Elezioni perse? Facciamo lobby

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Il Segretario nazionale di Arcigay parla della prossima strategia. "Serve una lobby sociale. Per questo partità una campagna per coinvolgere tutti: dall'idraulico gay alla commercialista lesbica."

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Il risultato delle ultime elezioni ha decisamente dato uno scossone alla scena politica italiana. Se in meglio o in peggio, sarà da vedere. Prima delle elezioni c’era chi con una battuta diceva: "Tranquilli, comunque vada sarà un disastro". Le prospettive non erano infatti entusiasmanti. Da un lato un partito, il PD, ancora in fieri e che durante il governo Prodi per i diritti delle persone LGBT non era riuscito a fare granché, con poche seppur lodevoli eccezioni. Dall’altro il PDL, in cui a parte il nome non si riusciva a scorgere grande rinnovamento né una prospettiva di centrodestra europeo, serio e senza gli estremismi che hanno finora caratterizzato la destra nostrana. Molti commentatori politici si augurano che il nuovo governo Berlusconi abbia, per il bene dell’Italia, un profilo veramente innovatore e ben diverso dai governi precedenti. Per il bene delle persone LGBT, ci auguriamo anche noi che il governo Berlusconi assuma un profilo da "centrodestra europeo".

Lo scossone elettorale, un vero e proprio tsunami, ha creato in molti grande delusione. Ma la vera delusione per le persone LGBT non sta in chi ha vinto o perso le elezioni. La delusione che tutte e tutti dobbiamo metabolizzare è quella dei due anni precedenti. Dal febbraio 2006, quando i PACS non furono inseriti nel programma dell’Unione, e questa ha colpito soprattutto i militanti, ai primi mesi del 2007 quando il disegno di legge sui DICO è saltato, e questa ha colpito anche chi non è particolarmente militante. Per quanto fossero una proposta impastocchiata, hanno avuto una grande valenza simbolica: le coppie omosessuali avrebbero potuto avere cittadinanza in qualche modo in questo paese. Così quando i DICO sono stati cassati in Parlamento, migliaia di coppie omosessuali hanno avuto la percezione netta che per altri dieci anni non ci sarebbero state leggi, vuoi per l’incapacità a realizzarle del centrosinistra, vuoi perché poco c’era da aspettarsi su quel fronte dal centrodestra che tutti si aspettavano avrebbe vinto le elezioni. Per chi è più giovane, per i "ventenni" c’è stata la rabbia della "prima" delusione della politica, ma per chi era un po’ più maturo e aveva anche solo 30 anni voleva dire che del riconoscimento della propria coppia se ne sarebbe riparlato verso i quaranta – una prospettiva ben diversa, che ha generato una delusione cocente, dalla disillusione per le promesse non mantenute, e rabbia, quella rabbia che ha riempito Piazza San Giovanni durante il Pride del 2007.

È questa delusione che è ancora da metabolizzare. Poi ci sono state le elezioni politiche e stiamo aspettando di conoscere la prossima squadra di governo. Che fare ora come movimento LGBT?

Innanzitutto, noi tutti e tutte che ci impegniamo nell’associazionismo, dobbiamo trarre alcune conseguenze. Da mesi, almeno in Arcigay, ci diciamo che non siamo in sintonia con il popolo LGBT di questo paese – è ora di concentrarsi finalmente a entrare in sintonia. Abbiamo iniziato con il nostro Congresso, scegliendo una linea di chiarezza rispetto al nostro orizzonte rivendicativo della piena uguaglianza, e marcando l’autonomia dai partiti, una scelta che non è stata priva di conseguenze. Ma è stato solo l’inizio, e la strada per poter essere davvero e pienamente rappresentativi è ancora lunga.

Abbiamo fatto una scelta rispetto alla nostra identità, quella di essere il nucleo di una lobby sociale forte ed estesa che possa finalmente portare un cambiamento per le persone LGBT di questo paese. Questa lobby ad oggi ancora non c’è né siamo finora stati in grado di metterla in atto. Nei due anni passati, un primo riconoscimento delle nostre unioni familiari sembrava ad un passo, ma si è rivelata un’illusione, altre lobby sono state ben più influenti del nostro movimento. Dobbiamo ora riprendere il lavoro con rinnovato impegno e rinnovata forza per ottenere dei risultati, ma non basta l’impegno, serve che ci dotiamo di strumenti e strategie nuovi, serve che costruiamo la lobby sociale.

La forza di una lobby si può basare sui capitali che riesce ad orientare (e non è il nostro caso), si può basare sui voti che può indirizzare (e nemmeno questo è il nostro caso, al di là di situazioni molto specifiche), si può basare, specie nel caso di una lobby sociale come noi intendiamo, sull’autorevolezza che ha. Questa autorevolezza dobbiamo impegnarci a costruire e rinnovare, in primo luogo diventando veramente rappresentativi e portatori degli interessi e delle richieste legittime delle nostre comunità. Per questo stiamo lavorando per far partire dall’autunno un’ampia campagna di ascolto e di coinvolgimento di tutti e tutte, dall’idraulico gay alla commercialista lesbica, per costruire un’ampia rete, per fare, prima ancora che gli interessi dell’associazione, gli interessi di chi vi partecipa.

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