Calciatori gay: un documentario esclusivo sfata i miti dello sport italiano

Un progetto necessario con alcune figure di spicco del calcio italiano, come Prandelli e Costacurta. Tra omofobia, squadre gay friendly e stereotipi di genere, ecco l’intervista al regista.

I calciatori sono tutti eterosessuali? Il calcio, soprattutto in Italia, è uno dei terreni più infestati da omofobia e sessismo. Ad oggi non c’è mai stato un calciatore italiano dichiaratamente omo o bisessuale, il calcio resta uno sport rigorosamente maschile visto da maschi, assolutamente impermeabile a ogni differenza di genere. Per questo salutiamo con gioia l’arrivo de Il calciatore invisibile, il primo documentario sul tema, opera del film-maker fiorentino Matteo Tortora, che indaga il controverso rapporto tra calcio e orientamento sessuale. Un lavoro importante e necessario che cerca di introdursi tra le paura e gli imbarazzi legati al tema con una serie di interviste a figure di spicco del calcio italiano e raccontando anche la storia di una squadra di calcio gay e gay friendly di Firenze, il Revolution Soccer Team. Abbiamo intervistato Matteo per capirne di più. Ecco cosa ci ha detto.

Come nasce Il calciatore invisibile e di chi è stata l’idea del progetto?

L’idea del progetto nasce da Paolo e Claudio, i ragazzi che giocano e gestiscono il Revolution Team. Volevano raccontare la storia della loro squadra. Quando ho iniziato a conoscere meglio tutti quanti ho capito che il tema meritava un respiro più ampio ed è venuta l’idea di rivolgerci anche a personaggi noti del mondo sportivo per avere un contributo più ampio e diretto sull’argomento.

Chi avete contatto finora e che atteggiamento avete trovato parlando con le persone dell’ambiente?

Anche grazie a Francesco Belais, un giornalista e attivista LGBTQI con cui collaboro da oltre un anno, abbiamo preso contatti con Alessandro Costacurta e Alessandro Cecchi Paone. Inoltre per il forte legame sul territorio che il nostro progetto ha, non poteva mancare Cesare Prandelli, un altro personaggio che ha aderito subito. Adesso non vogliamo sbilanciarci molto ma puntiamo sulla partecipazione di qualche giocatore in carriera e magari una presenza femminile, per un punto di vista ancora diverso rispetto a tutti gli altri. L’atteggiamento che abbiamo trovato è di grande apertura mentale. Costacurta e Prandelli sono stati i primi a rilasciarci un’intervista e nelle loro parole ho riscontrato sincerità. L’orientamento sessuale di un giocatore per loro non solo non è un problema ma resta, come d’altronde dovrebbe essere una questione del tutto personale e che non ha niente a che vedere con la resa qualitativa in campo.

Avete saputo o intuito di calciatori gay non dichiarati?

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Personalmente non mi interessa scoprirlo. Ritengo che lo strumento del “coming out” sia non solo necessario ma anche terapeutico per chi ne fa uso e per chi osservando, può trarne ispirazione. Detesto l’outing, talvolta una vera violenza psicologica, cosa quindi che non troverete nel nostro documentario. In Italia i calciatori tesserati alla Federazione Italiana Giuoco Calcio, secondo i dati più recenti che ho potuto analizzare (giugno 2014) sono oltre un milione di cui in attività professionistica, poco più di tredicimila. Vogliamo davvero credere che sono tutti eterosessuali?

Avete già sondato la questione dell’infanzia, che è forse il primo e più bruciante contesto in cui l’emarginazione si manifesta?

Sto lavorando con uno psicologo dello sport al riguardo e resta l’ambito di ricerca per me più delicato e importante del documentario. Più che infanzia, temo sia la fase di pre-adolescenza e adolescenza quella che subisce i danni peggiori. Sono molto preoccupato. E’ fuori dubbio che l’ambiente calcistico sia un territorio dove razzismo, sessismo e omofobia spadroneggiano, basta recarsi in uno stadio per capire la situazione. L’Italia anche in questo settore, non offre il meglio di sé. Per quanto riguarda l’omofobia, non mi risulta esistere un programma di tutela e prevenzione ufficiale e se pensiamo allo spogliatoio e alla squadra di calcio come un microcosmo sociale che replica le relazioni e i meccanismi della società reale è possibile capire quanto sarà impattante per un ragazzino che si sente diverso o peggio ancora che viene identificato come diverso, la mancanza di supporto e di educazione alla diversità che invece dovrebbero essere tenute di conto da allenatori e tecnici. Ancora una volta, sta alla sensibilità dei singoli capire se e come intervenire di fronte a disagi presunti o evidenti.

Parlaci del Revolution Soccer Team, la squadra gay di Firenze. Che tipo di testimonianze hai trovato parlando con loro? Ti hanno parlato di episodi di discriminazione subiti in passato?

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Il Revolution Team è una squadra gay e gay-friendly, ci tento a sottolinearlo perché è uno dei loro vanti. Siamo davanti a un caso felice di integrazione tra atleti con diverso orientamento sessuale, che non fa altro che dimostrare quanto siano stupidi certi pregiudizi. La squadra è inoltre un gruppo di amici, di diversa provenienza e con storie personali disparate. Devo dire che non hanno mai subito discriminazioni evidenti. Si allenano a Firenze e onestamente ritengo questa città e la Toscana in generale luoghi dove l’omofobia è meno radicata rispetto al resto dell’Italia. Le loro testimonianze più belle secondo me sono relative all’aiuto, al supporto che tra di loro si danno, specie quando capita qualche giovane ragazzo che attraverso la squadra fa il suo timido ingresso nel mondo LGBTQI reale, perché passa attraverso un gruppo di persone che sfatano molti stereotipi del mondo LGBTQI stesso.

Ho letto che il vostro progetto non è ancora terminato e che cercate sostegno anche economico, come fare per aiutarvi?

 Il 18 giugno partirà una campagna di raccolta fondi attraverso la rete, con il supporto di produzionidalbasso.com. Sarà possibile seguire tutto sulla nostra pagina Facebook e soprattutto sarà possibile contribuire donando da 10 euro in su e ricevere in cambio dei regali, un modo per legare i nostri sostenitori al progetto in maniera permanente. Stiamo cercando anche qualche realtà commerciale che voglia supportare il documentario e speriamo che anche le associazioni LGBTQI vogliano contribuire. Noi crediamo in questo progetto, da soli non siamo in grado di terminarlo come si deve. Un contributo piccolo o grande che sia, sarà sempre un aiuto prezioso.

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