nel doppiaggio i personaggi di colore venivano chiamati tranquillamente "negri". Sacrosante battaglie civili e politiche hanno portato a ripulire il linguaggio passando ad un più accettabile "nero". Certo, spesso l’evoluzione è ipocritamente limitata solo alla terminologia ma nonostante sia cresciuto sentendo e usando quell’aggettivo dispregiativo, "negro" oggi mi suona davvero male e mi ha portato a pensare quanto usarlo alla leggera possa offendere qualcuno.

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Frocio, invece, non si sa bene per quale motivo, sembra la parola più usata dopo la congiunzione "e".

Ben inteso, anche tra noi gay spesso ricorriamo a una terminologia non ortodossa o policamente corretta ma, va da sé, l’intento è assolutamente diverso e autoironico. Ritornando alle coatte della fila G, dal posto 15 al 20, penso: dobbiamo reagire ogni volta che gli etero adoperano "frocio" (ma anche checca, rotto in culo, e altre decine di ameni appellativi) come insulto o goliardico aggettivo usato per apostrofare amici e colleghi, o dobbiamo sempre simulare superiorità? A volte temo però che quest’ultimo non sia che un malcelato imbarazzo ad esporsi prendendo posizione, rischiando anche la rissa per un motto di orgoglio. E ancora: non sarà forse che pur di non voler passare sempre per maestrine dalla penna rossa rischiamo invece di essere scambiati per pavidi pecoroni incapaci di reagire lasciando che l’insulto rimanga a buon diritto a far parte del gergo comune e condiviso?