CON BABILONIA SI CHIUDE UN’EPOCA

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E' stata la prima rivista gay italiana. Ora è stata venduta a un nuovo editore. Il motivo? Una crisi economica insostenibile. Causata dalla linea politica scelta della redazione.

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Con la vendita di “Babilonia” a un nuovo editore, dopo un lungo periodo di crisi (il numero di novembre non è nemmeno uscito), si chiude un’epoca nell’editoria gay italiana, e al tempo stesso arriva al dunque una scommessa politica fatta nel “lontano” 1998. Il nuovo editore annuncia infatti che a partire dal gennaio 2005 ci sarà un cambiamento importante d’impostazione editoriale. Si chiudono quindi per sempre un’epoca e un progetto.
Se per tutti noi gay italiani che abbiamo più di venticinque anni “Babilonia” ha costituto un pezzo della nostra vita, per me in particolare è stata qualcosa di più che un pezzo, visto che ci ho lavorato per tredici anni e che per me quello che scompare oggi è stato non un posto di lavoro ma anche e soprattutto un progetto di vita, politico e culturale.
È stato per me un mondo e un modo di vita. In cui non si capiva mai dove finisse il lavoro e dove iniziassero militanza politica, impegno culturale e perfino vita privata, dato che spesso e volentieri amici miei e collaboratori della casa editrice si sovrapponevano…
Il modello “Babilonia”, che mescolava impegno politico-culturale e impegno lavorativo di nove soci lavoratori, era chiaramente impostato “a sinistra” (anche perché ieri come oggi solo un militante riesce ad accontentarsi del precariato cronico che in Italia offre qualsiasi periodico gay…).
Questo modello entrò in crisi nel 1997, quando tre soci iniziarono ad arrivare in redazione con sottobraccio “La padania” o “Il giornale” (e più tardi, “Libero”). Sono cose che succedono, nella vita, e di solito non suscitano drammi… ma a “Babilonia”, dove passione politica e impegno lavorativo erano la stessa cosa, questo cambiamento scatenò una grave crisi.
Che precipitò quando nel 1998 il 52,5% del capitale (le tre persone) si coalizzò per buttar fuori dal giornale il 47,5% rimanente (cinque persone, tutte quelle di sinistra) e dare un’altra impostazione al periodico e all’azienda.
La reddititività del capitale, fu la loro giustificazione, era troppo bassa: si sarebbe guadagnato di più investendolo in banalissimi Bot… Molto denaro veniva poi “sprecato” in inutili attività culturali (la casa editrice pubblicava saggi, romanzi e guide, libri fotografici, l’annuario di cultura “La fenice di Babilonia”, e vendeva per corrispondenza) che recuperavano poco più dell’investimento fatto, di modo che servivano nove persone per mandare avanti un’impresa che, attraverso il ricorso all’outsourcing, poteva essere molto più “snella” e quindi molto più “redditizia”.
Con la tipica miopia e avidità neo-cons i tre neo-padroni (rapidamente e ulteriormente scesi a due) non si resero conto del fatto che nella realtà un’azienda vive delle competenze delle persone, cioè che accanto al patrimonio economico conta moltissimo anche il patrimonio umano e culturale. Nel caso concreto: per “Babilonia” era sempre stato il massimo punto di forza il fatto di poter contare su una squadra di nove persone agguerrite e motivate, capaci di intervenire facendo bella figura a un talk show o in manifestazione, di incontrare il presidente della Repubblica (Cossiga) o di pubblicare un saggio, di fare un’intervista o…
Ebbene: quando esplose, già nel 1999, la sfida dei periodici gay gratuiti, questa squadra non esisteva più (e il paradosso è che uno dei motivi di dissenso fu che noi “cinque” progettavamo di lanciarne uno, i tre invece non lo ritenevano necessario). Così, un giornale che era sopravvissuto a innumerevoli crisi per vent’anni e per più di duecento numeri, persi lettori e quote di mercato, e quindi inserzionisti, è arrivato all’epilogo sopra descritto.
Personalmente mi spiace che per un errore di valutazione, che è stato prima di tutto un errore di cecità ideologica, sia andato disperso un enorme patrimonio non solo di conoscenze (da allora nessuno è più riuscito a ricreare una casa editrice gay di quelle dimensioni e importanza culturale), ma anche economico, dato che per sopravvivere “Babilonia” ha bruciato inutilmente, e per anni, capitali veramente cospicui.
Ciò detto, il punto veramente insanabile dello scontro, quello su cui si rivelò impossibile un accordo e una “correzione di rotta”, fu la tesi del “gruppo dei tre” secondo cui lo schieramento a sinistra era “superato”. Il movimento gay in genere era una manica di loschi individui che non pensava mai ai “veri” interessi dei gay, la sinistra era superata dalla storia, e la società in cui vivevamo era la migliore possibile. Non a caso una delle più celebri copertine del “nuovo corso” di Babilonia titolava “La destra non fa più paura ai gay”, e mostrava il faccione di Giuliano Ferrara quale nostro nuovo leader spirituale.
Gli fecero compagnia sulle pagine di “Babilonia” “nuove” proposte ideologiche neo- e vetero-cons, da Camille Paglia a Oriana Fallaci ed Alessandra Mussolini…
Ecco, l’esperimento che si chiude oggi con un bilancio negativo è soprattutto questo: la scommessa di una rivista gay di destra, o anche solo politicamente indifferente.
In Italia abbiamo infatti attraversato un periodo di parecchi anni in cui enormi capitali (sto parlando di milioni di euro) sono stati sprecati puntando cocciutamente sulla rottura del legame fra editoria glbt e “militanza gay”: per un certo periodo abbiamo avuto contemporaneamente “Guidemagazine” e “Babilonia” apertamente schierate a destra (e spesso e volentieri alla destra estrema più che al centro-destra) e un mega-progetto come “Gay.tv” partito con un’impostazione nettamente ostile alla politica e al “rivendicazionismo” gay. Ebbene: tutte queste testate o hanno cambiato mano quest’anno per evitare la chiusura, o sono alla ricerca di un compratore per sopravvivere. Segno che qui siamo di fronte a un vero e proprio “responso di mercato” negativo nei confronti di una tipologia di prodotto, e non ad uno scacco isolato.
Viceversa, oggi in Italia tutte le altre testate glbt consolidate (cioè esistenti da più di due anni) sia su carta, sia online, sono orientate a sinistra. Come lo sono del resto in tutto il resto del mondo: anche il più scalcinato giornalino da bar straniero appoggia infatti le unioni civili, le leggi antidiscriminazione, e combatte le ingerenze clericali (siano cattoliche o islamiche) nella vita privata. Il che lo colloca in automatico nel campo opposto a quello in cui milita la parte politica che produce “fini difensori” dei diritti umani come Buttiglione o Tremaglia…
Quanto appena detto non implica che non esistano gay di destra.
Significa solo, banalmente, che un prodotto come quello fornito dall’editoria gay è intrinsecamente “di sinistra”, nel senso che esiste per chiedere, o anche solo favorire, e nel caso assolutamente più disimpegnato per sfruttare commercialmente, un cambiamento di costumi sociali.
E dal momento che la destra (e la destra italiana al massimo grado) si presenta come la garante dei costumi sociali tradizionali, opponendosi per partito preso a qualsiasi loro cambiamento, pretendere che riesca a sopravvivere una rivista gay di destra è come pretendere che “Famiglia cristiana” campi indirizzandosi agli atei. E non perché non esistano atei, ma semplicemente perché costoro non hanno alcun motivo per comprare un prodotto che non li rappresenta.
Ecco insomma perché “Babilonia” ha perso il suo lettorato di sinistra senza riuscire a conquistarne uno di destra: il gay di destra non sente la necessità di periodici gay, anzi, spesso s’incazza se lo si definisce gay…
Quindi, per parafrasare Benito Mussolini (uno che di destra se ne intendeva), “fare un periodico gay di destra non è impossibile. È inutile“.
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di Giovanni Dall’Orto

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