DA URANISTI A OMOSESSUALI

Nel 1869 nasce la parola omosessualità: la storia di una genesi sofferta.

Oggi ci definiamo omosessuali. Ma quale origine ha questo termine? Come mai non ci chiamiamo “sodomiti”, “invertiti”, “pederasti” o altro di molto meno simpatico? Perché non frequentiamo bar “invertiti”, saune “sodomitiche” o circoli “Arciculo” e il 29 giugno non festeggiamo il “Pride finocchio”?.

Nel corso della storia la parola “omosessuali” prevalse sulle altre definizioni, ma pochissimi di noi conoscono le vicissitudini, alterne e curiose, che fecero la fortuna di “omosessualità”.

Questo termine fu utilizzato per la prima volta nel 1869 da un militante gay ungherese Karoly Maria Benkert (1824-1882), (o Kertbeny), che costruì un infelice neologismo che univa il termine greco omoios che significa “lo stesso” e la parola latino sexus che significa “sesso” e lo utilizzò, per la prima volta nella storia, in una lettera privata indirizzata ad un militante gay tedesco Ulrichs il 6 maggio 1868 (1).

Lo stesso Benkert visse tra il 1869 e il 1875 a Berlino ove scrisse e pubblicò due pamphlets anonimi nei quali chiedeva l’abolizione del paragrafo 143 del codice penale prussiano e mostrava la sua opposizione all’istituzione del paragrafo 152 nella confederazione degli stati germanici. Nei pamphlets utilizzò i termini Die Gleichgeschlechtlichen (“quelli dello stesso sesso”) e Der Gleichgeschlechtlicher Akt (“atti sessuali tra individui dello stesso sesso”). Nacque così “omosessuali” coniato anche in opposizione “eterosessuali”.

Ma Benkert non ebbe, come militante, lo stesso successo dell’avvocato Karl Heinrich Ulrichs (2) che propose un termine, quello di “uranisti” che fino alla fine dell’ottocento sembrò prevalere su quello “omosessuali”.

Urlichs pubblicò, nel 1864, “uno studio giuridico e sociale dell’amore tra uomini” (3). Questo amore era definito urnig o uraniano e gli individui che lo provavano persero il nome di “uranisti”. L’avvocato aveva preso spunto, per coniare tale termine, dal Simposio di Platone (4) e dal brano in cui Aristofane cerca di spiegare l’amore umano dividendolo in tre sfere corrispondenti a tre generi: maschile, femminile e androgino. Quest’ultimo aveva una divinità protettrice chiamata “Musa Urania”. Ulrichs, che era omosessuale, propose nei suoi scritti anche l’idea che gli omosessuali costituissero una sorta di “terzo sesso” e che fossero uomini con “un animo femminile in un corpo maschile”.

Questa proposta, chiaramente poco scientifica, era giustificata dal fatto che se fosse esistito un “terso sesso” sarebbe stato naturale quanto quello maschile e femminile e quindi immodificabile e non perseguibile per legge.

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Più che “uranista” ebbe fortuna la definizione di “terzo sesso” che fu adottata, da subito, dalla stampa e che fu utilizzata per un lunghissimo periodo. Ad esempio gli omosessuali italiani implicati nello scandalo dei “balletti verdi” (5) del 1960 sono rimasti celebri anche come “terzosessisti” e la controcopertina del romanzo Roma Capovolta di Giò Stajano pubblicato nel 1959 riporta una frase decisamente omofoba: “una vicenda vissuta nell’assurdo mondo del terzo sesso” (6).

È necessario sottolineare che erano passati più o meno cent’anni da quando l’idea di “terzo sesso” era stata proposta.

Un altro studioso, il tedesco Karl Westphal (1833-90), coniò un termine per definire l’omosessualità che ebbe molta fortuna. Lo stesso nel 1869 definì i gay individui affetti da Konträre Sexualempfindung o “sensibilità sessuale contraria”. L’approccio di Westphal allo studio dell’omosessualità fu molto più umano di quello dei suoi contemporanei come, ad esempio, del Tardieau (7) che considerava i gay alla stregua di criminali. Il Westphal, per esempio, in un saggio pubblicato dalla rivista Archiv für Psychiatrie und Nervenkrankheiten (8) nel 1869 presentò il caso di una lesbica e arrivò a sostenere che la “sensibilità sessuale contraria” fosse ereditaria.

I suoi contributi fecero discutere, ma non erano accolti benevolmente: la medicina guardava ai primi tentativi degli psichiatri considerandoli alla stregua di semplici guaritori. Westphal diventò comunque un grosso esperto di “sensibilità sessuale contraria” e, ad esempio, fu chiamato a testimoniare nel processo contro Carl Zastrow, un uomo che rapì, sodomizzò e uccise un giovane. Un medico, di vecchio stampo, stabilì che Zastrow avesse acquisito la sua “passione perversa” per il sesso con i ragazzi perché da giovane si era masturbato. Westphal sostenne invece che l’uomo era affetto da “sensibilità sessuale contraria”.

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1- V. MANFRED, HERZER, Kertbeny and the Nameless Love, in “Journal of Homosexuality”, n° 12, (1985), p. 1-26.

2- Michael, Lombardi Nash, The Riddle of “Man-Manly” Love: The Pioneering Work on Male Homosexuality, Prometheus Books, Buffalo 1994.

3- Karl Heinrich Ulrichs, Vindex e Inclusa, 1864.

4- Platone, Simposio ____Inseriscine uno in venditen in una libreria virtuale!!!!

5- V. STEFANO, BOLOGNINI, Balletti verdi uno scandalo omosessuale, Liberedizioni, Brescia 2000.

6- GIÒ, STAJANO, Roma capovolta, Quattrucci, Roma 1959.

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7- V. AMBROISE TARDIEAU, I delitti di libidine. Oltraggi al pudore, stupri ed attentati al pudore, pederastia e sodomia, Capaccini, Roma 1898.

8- CARL, WESTPHAL, Die Konträre Sexualempfindung, in “Archiy für Psychiatrie und Nervenkrankheiten”, 2 (1869), 73-108. Nel 1871 la definizione di Westphal fu utilizzata da un giornale di medicina inglese che tradusse “sensibilità sessuale contraria” con “tendenza invertita”. Fu un italiano, il dottor Tamassia, che nel 1878 tradusse “tendenza invertita” con “inversione sessuale” (9).

Lo scienziato credeva che «l’omosessualità fosse una condizione in cui nell’organismo di un determinato sesso si osserva un atteggiamento tipico dell’altro sesso, ovvero, per l’appunto, invertito. Oggi le persone che Tamassia descrive nel saggio in cui conia la parola invertito sarebbero classificate come “transessuali”, ma all’epoca si riteneva che costoro fossero i più rappresentativi esempi (o esemplari…) della “categoria” dei “diversi”» (10).

Anche il termine “inversione” ebbe notevole successo in campo giornalistico. Nel 1948, ad esempio, un articolo di “Le Vie Nuove”, un settimanale comunista italiano, titolava A Capri gli invertiti vanno a messa alle 13 in punto. (11) Il pezzo descrive, acidamente, uomini borghesi che “si chiamano Giangi, Fofo e Fizi, hanno lunghi riccioli sul collo, metalli preziosi che incatenano loro polsi e caviglie, collane […]né maschi né femmine […] siamo convinti che la spinta di un dito li farebbe rotolare a terra”.

Ogni riferimento non è puramente casuale e nel nostro paese abbiamo udito echi del termine “invertito” con accezione chiaramente sprezzante fino agli anni settanta.

Furono gli studi del 1890 a riportare in auge la parola “omosessuale” grazie a medici e psichiatri che avevano direttamente o indirettamente letto le tesi di Benkert.

Krafft Ebing (1840 – 1902) nel suo testo più famoso, Psychopathia Sexualis (12), arriverà a parlare di “omosessualità” come categoria. Il testo è un classico degli studi sulla sessualità ed ebbe fama e divulgazione enorme. Gli omosessuali erano definiti finalmente omosessuali.

I grandi scandali d’inizio secolo (Wilde, Krupp, Molthe?Eulemburg), poi, la letteratura scientifica e la psicoanalisi fecero la fortuna della definizione. La psicanalisi, in particolare, rifiutò l’idea che l’omosessualità avesse cause organiche e di conseguenza si allontanò dal termine “uranista” di Urlichs.

Secondo Giovanni Dall’Orto il termine “omosessualità” era “”discreto” [e] adatto anche ai giornalisti” (13) mentre Daniele Scalise sostiene che la parola sostituì “vocaboli e locuzioni vetuste o decisamente imbarazzanti. Forse per quel suono aulico e insieme tecnico che aggiornava l’interdetto biblico medicalizzandolo, forse per quel potere lessicale apparentemente neutro che non offendeva gli orecchi più delicati” (14).

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La definizione divenne codificata e popolare tanto da essere utilizzata anche negli studi di Freud.

Gianni Rossi Barilli ipotizza che “il linguaggio freudiano era comunque destinato a permeare molte delle successive rappresentazioni dell’omosessualità, anche al di là dei confini della psicoanalisi, ossia nella letteratura, nelle arti figurative e nel cinema, nella filosofia e nella politica” (15).

Le numerose definizioni dell’individuo gay continuarono comunque a convivere a lungo. Non si calcolano inoltre i tentativi di ridefinizione del concetto come quello di van de Spijker che nel 1966 coniò “omotropia” (inclinazione verso lo stesso sesso). Non credo però che tra qualche hanno ci chiameranno “omotropi”.

Ancora oggi il termine omosessualità è dibattuto. Alcuni sostengono che tale definizione punti il dito sulla sessualità dei gay e non sulla dimensione affettiva del loro rapporto.

Molti preferiscono definirsi (o non definirsi per nulla) gay termine che, per la cronaca, è stato utilizzato per la prima volta in Italia in un romanzo di Albero Arbasino: Super-Eliogabalo (16) ed era il 1969. Il termine gay ha un’altra storia che racconteremo in futuro.

In Italia questo dibattito non è nemmeno allo stadio embrionale, ma discutiamo ancora di opportunità o meno di definirci. Prima che lo facciano gli altri, che tendono ad appiopparci appellativi sprezzanti o poco simpatici come “frocio”, “finocchio” “culo”, “invertito”, “terzosessista” e altro è meglio anticiparli e definirci da noi.

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9- TAMASSIA ARRIGO, Sull’inversione dell’istinto sessuale, “Rivista sperimentale di freniatria e medicina legale”,

IV 1878, pp. 97?117.

10- GIOVANNI, DALL’ORTO, Le parole per dirlo, “Sodoma”, n° 3, 1986.

11- A.,M., AMENDOLA, A Capri gli invertiti vanno a messa alle tredici in punto, in “Vie Nuove, settembre 1948, p. 15: cit. in: SANDRO, BELLASSAI – MARIA, MALATESTA, Genere e mascolinità uno sguardo storico, Bulzoni, Roma 2000, p. 268.

12- In tutte le edizioni del testo. Io ho consultato RICHARD, KRAFFT-EBING, Psychopathia Sexualis, Shor, Milano 1931.

13- Ibidem, nota 10.

14- DANIELE, SCALISE, Cose dell’altro mondo Viaggio nell’Italia gay, Zelig, Milano 1996, p. 20.

15- GIANNI, ROSSI BARILLI, Il movimento gay in Italia, Feltrinelli, Milano 1999, p. 17.

di Stefano Bolognini