CIAO PAOLO

Migliaia di fiaccole accese la notte scorsa in Campidoglio in memoria di Paolo Seganti, l’omosessuale trucidato a Roma. Gay, istituzioni, Veltroni, almeno questa volta uniti per dire no.

ROMA – Sono tanti, tantissimi, i lumi che tremolanti, in un silenzio irreale, salgono al Campidoglio. I volti di coloro che li reggono suggeriscono commozione ma il pensiero è altrove, lontano; corre, atrocemente rapido, a quel maledetto parco dove si è scatenato l’odio più feroce, l’odio che ha massacrato Paolo Seganti, trentottenne omosessuale romano, morto per la furia omicida di sconosciuti nella notte dell’11 luglio. “Omicidio violento”, “barbara esecuzione”, “Roma non ha saputo ascoltare”, “follia” ha detto la stampa il giorno dopo. Era troppo tardi.

E’ il dolore il protagonista della fiaccolata che si è svolta la notte scorsa a Roma in commemorazione di Paolo. Il dolore che riga il volto dei suoi amici, quello che è negli occhi lucidi dei numerosi omosessuali presenti e nella terrea serietà degli esponenti politici; quello che segna gli occhi della madre e del padre di Paolo.
“Perché tanto odio?” è la domanda che incombe, senza risposta, su quelle duemila fiammelle, una per ogni ferita inferta a Paolo, una per ogni ferita inferta a noi.

«Sono in media 7 o 8 all’anno – spiega Andrea Pini, autore del testo Omocidi – gli omicidi di omosessuali a Roma. L’impegno delle Questure è un fatto acquisito ma manca assolutamente un lavoro di prevenzione. E’ necessario impegnarsi a partire dalle scuole. Ma fino a quando i nostri politici si vergogneranno di dire la parola omosessualità e di considerarla un fatto privato…».
La rabbia filtra nei commenti smozzicati della comunità gay spaventata. «Paolo sono io, sei tu, siamo tutti noi perché in quel parco, o mano nella mano per strada poteva essere colpito chiunque» sostiene un ragazzo ricciuto.

Sorprendentemente in testa al corteo, a fianco dell’onorevole Franco Grillini, è presente Walter Veltroni, sindaco della città di Roma, molto criticato, fino a ieri, dalla comunità gay perché assente ad ogni manifestazione glbt.
L’omicidio di Paolo Seganti è una ferita aperta per tutta la città di Roma.
«Non siamo più soli». Dal palco Vanni Piccolo, decano del movimento gay, sottolinea la presenza delle istituzioni, e di numerosi gruppi politici, dalla CGIL ai DS, da Forza Italia all’Unione giovani ebrei. La sua è una velata accusa. Nessuno qui ha dimenticato la fiaccolata del non lontano luglio 2001, organizzata dal Mario Mieli in memoria di Francesco Bertorini, un giovanissimo cantante gay ucciso in un parco da un pregiudicato. Allora le istituzioni erano assenti…

Piccolo facendosi portavoce della piazza gremita tuona: «Al buio rispondiamo con la luce di decine di fiammelle non per chiedere vendetta, è di moda farlo di questi tempi, chiediamo giustizia».
Sussurra, poi, la voce strozzata dai singhiozzi, un amico di Paolo: «Cosa ha detto la stampa? Paolo è stato trovato in un luogo di “incontri particolari”. Ma chi lo conosceva Paolo? I suoi amici e non la stampa».
E’ duro un esponente dei gruppi credenti di Roma: «Quanto è colpevole la Chiesa? Perché non accetta i nostri amori? Noi siamo solo amore».
In rappresentanza del comune di Roma prende la parola l’assessore Mirella Gramaglia che offre tutto l’impegno dell’istituzione per far fronte alla violenza contro i gay: «Non vogliamo una città di maggioranza e minoranze, vogliamo una città di differenze». Il silenzio commosso della piazza è rotto dagli applausi.

Fabrizio Marrazzo, presidente di Arcigay Roma associazione che ha organizzato la manifestazione, ribadisce che «il Comune di Roma intitolerà a Paolo il parco nel quale è stato ucciso» e conclude ringraziando i familiari di Paolo presenti in piazza, ma che per la commozione hanno deciso di non parlare.
Mentre le fiaccole incominciano a spegnersi e gli amici di Paolo concludono “Almeno tu nell’universo“, una canzone di Mia Martini che il ragazzo amava, succede l’inspiegabile. La madre di Paolo chiede di prendere parola. L’orgoglio nella voce rotta dal pianto irrompe nella piazza. «Sono una donna bigotta e cattolica. Bigottissima. Ma con coraggio, e sofferenza, ho accettato Paolo e lo amato come non ho mai amato nessuno. Accettare si può, non scegliete la via del dolore».
In silenzio la folla abbandona la piazza; nel cuore il buio del dolore e quella domanda sospesa, “Perché tanto odio?”, che, probabilmente, non ha una risposta.
Il baluginare delle ultime torce, però, illumina chiaramente le promesse e la vicinanza di tutta la città agli omosessuali feriti.
Sono gli ultimi regali di Paolo alla comunità che amava e che lo amava.
foto di Stefano Bolognini
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di Stefano Bolognini

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