DIRITTI GAY E DOVERI DEL GIURISTA

di

Dal Dipartimento Giuridico dell'Università di Trieste una riflessione sui compiti del legislatore nel rispondere alle richieste della comunità omosessuale. E sui ritardi della legge.

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
977 0

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento da Paolo Cendon e Francesco Bilotta dell’Università di Trieste – Dipartimento Giuridico di Economia
Il 4 novembre scorso, il Consigliere Domenico Maltese, dalle colonne de “Il Piccolo” di Trieste, ha messo in evidenza una circostanza vera: nel nostro attuale codice civile non è contemplato il matrimonio tra due persone dello stesso sesso.
Viene in mente il Posto delle fragole di Bergman, quando il dott. Borg si trova (in uno dei suoi sogni/incubo) a dover fare un esame di medicina. L’interrogante pone varie questioni, cui il vecchio medico non sa rispondere; arriva poi l’ultima domanda: “Qual è il primo dovere di un medico?”. L’interrogato esita, balbetta, alla fine ammette che non conosce la risposta. E l’altro: “Il primo dovere di un medico è quello di chiedere scusa”.
Lo stesso, noi crediamo, dovrebbe valere per il giurista di oggi.
Si sa che il diritto si occupa ben poco dei soggetti fragili – infermi psichici e malati in generale, morenti, persone che soffrono, detenuti, madri single, omosessuali, senza casa, extracomunitari. Ed è vero che molti dei baluardi utili a migliorare, sotto il profilo giuridico, la condizione di chi è in affanno sono ancora da raggiungere.
Ma proprio per questo: quale dovremo pensare che sia, dinanzi a tutto ciò, il compito dell’uomo di legge? Quello di rimarcare l’inesistenza dei presidi formali? O non invece quello di valorizzare i pur scarsi indici testuali che esistono: mettendo in luce il contrasto fra Codice civile e Costituzione “materiale” – la distanza rispetto ai grandi principi che si ricavano dai Trattati internazionali, dalla Carta europea dei diritti dell’Uomo, dalla Costituzione europea presto in vigore?
Quando la mano indica la luna, a cosa sarà auspicabile che guardi il buon giurista, alla mano oppure alla luna?
Non v’è dubbio che un ordinamento sordo, latitante, può essere fonte di infiniti disagi per i gay e per le lesbiche. Tanti sono i preconcetti con cui “i diversi” sono costretti a convivere, nel 2004, giorno per giorno.
Molti adolescenti gay – basta aprire gli occhi – sono smarriti; non sanno che fare, con chi parlare dei propri sentimenti. Sentono la riprovazione di coloro che li circondano: genitori, insegnanti, amici. Non è casuale l’alto tasso di suicidi tra i ragazzi gay.
E c’è un rapporto strettissimo tra la solitudine di cui parliamo e i ritardi della legge. Se intervenissero norme volte a colpire le discriminazioni, a proteggere l’identità sessuale, a incoraggiare ad un clima non omofobico; se gli orizzonti ufficiali diventassero comprensivi verso ogni differenza, pronti a sostenere le persone per quello che realmente ciascuno è e vuole: ebbene, forse non tutte le forme di “bullismo” o di mobbing in classe svanirebbero: ma almeno i compagni più aperti non avrebbero paura di dire la loro, gli insegnanti e le famiglie interverrebbero a stroncare risatine e dileggi. Forse anche i ministri penserebbero prima di parlare.
A pensarci bene, tanti sono i passaggi della quotidianità avvelenati dall’inadeguatezza degli strumenti giuridici; specialmente quando la salute vacilla, le finanze non sono cospicue – in una parola, quando la vita rende una persona più esposta, pencolante.
Ad esempio. Non c’è – per i gay – alcun diritto alla pensioni di reversibilità, né alcuna prerogativa di carattere successorio anche nel caso di unioni prolungatesi per decenni. Non è possibile subentrare nel contratto di locazione alla morte del proprio compagno o della compagna, quando questi è il solo ad averlo formalmente stipulato. Nessun tipo di comunione patrimoniale. Nessun ricongiungimento familiare con il proprio partner extracomunitario.
Solo al consorte è riconosciuta la facoltà di assistere il partner malato, prendere al suo posto decisioni di carattere sanitario, visitarlo in carcere. Non c’è per il gay il diritto di astenersi dal testimoniare nel corso di un processo, quando l’imputato è il compagno di una vita. E il convivente a cui la nuova legge sull’amministrazione di sostegno riconosce il potere di ricorrere affinché un giudice tutelare conceda misure di supporto al compagno disabile, sarà anche il convivente omosessuale?
Oggi in Italia si avverte, sempre più acutamente, la necessità di un modo diverso di concepire il diritto. Non abbiamo più bisogno di un ordinamento marmoreo, pietrificato nei secoli: occorre un sistema di precetti, e un modo di concepire il comando giuridico, in grado di rispondere alle domande di giustizia di chi “da solo non ce la fa”. E non c’è maggior vulnerabilità che quella di vivere in una società in cui si è (ben che vada) tollerati, ma non trattati come soggetti di diritti.
Da molte parti sale anche in Italia la richiesta di immaginare, entro il codice civile, una possibilità di matrimonio o comunque di un istituto che preveda qualche forma di tutela per le unioni gay. Queste cose fanno ancora parte della luna? Forse, ma è in quella direzione che il buon giurista deve guardare.
Paolo Cendon e Francesco Bilotta
Università di Trieste – Dipartimento Giuridico di Economia

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...