Coppia gay trattenuta e derisa dallo staff dell’Emirates Airlines

“Siete fratelli?”, sentendosi rispondere di no lo staff Emirates li blocca per due ore in una stanza impedendo loro di partire.

Ancora una notizia che intreccia questioni di genere, compagnie aeree e mondo islamico. Dopo la polemica social a cui ha dato inizio l’editoriale di Massimo Gramellini sulle nuove divise di Alitalia, a suo parere influenzate dallo sguardo musulmano sul femminile (qui la nostra riflessione in merito), ecco una testimonianza di cui avremmo preferito non dovervi informare.

Lee Charlton, 42 anni, e il suo compagno Jason, inglesi, qualche giorno fa erano in viaggio da Dubai a Durban (Sud Africa), con il figlio Kieran. In procinto di imbarcarsi su un volo dell’Emirates airlines, la coppia si è trovata di fronte all’omofobia del personale di terra: gli hanno chiesto se fossero fratelli, alla risposta che no, stavano insieme li hanno derisi per poi di fatto quasi impedirgli di prendere il loro volo. I due uomini e il piccolo, sempre secondo il racconto di Lee, sarebbero stati chiusi per due ore in una stanza, sentendosi dire che non avevano più il permesso di imbarcarsi.

Sarebbe stata un’impiegata del check-in a domandare se Jason o Kieran fossero fratelli di Lee, poi avrebbe chiamato il suo manager per risolvere la questione. Una volta che i due hanno ammesso di essere una coppia sarebbe scattato il fermo di circa due ore, motivato da alcune presunte irregolarità riscontrate nei documenti, irregolarità che non gli avrebbero permesso di raggiungere il Sud Africa.

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Emirates Airlines dopo la denuncia dell’uomo ha tenuto a precisare che i ritardi ci sono stati, ma sono stati causati da un errore sulla carta di imbarco dei passeggeri, riscontrati i quali la famiglia è stata gentilmente invitata a sedersi in uno degli uffici della compagnia, in attesa della risoluzione del problema. Ma Lee controbatte: “È stato a causa del nostro orientamento sessuale, non ci sono dubbi. Ero scioccato, è stata una situazione orribile e fortemente stressante. Il manager ha guardato i nostri documenti e ci ha detto che avremmo potuto avere problemi  nel proseguire il viaggio”. “È il Sud Africa” avrebbe detto il manager Emirates, “non è colpa nostra”.

Lee si dice molto sorpreso che una compagnia così grande e importante non sensibilizzi il personale su temi di questo genere, in modo da superare i pregiudizi che potrebbero esserci. L’uomo ha deciso di scrivere una lunga lettera di reclamo alla compagnia, ma non ha ancora ricevuto risposta. “La cosa peggiore” racconta, “è che per lavoro viaggio spesso in Sud Africa e sarò costretto a volare ancora con Emirates. Altrimenti ci penserei due volte prima di tornare a Dubai in futuro”.

È importante ricordare che l‘omosessualità a Dubai è illegale, punita con pene fino a 2 anni di carcere, quindi proprio non si scherza. In realtà però la compagnia aerea dice di aver agito come ha agito solo per far rispettare le leggi del Sud Africa, dove dal giugno 2015 chiunque viaggi con un minore deve provarne la parentela, mentre il genitore che viaggia da solo col figlio deve presentare un documento che attesti il consenso del genitore assente.

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“Abbiamo controllato e ci risulta che la famiglia Charlton abbia poi continuato il suo viaggio com’era previsto sino a Durban”, fanno sapere dall’Emirates, aggiungendo: “Ci scusiamo per l’inconveniente ma il rispetto delle leggi internazionali in futuro non verrà meno, soprattutto quando sono coinvolti minori”. Insomma, nessuna ammissione da parte della compagnia. Lee continua la sua battaglia e noi restiamo vigili sugli sviluppi.