Cassazione: dare del frocio a qualcuno è reato

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Secondo la sentenza di oggi della Corte di Cassazione il termine in questione rivolto verso un’altra persona lo fa con il chiaro intento di umiliazione e scherno.

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ROMA – «Meglio fascista che frocio!» aveva sbottato in televisione Alessandra Mussolini solo pochi mesi fa, dimostrando a tutti la propria classe, eleganza e rispetto per coloro che sono diversi da lei (aveva di fronte Vladimir Luxuria). Oggi dalla Corte di Cassazione arriva una sentenza che stabilisce che appioppare a qualcuno il vocabolo caro alla Mussolini è reato, in quanto “Si ravvisa nel termine frocio un chiaro intento di derisione e di scherno espresso in forma graffiante”, insomma un intento ingiurioso. La Cassazione ha così annullato la sentenza del giudice di pace di Teramo con la quale era stato assolto un quarantenne abruzzese che aveva dato del ”frocio” a un suo conoscente, che si era risentito. Per il giudice locale quella parola non poteva essere considerata un’offesa ma la Suprema Corte gli ha dato torto, sostenendo che “la sentenza del giudice di pace è contraria alla logica e alla sensibilità sociale che ravvisa nel termine frocio un chiaro intento di derisione e di scherno.” Il giudice di pace di Teramo dovrà adesso riesaminare il caso in questione tenendo presente il pronunciamento della Quinta sezione della Cassazione.
Il parlamentare Ds Franco Grillini, rappresentante storico del movimento omosessuale italiano, ha commentato positivamente la notizia, spiegando che «il termine nasce come un’ingiuria e con connotazioni razziste (l’etimologia più diffusa fa risalire addirittura il termine ai perversi costumi dei lanzichenecchi papali che sovente violenti e ubriachi avrebbero avuto le narici “frogie” rosse. Da qui frogioni / frocioni che assunse un altro significato) ed è soltanto uno dei tanti termini razzisti che a livello regionale vengono usati per definire come un insulto l’omosessualità.» Per Grillini «è evidente che la sentenza della Cassazione ha un ruolo importante perché assume un compito didattico e cioè di invitare al rispetto delle persone e ad evitare l’utilizzo di una terminologia insultante e razzista. Con ogni probabilità qualcuno griderà al complotto del “politicamente corretto”, sbagliando. Qui nessun fanatismo sulla correttezza terminologica e nemmeno si rivendicano ergastoli di sorta. Non a caso la stessa Cassazione ha demandato la sentenza ad un giudice di Pace che emetterà una sanzione amministrativa. Per quanto mi riguarda laddove non intervengono fatti di violenza fisica vera e propria inviterei chiunque a rispondere alle ingiurie con pungente ironia, che, a volte, è più efficace delle denunce.» (RT)

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