Coming Out Day, ecco perché è ancora così importante dichiarare la propria omosessualità

Dichiararsi a sé stessi e agli altri. Il coming out è un momento che segna la vita di tutti noi. Ecco perché farlo, ancora oggi, è straordinariamente importante.

Oggi, 11 ottobre, si celebra in tutto il mondo il Coming Out Day, giorno perfetto per ‘uscire dall’armadio’, come si usa dire nei Paesi anglosassoni, dichiarando la propria omosessualità agli amici, in famiglia, a lavoro, al mondo intero.

Chiunque appartenga al variegato universo LGBT conosce l’importanza del coming out, con tutte le sue paure, le difficoltà, le emozioni, le lacrime di gioia e di dolore, i sorrisi, gli abbracci, gli insulti che ne seguono. Perché tutti noi siamo nati e cresciuti un mondo in cui essere eterosessuali viene considerato ‘la norma’, con le inevitabili e spesso drammatiche conseguenze per chi non rientra in quella convenzione puramente sociale. Perché il peso di quella verità, che è così dirompente in tutta la sua normalità, ce lo trasciniamo per anni, costretti ad abbassare lo sguardo e a fare sorrisi di circostanza quando ci chiedono dove sia la nostra ragazza, o il nostro ragazzo nel caso delle donne, perché tendiamo implicitamente a frenare il nostro reale io, magari troppo femminile e/o maschile rispetto ai canoni richiesti, onde evitare insulti, sfottò, persino schiaffi e pugni. Chiunque non appartenga all’universo LGBT non potrà mai capire quanto sia difficile svegliarsi, andare a scuola e sentirsi fuori dal mondo, perché la maggior parte dei compagni di classe parla di ragazze, mentre tra le ragazze si parla di ragazzi, e tu ti ritrovi lì, in mezzo a due fuochi, a domandarti quale sia il tuo posto. Impossibile, poi, spiegar loro la sensazione innaturale di disagio, per non dire timore, ansia, quando si bacia il proprio compagno/compagna per strada, o lo/la si tiene per mano, come qualsiasi coppia eterosessuale fa serenamente da migliaia di anni.

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Spesso ci raccontano di un’Italia alternativa, in cui essere gay, bisex, trans o lesbiche non sarebbe più un ‘problema’. L’accettazione, ci dicono, è lampante. Le nuove generazioni, proseguono, vivono nella ‘fluidità’ e non hanno alcun problema con le persone LGBT. Peccato che la quotidianeità ci racconti poi tutt’altro, con aggressioni omofobe che coinvolgono il Paese intero, da nord a sud, dai 15 ai 60 anni d’età. L’ignoranza c’è ed è ancora pericolosamente viva, persino alle soglie del 2020, e va da sè che ‘gettare la maschera’ in un’Italia tanto incattivita nei confronti di chi è ‘diverso’, fa paura. Farlo in famiglia, poi, è spesso terrorizzante. Pensiamo di deludere i nostri genitori, come se fossimo stati bocciati a scuola o avessimo rubato in un supermercato, come se l’avessimo fatto apposta, come se avessimo scelto, di essere omosessuali. Immaginiamo le reazioni più spaventose, ci chiudiamo a riccio e continuiamo a trascinare quel peso per chissà quanti anni ancora. Quanta fatica inutile, quante esperienze perdute, quante menzogne, quante verità taciute. Quando trovai la forza di fare coming out con mia madre, a poco più di 20 anni, mi fece promettere di non dire nulla a mio padre, perché a suo dire mi avrebbe cacciato di casa. Io mantenni quella promessa, ma lei, incosciente, decise di infrangerla. Tornando a casa da una cena, in auto, vuotò il sacco, e mio padre non si fece brillare, non finì al telegiornale e non mi diseredò. Rispose semplicemente ‘allora stiamogli vicino, perché sarà un momento difficile per lui‘. Questo sta a significare che mai nessuno potrà davvero prevedere la reazione di un genitore dinanzi ad un coming out, perché siamo e rimarremo sangue del loro sangue. I loro figli, etero o LGBT, poco importa.

E’ doveroso sottolineare come ognuno di noi abbia e debba avere i suoi tempi, nell’accettarsi e nell’accettare di dirlo agli altri, ma è altrettanto doveroso ricordare quanto sia liberatorio, fare coming out. E’ difficile da spiegare, perché ogni esperienza è chiaramente personale, ma dire ad alta voce ‘sono gay’, davanti ad amici, parenti, colleghi di lavoro, è un momento di svolta che ti segna l’esistenza. Ti senti più leggero, una volta rivelato, semplicemente più orgoglioso, per il coraggio avuto e per aver saputo affrontare quel cammino tutt’altro che semplice, tortuoso e ricco di insidie. Un percorso di fatto ‘unico’, pensato solo e soltanto per noi, che abbraccia rivendicazione e accettazione, propria e altrui. Perché fare coming out non significa semplicemente gettare a mare quel macigno per così tanto tempo sopportato, ma anche, se non soprattutto visti i tempi in cui viviamo, contribuire ad un’educazione sociale che tra decenni potrà depotenziarlo a tal punto da renderlo inutile, insignificante. Probabilmente arriveremo un giorno a vivere in un mondo in cui non esisteranno più distinzioni tra eterosessuali e persone LGBTQ+. Ma quella meravigliosa alba è ancora assai lontana, sogno da noi tutti cullato purtroppo sotterrato da migliaia di discriminazioni quotidiane. Dichiararsi pubblicamente equivale ad abbattere muri e luoghi comuni che probabilmente minano ancora oggi amici e parenti, pronti a conoscere una realtà, una verità, che non immaginano appieno. Perché non li abbiamo resi partecipi. Ho un fratello/sorella/genitore/collega/insegnante/medico/ omosessuale. E poi? Scoprire dal nulla che nulla cambia. Solo apparentemente, perché da quel nulla poi tutto sarà diverso. Tanto per loro, quanto soprattutto per noi.