C’era una volta a… Hollywood: capolavoro o bufala? Né l’uno né l’altro

Sceneggiatura troppo aneddotica e lunghezza eccessiva, ma Brad Pitt e Leo DiCaprio restano un gran bel vedere.

Tarantino è sempre Tarantino. Il suo nuovo, attesissimo film C’era una volta… a Hollywood esce oggi in Italia seguito da critiche contrastanti: è un capolavoro o una bufala? Né l’uno né l’altro. Noi l’abbiamo visto due volte in Francia, in lingua originale e doppiato, e riteniamo che sia un buon lavoro ma non tra i migliori di maestro Quentin. Innanzitutto è troppo lungo, due ore e quarantuno minuti che potevano essere scorciati di una buona mezz’ora (dialoghi troppo lunghi, scene un po’ ripetitive) a beneficio del risultato. E poi la sceneggiatura è troppo aneddotica, costituita da episodi un po’ slegati a volte poco significativi. Hollywood, 1969. Leonardo DiCaprio è Rick Dalton, star in declino della tv, specializzato in western di serie B. Il suo inseparabile sodale è la sua controfigura, lo stuntman Cliff Booth (Brad Pitt) che vive in una roulotte con l’adorato pitbull vicino a un cinema all’aperto. C’è poi la nuova vicina di casa di Dalton, nientemeno che Sharon Tate (Margot Robbie), sposa incinta di Roman Polanski e attrice in ascesa. Ma la terribile Family, macabra setta di sbandati dediti al culto del demonio, sta per organizzare la celebre strage di Bel Air, il cui mandante è lo spietato Charles Manson.

L’occasione per Rick di riprendersi dall’ultimo scacco sono invece alcuni spaghetti western da girare in Italia, da cui tornerà sei mesi dopo con mogliettina nuova di zecca (ma l’attrice cilena che la interpreta, Lorenza Izzo, parla male italiano!).

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C’è un leggero sottotesto gay tra Brad Pitt e Leo DiCaprio soprattutto nella prima mezz’ora del film ma la componente omoerotica è quasi impalpabile. È un piacere vedere due divi così bravi, belli e fascinosi sebbene siano entrati forse per la prima volta a contatto con i segni del tempo: soprattutto Brad Pitt sembra un po’ invecchiato, scavato da qualche ruga, ma forse è ancora più avvenente così.

Il film è un vero atto d’amore di Tarantino per il potere salvifico del cinema, la sua forza immaginifica, la capacità di cambiare persino la Storia nella parte finale che è quella più puramente ‘tarantiniana’, con le consuete esplosioni di violenze a catena ma questa volta con l’intenzione di preservare l’innocenza di una vita che arriva. C’è un curioso feticismo per i piedi femminili, da quelli di Sharon Tate quando si rivede compiaciuta sul grande schermo di un cinema hollywoodiano, ai piedi di Pussycat (Margaret Qualley), la ragazzina hippy della comune slabbrata di Spahn Ranch.

La ricostruzione scenografica della Hollywood della fine degli anni Sessanta firmata da Barbara Ling è davvero ammirevole, così come la cura nella ricerca dei costumi di Arianne Phillips. Al Pacino ha un gustoso cameo di produttore invasato ed è quasi irriconoscibile.

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Se riuscite a trovare una proiezione in lingua originale sottotitolata ve la consigliamo caldamente.

Da vedere.