Dopo Ikea, ecco le aziende italiane più gay-friendly

Non solo nelle dichiarazioni, ma nei contratti di lavoro. Così i dipendenti di Johnson&Johnson o di Telecom che hanno partner gay vengono cinsiderati al pari delle coppie etero.

Autoproclamarsi "gay-friendly" non è sufficiente. Sostenere campagne di comunicazione a favore dei diritti delle persone lgbt e manifestare in questo modo la propria apertura "a tutti i tipi di famiglie" è un dovere, ma non basta. Per alcune aziende che operano in Italia è arrivato il momento di passare ai fatti e "dare il buon esempio" a partire dai propri dipendenti. Nella prassi, ma anche a livello contrattuale. Dopo il "caso Ikea", altre aziende ora fanno coming out: dalle assicurazioni sanitarie "allargate anche ai conviventi dello stesso sesso" ai "ricongiungimenti", in caso di trasferta, pagati dall’azienda, le imprese muovono i primi passi per l’equiparazione dei diritti. Argomento che "va affrontato", per il sottosegretario all’Istruzione Mario Rossi-Doria, altrimenti "la produzione economica in Italia diminuisce". In occasione della giornata internazionale per la lotta all’omofobia, Ikea ha annunciato la sua nuova policy con la quale estende anche alle coppie gay di dipendenti i benefit previsti per le coppie etero. 

"Lo studio legale internazionale Linklaters – ha dichiarao all’ANSA l’avvocato Dario Longo – offre da un anno l’assicurazione sanitaria privata estesa al coniuge e al convivente more uxorio, anche al convivente more uxorio dello stesso sesso". Anche Telecom, aggiunge Fabio Galluccio, responsabile People Care, "ha aperto il dibattito sull’equiparazione dei diritti: sia a livello di assicurazione sanitaria sia a livello di attività all’interno del circolo ricreativo, per estendere i diritti previsti per i familiari anche alle coppie di fatto omossessuali". All’interno di Johnson & Johnson, invece, "non esiste una policy espressa, ma nella pratica il trend è quello di adottare alcuni trattamenti in modo estensivo". Gaetano Colabucci, Area Managing Director per il Sud Europa, ricorda ad esempio che "se un dipendente viene trasferito per lavoro a Londra e il convivente dello stesso sesso rimane in Italia, i viaggi di ricongiungimento nei fine settimana sono a carico dell’azienda, come se a viaggiare fosse una persona sposata che deve raggiungere il coniuge".

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"Ma oltre a questi esempi – spiega il presidente di Arcigay, Paolo Patané – in Italia ne esistono altri. Come la rete di fast food Eataly o la multinazionale Lush, che al suo interno ha policy di apertura verso i dipendenti lgbt molto significative: i contratti aziendali parificano i benefit delle coppie sposate a quelli delle coppie dello stesso sesso. Diversamente da quanto accade invece con Google, Apple e Ibm che in Italia non adottano politiche di parità" che invece adottano negli States. Eppure, sottolinea il direttore esecutivo di Parks, Ivan Scalfarotto, "le persone lgbt, che nelle grandi città sono il 10% della popolazione e che come gli altri vanno ogni giorno al lavoro, renderebbero di più se potessero condividere liberamente la loro vita privata e familiare con i colleghi".