Da Zero a Bolle arrivando a Scanu: tre generazioni di artisti gay

L’editoriale del nostro direttore: tre generazioni di artisti omosessuali a confronto

Oggi vi parlerò del coraggio. Sì, il coraggio: quello che ciascuno di noi ci ha messo quando ha dichiarato di essere gay ai propri genitori, ai propri amici, ai colleghi di studio o di lavoro. E declineremo insieme il coraggio con la consapevolezza: quella che ci fa rendere conto dell’intimo valore rivoluzionario del nostro atto di coraggio, del nostro coming out, capace di rompere tabù, smuovere coscienze, mettere in crisi le fondamenta più arcaiche della nostra società, basata ancora troppo sul dominio dell’uomo nei confronti della donna e, conseguentemente, sul ruolo stereotipato che ciascun genere deve avere nella nostra società. Il coraggio lo hai o non lo hai, e così la consapevolezza: se ne sei privo, prima o poi la società, la cultura, la vita ti impongono di fare delle scelte che inevitabilmente ti costringeranno, forse, a far tuoi entrambi gli elementi. Parlerò poi di simboli: simboli come l’anello al dito di Umberto Bindi nel 1961 o come il tripudio rainbow al Festival di Sanremo. Quei simboli che sono la storia, la raccontano e sono in grado pure di modificarla.

L’omosessuale sessantacinquenne Renato Zero ha avuto coraggio. Un coraggio artistico, tipico di quegli anni ’80 dove la musica moderna si coniugava con la trasgressione. E’ stato un grande artista, certamente, ma la consapevolezza della sua omosessualità è prossima allo zero, tipica di quegli anni, almeno per chi non faceva parte di quella piccola elite d’avanguardia che militava nel movimento gay o ne era vicina. Perché quindi pretendere da lui quella consapevolezza del suo ruolo pubblico che in fondo non ha mai avuto e che, invece, come ci ricordava la rete ieri sera, lo portò nel non troppo lontano 2005 a fare dichiarazioni imbarazzanti , paragonando gli omosessuali – e quindi anche se stesso – a dei figli down? Tra lui e Lucio Dalla, quello straordinario Lucio che oggi avrebbe 72 anni e che non dichiarò mai la sua omosessualità , lasciando il suo compagno senza un tetto sotto il quale dormire, non c’è quindi differenza. Quella generazione, purtroppo, è troppo segnata dalla repressione per chiederle di più: e se l’arte di Renato è indiscutibile, il suo coraggio e la sua consapevolezza lo sono eccome, perché dire parole chiare su un tema di cui discute tutta l’Italia a lui costava davvero nulla. Meno di zero o poco più, visto che ha fatto un discorso contorto, quasi democristiano, nella cui esegesi non voglio perder tempo. Ma l’arte, si sa, non sempre corrisponde alla capacità di leggere la storia e di comprendere la potenza del proprio ruolo pubblico. E di Umberto Bindi, che oggi avrebbe 83 anni, che nel 1961 si presentò sul palco dell’Ariston con un anello al dito pur non essendo sposato e che pagò a caro prezzo il suo coraggio, ce n’erano davvero pochi.

L’omosessuale quarantene Roberto Bolle è di un’altra generazione, invece. E ieri sera si è visto. Anni fa, nel 2009, rilasciò una intervista ad una rivista francese dichiarando la sua omosessualità. Poi, gli toccò smentirla, probabilmente per il clamore che ne derivò e che aveva sottostimato. Mesi fa, fu paparazzato in sella a un motorino per le strade di Milano mentre baciava un altro uomo. Noi gli chiedemmo un gesto , ma a lui non riuscì farlo e si rinchiuse nella sua indiscutibile arte: è quella che parla, sostenne, e la mia vita privata tale deve rimanere. Coraggio, quindi, ma non consapevolezza. I percorsi individuali, del resto, non si toccano: sono troppo personali per poterli giudicare e così come apprezzammo il coming out di Tiziano Ferro proprio per la difficoltà del percorso che lo portò a rivelare la sua omosessualità, non ci rimaneva che aspettare. Siamo stati ripagati: non conta molto, ma quel bracciale arcobaleno indossato ieri sera a Sanremo da Roberto Bolle, è un segnale importantissimo, proprio perché viene da una persona che fino ad oggi mai si era voluta schierare. E noi lo rispettiamo e lo applaudiamo, proprio e soprattutto perché possiamo comprendere quanto gli è costato indossarlo.

L’omosessuale venticinquenne Valerio Scanu è di una generazione ancora tutta diversa. Non ha mai fatto mistero della sua omosessualità: pur non dichiarandola, mai l’ha nascosta o smentita. E’ di una generazione inevitabilmente sottosta alle ineludibili regole dell’industria discografica: se sei gay, prima di proclamarlo devi avere successo. Piaccia o non piaccia, sia paragonabile la sua arte con quella di Renato Zero o di Roberto Bolle (e sappiamo che non lo è, senza timore di offenderlo), Valerio ha saputo fare il suo rispettabile percorso artistico, ha fatto precedere la sua apparizione sul palco dell’Ariston con una bella intervista al nostro Alessio Poeta e si è presentato al Festival di Sanremo con mille variazioni di drappi rainbow, ostentando quasi la sua appartenenza e la condivisione dei nostri valori. Chapeau, verrebbe da dire, perché a venticinque anni, da uno che può e deve ancora sfondare, in fondo di più non possiamo chiedere.

Ed allora, ecco che ci troviamo di fronte al solito problema generazionale. Quello che in fondo fa sì che la maggioranza degli italiani sia contraria al matrimonio tra due persone dello stesso sesso, perché sono proprio i nostri connazionali over 50 a negarci questo basilare diritto. Quello che ha fatto vincere ieri gli Stadio – che, però, hanno rintuzzato Mario Adinolfi dichiarandosi comunque favorevoli alle unioni civili -. Quello dell’Italietta provinciale, ancora un po’ chiesarola, tradizionale e non moderna. Quello che in questi giorni è stato scosso dall’inarrestabile rivoluzione culturale che ha avuto il suo simbolo più forte nell’arcobaleno della città dei fiori. Quello che inevitabilmente, con gli anni, sarà spazzato via dalla locomotiva della storia. Che, si sa, va nella direzione che noi stiamo percorrendo.

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7 commenti su “Da Zero a Bolle arrivando a Scanu: tre generazioni di artisti gay

  1. E’ vero e innegabile che tra gli under 30 i favorevoli sono prevalenti ai contrari ai diritti civili. Mentre tra gli over 65 il rapporto si ribalta. Ma in mezzo c’è molta italia (Baby Boomer) praticamente i due terzi. E su questo il ragionamento generazionale non conta. Mi sembra stupido associare gli Stadio con l’italietta provinciale. Essere favorevoli ai diritti di noi coppie gay non significa per forza non esser provinciali, ovvero essere contrari, illiberali e moralisti, non significa per forza essere provinciali. Esistono anche gli stronzi globali vestiti di tante religioni, di tante ideologie e di tanto odio!!!

  2. Bolle, Zero, Platinette, Dolce&Gabbana, Malgioglio, Otelma, Busi, Signorini ecc…se questi sono i gay italiani noti o famosi che dovrebbero aiutare la categoria ad avere maggiori diritti allora siamo nella merda…….

  3. Ma non è detto che i contrari siano la maggioranza, sondaggi più che seri danno da tempo i favorevoli ai matrimoni egualitari oltre il 50%. Per il resto concordo con Alessio e prendo atto che ben 16 artisti su 20 si sono schierati, per non parlare di ospiti e conduttori. È andata bene direi!

  4. Ricordo in primis all’articolista che il festival fino agli inizi degli ani ’70 si svolgeva al salone delle feste del Casinò. Quindi Bindi nel ’61 non poteva essere sul palco del’Ariston.Detto questo, è facile fare outing con i soldi alle spalle. E comunque questo Paese è (sempre stato) gestito da retrogadi a cui dei diritti civili delle persone non è mai importato nulla.

  5. Non sono d’accordo con quanto scritto su Bolle. Consapevolezza tanta, coraggio sottozero. Il braccialetto rainbow è stato proprio il minimo indispensabile. Inoltre, il suo comportamento è francamente offensivo, per molti. Io ho 44 anni, operaio, abbastanza maschile, e vedere un ballerino classico, milionario, visibilmente effeminato (la parola checca è un’offesa, vero?) che rifiuta di parlare della propria (omo)sessualità, mi pare solo una manifestazione di codardia, non di tutela della privacy. Che esempio è per un giovane ragazzo gay? Questi non potrebbe pensare “se non lo fa lui che non ha niente da perdere perché dovrei farlo io”?

  6. Gli Stadio e l’Italietta provinciale? Ma dico, avete visto o no chi era al secondo e terzo posto? C’è da rallegrarsene che abbiano vinto gli Stadio.. Riguardo al discorso di Renato Zero francamente io trovo che le sue parole fossero interpretabili in più modi, dato anche che le ha buttate giù in modo non poco ingarbugliato. Io non ci ho visto una chiusura, ma proprio per niente. Certo, potrei aver interpretato male, ma altrettanto potrebbe aver fatto chi vede nel suo discorso l’ode alla famiglia etero. E riguardo alla forzatura dei coming out: come tutte le cose deve essere una libera scelta, nessun giudizio per chi decide di non farlo. Altrimenti è fascismo e nient’altro.

  7. l’omosessualita’ è un fatto intimo e non riguarda nessuno. nella vita conta cio’ che si è a prescindere dalle scelte sessuali. e farsi rispettare x la coerenza del proprio essere.

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