DIRITTI TRANSESSUALI

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Titti De Simone presenta alla Camera tre proposte di legge permettere alle persone transgender di adeguare il nome alla loro identita' psico-fisica e all'aspetto.

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ROMA – Tre proposte di legge di Rifondazione comunista per un unico diritto: quello di rendere possibile il cambiamento del nome per le persone transgender o transessuali, in modo da adeguarlo alla loro identita’ psico-fisica ed al loro aspetto esteriore. Le tre proposte, sottoscritte da numerosi deputati della sinistra “pochi del centrodestra” – osserva la promotrice Titti De Simone durante la presentazione, rientrano nell’ambito della campagna per “l’estensione dei diritti della cittadinanza nella nuova Europa” intrapresa dal Prc.
“Le norme proposte – afferma De Simone, annunciandone la prossima calendarizzazione – sono necessarie per superare l’arroccamento ideologico che si e’ determinato nel nostro ordinamento giuridico. L’Italia, infatti, e’ rimasta fanalino di coda rispetto ad altri paesi europei come ad esempio la Germania e la Gran Bretagna”. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche i due giuristi (avv. Coco e Stefano Fabemi) che hanno contribuito alla stesura delle proposte, Dario Rivolta (Fi), uno dei pochi deputati che ha aderito a una delle tre proposte, e numerose rappresentanti di associazioni transessuali.
“E’ un atto dovuto – ha spiegato Rivolta nel suo intervento – mi chiedo come mai non sia ancora stato fatto. E’ solo un dovere di adeguamento a una difformita’ tra l’identita’ psicofisica e l’aspetto esteriore da un lato ed il nome dall’altro”. La proposta cui ha aderito il deputato azzurro punta alla “piccola soluzione”, appunto la possibilita’ per la persona transgender o transessuale di adeguare il nome al suo stato anche nella fase di transizione. La legge sul cambiamento del nome, spiega l’avv. Coco, prevista in passato solo se il cognome era “ridicolo o vergognoso” ha subito attraverso pseudo-riforme delle norme sullo stato civile, i diritti e le liberta’ ulteriori peggioramenti. “Mi riferisco – spiega – a un decreto del presidente della Repubblica del 2000 che di fatto ha ristretto l’ambito applicativo dei presupposti dell’autorizzazione ai cambiamenti del nome. Un decreto evidentemente in contrasto con quanto sancito dall’articolo 22 della Costituzione sul diritto al nome che dovrebbe riassumere in se’ tutte le sue possibili forme di manifestazione e applicazione”. Un’altra norma che e’ fonte di discriminazioni sociali e un ostacolo nell’accesso al lavoro e’ dovuto proprio al fatto di non poter avviare le procedure se prima non si e’ fatto un intervento chirurgico in grado di attestare le nuove generalita’ del soggetto richiedente.
Sono anche intervenute alla presentazione delle proposte alcune rappresentanti di associazioni transessuali che hanno denunciato coralmente le avversita’ incontrate nella vita quotidiana dai transgender a cominciare dalla esibizione dei documenti di riconoscimento, ai versamenti e le riscossioni in banca, dal pagamento con la carta di credito, al mobbing nei posti di lavoro, per non parlare poi del fatto che molti rinunciano anche di andare a votare. Tutte definiscono l’assenza di una normativa adeguata una “violazione dei diritti e di privacy” nel momento in cui sono costretti a identificarsi.
“La nostra richiesta – dice per tutte Marcella Di Folco dell’associazione Mit transgender – dopo tanti anni di battaglie e’ un diritto dovuto. Spesso poi si hanno dei problemi a sottoporsi ad interventi chirurgici per cambiare sesso. Il nostro – conclude – e’ un problema di identita’ che coinvolge tra le 20 e le 30mila persone tra italiani e stranieri. E va rispettato e riconosciuto”.

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