CONGRESSO ARCIGAY: DIETRO LE QUINTE

Le indiscrezioni: votazioni ripetute per approvare il sit-in, Fassino fischiato, le elezioni annunciate. Niente di nuovo sotto il sole dell’associazione.

Primo giorno: sfilata di onorevoli e ministri

Prendete duecento finocchie e mettetele in un hotel a quattro stelle nella periferia di Milano. Non è l’inizio di un film di Cadinot (nonostante l’impressione che il copione sia stato già scritto, peraltro da pessimi sceneggiatori), ma dell’ultimo congresso nazionale di Arcigay. Dopo mesi di dibattiti e scontri tra consiglieri nazionali, delegati, Comitati Provinciali etc, finalmente è giunto il gran giorno della resa dei conti. I delegati arrivano da tutta l’Italia: notevole la rappresentanza dal Sud, dove Aurelio Mancuso (ex Segretario Nazionale) ha creato, nell’ultimo anno, una rete di Comitati Provinciali. Il personale dell’albergo è in sciopero, e per le stanze si deve aspettare un paio d’ore. I lavori si aprono dunque in forte ritardo con gli applauditi interventi dei ministri Pollastrini (che si dice soddisfatta del disegno di legge sui Dico – ci chiediamo se l’abbia letto; voto: 6 e mezzo) e Bonino (voto: 7), a cui Mancuso, che evidentemente si sente già presidente, promette il sostegno di Arcigay alla contromanifestazione di Roma “Coraggio Laico” con un sit-in contemporaneo in piazza Duomo a Milano – stupore della platea – per il giorno successivo. Intanto Giordano del Prc se ne va senza avere parlato, forse perché altrimenti perde l’aereo. A seguire Fassino, che incassa fischi per il terzo congresso di fila, conciona sull’importanza dei diritti civili dei gay (che pronuncia ripetutamente proprio come si scrive: gai) e delle diverse

“scelte” sessuali (ma non gli avevano già spiegato due anni fa che si dice “orientamento”? Non era meglio se Benedino lo imbeccava con l’auricolare come Boncompagni?), mentre il brusio della platea si trasforma in generale ilarità (voto: 4). Cecchi Paone, intanto, interrompe ogni volta che può, come se si fosse nel salotto di casa sua o durante una cerimonia di consegna dei telegatti: alla fine Lo Giudice non lo fa parlare dal palco (ma Alessandro il Grande si vendicherà ben presto…).

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Secondo giorno: poche chiacchiere, il sit-in si farà. Lo Giudice sceglie Roma.Sabato l’atmosfera comincia a surriscaldarsi: nella lenta mattinata, con l’assemblea plenaria più vuota che piena, la maggioranza viene meno in una votazione sul sit-in in piazza Duomo. Tuttavia, dopo pranzo viene rimessa in votazione una sospensione del congresso (chiaramente per consentire il sit-in) e, questa volta, la mozione viene approvata! Che fortuna: nonostante il voto opposto della mattina, i previdenti milanesi hanno già prenotato le navette che scaricheranno i 200 delegati (tranne qualche irriducibile dissidente) direttamente in piazza Duomo; anche lo striscione è già pronto. Dato che noi abbiamo già fatto la gita di terza elementare, non vorremmo essere al loro posto, inscatolati in quattro autobus snodabili imbottigliati nel traffico del centro di Milano, sotto il sole della giornata più umida che la storia della meteorologia ricordi. Mezz’ora in piazza, e via!, di nuovo in albergo, dopo un sit-in più rapido delle visite dei turisti giapponesi che guardano con fastidio le bandiere rainbow che impediscono di fotografare la Madonnina. Nel frattempo vanno in scena a Roma il Family day e la contromanifestazione “Coraggio Laico”: Sergio Lo Giudice, presidente uscente, ha rinunciato ai lavori del congresso della sua associazione per parlare, per ultimo – terribile vendetta di Cecchi Paone! -, dal palco di piazza Navona. Ne sarà valsa la pena?

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I lavori delle commissioni: un déjá vuIntanto, nel tardo pomeriggio, iniziano i lavori delle Commissioni; in quella Elettorale, c’è Quelle fastidiose bandiere rainbow che impediscono ai turisti di fotografare la Madonnina… chi ha pronta la lista blindata dei nuovi 80 consiglieri nazionali ancora prima che la commissione Statuto abbia alzato il numero dei consiglieri stessi da 60 a 80. In commissione Politica, si assiste ad un ricongiungimento dei due candidati presidenti (Aurelio Mancuso vs. Ezio Menzione, poi ritiratosi), che stracciano le loro mozioni dopo mesi di unghiate e ne redigono una comune in cui la punteggiatura è un’opinione. La commissione Cultura lavora con tale proficuità da rendere necessaria una sessione notturna. La commissione. Organizzazione respinge come nello scorso congresso la proposta di destinare 0,50 Euro di ciascuna tessera direttamente ai Comitati Provinciali. Certo, ci saranno criteri di redistribuzione di parte delle risorse, in base a progetti presentati dai comitati, come già avviene da due anni: chi ha mai visto il bando, lanci la prima pietra.

La notte delle briciole, il Cassero che minaccia abbandoni e l’elezione (scontata e anche un po’ kitsch) di Mancuso A notte inoltrata, Mancuso riunisce i suoi in un incontro a porte chiuse per decidere a chi lasciare le briciole, mentre la minoranza cerca di fare pressione per non affogare. Le sorprese (ammesso che ce ne fossero) sono quasi finite. L’ultima, sugosa, è che la minoranza e in particolare i bolognesi arrivano con quello che comunemente si chiama ricatto: o ci date posti rilevanti in segreteria e consiglio nazionale, o il Cassero esce dal circuito ricreativo. In ballo, diverse decine di migliaia di euro. Ma alla fine arriva un contentino, e gli animi si fanno più ragionevoli: postumi di sbornie notturne? Domenica mattina si esauriscono gli interventi dei delegati e si dà il via alle votazioni elettroniche: a ciascuno il proprio telecomando (uau!).

Quando sullo schermo compaiono i risultati dell’elezione di Mancuso parte la base musicale, “We are the champions”. Kitschissimo. Tutto va come previsto, ma l’elezione delle cariche non è poi così concorde. Poco dopo, Grillini lascerà la sala nel momento dell’attribuzione della presidenza onoraria anche a Sergio Lo Giudice: è mortalmente offeso. Niente di nuovo sotto il sole. Anche se, nonostante tutto, auguriamo davvero di cuore ad Arcigay di continuare a crescere e a maturare.

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