ESSERE GAY IN IRAN

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Ancora negati i diritti civili nel paese islamico: vietate le manifestazioni. I gay continuano a essere messi a morte. Ma grazie a internet e tv satellitare, qualcosa sta...

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Il 9 luglio 1999 alcuni studenti iraniani manifestarono il loro dissenso nei confronti del regime. La manifestazione venne stroncata duramente. Gli universitari di Teheran che in questi giorni volevano commemorare l’anniversario, si son visti rifiutare all’ultimo minuto il permesso di manifestare. Molte associazioni nel mondo hanno espresso solidarietà con gli studenti: il quotidiano Il Riformista ha organizzato per oggi a Roma una manifestazione cui ha aderito anche Arcigay Nazionale. Riceviamo e volentieri pubblichiamo, da parte del presidente Sergio Lo Giudice, questa anlisi della situazione della comunità gay e lesbica in Iran
BOLOGNA – “Ciao, sono un gay iraniano di 26 anni. Sto cercando un ragazzo gay dai 22 ai 30 anni. Se vuoi puoi spedirmi una mail”. ” Ciao, sono un ragazzo di 22 anni che vuole avere una relazione con un uomo dai 25 ai 45 anni. Non sono come gli altri ragazzi di qui. Non cerco una relazione duratura. Tutto quel che voglio è sperimentare sesso soft con uno studente come me”.

Behzad, 26 anni, e Kiarash, 22 anni, sono nati e vissuti a Teheran. Sono solo due dei tanti gay iraniani che affidano alle chat su Internet la possibilità di uscire dall’isolamento, trovare un compagno, entrare in contatto con la comunità gay internazionale. L’Iran infatti è, insieme ad Arabia Saudita, Yemen, Mauritania, Sudan e Afghanistan, uno dei paesi islamici che prevede la pena di morte per le persone omosessuali.
“L’omosessualità è un peccato agli occhi di Dio e un crimine per la società”, aveva dichiarato l’ambasciatore iraniano all’Aja già nel 1987, scatenando le reazioni delle associazioni glbt olandesi. Nel 1995, alla Conferenza delle Donne di Pechino l’Iran contribuì col suo voto a bloccare l’inserimento dell’orientamento sessuale nel documento finale ogni riconoscimento delle persone omosessuali. Alla Conferenza dell’ONU sull’AIDS di New York, nel 2002, i delegati iraniani, insieme a quelli di altri paesi arabi, si opposero ad ogni riconoscimento delle minoranze sessuali.

Ancora oggi il codice penale islamico prevede la condanna a morte per i sodomiti, se sani di mente, consenzienti e adulti. Un minorenne può cavarsela con 74 frustate. Se non c’è stata penetrazione, ma solo petting (“tafhiz“) o se il tribunale può provare solo che i due uomini stavano “nudi sotto le coperte senza motivo”, anche per gli adulti basteranno cento frustate. La stessa pena è prevista per i rapporti lesbici. I recidivi, o le recidive, alla quarta volta saranno lapidati, ma se c’è pentimento il crimine potrebbe anche essere perdonato. La pena, va da sé, si applica anche ai non musulmani.
Amnesty International è riuscita, nel tempo, a raccogliere alcuni dati sull’applicazione della pena. Nel 1990 tre gay e due lesbiche furono decapitati pubblicamente. Nel 1992 il leader sunnita Ali Mozafarian fu giustiziato dopo una condanna per spionaggio e sodomia, le stesse accuse rivolte nel 1994 allo scrittore dissidente Ali Akbar Saidi Sirjani. Nel 1995 il derviscio Mehdi Barazandeh fu lapidato. Nel 1998 Ali Sharifi fu impiccato per aver avuto un rapporto gay.

Il cambio di sesso per le persone transessuali è legale, ma non è possibile il necessario processo di accompagnamento alla transizione, perché fino all’operazione chirurgica si è considerati omosessuali, cioè criminali. Questo rappresenta una tremenda pressione sui transessuali verso la soluzione chirurgica, tanto più che in Iran le persone omosessuali hanno sempre fatto molta fatica a riconoscersi in un’identità gay o lesbica.
“Questa situazione in Iran sta cambiando quasi dovunque – scrive Niloufar, trentenne iraniana emigrata in Belgio, sul sito gay theGully.com – da quando la gente ha accesso ad Internet e alle parabole satellitari. Le persone cominciano a pensare di potersi identificare come gay o lesbiche e di potere, un giorno, essere accettate. Di più: le persone lgbt stanno iniziando ad accettare se stesse. Un’amica appena tornata dall’Iran mi ha detto che sa di una comunità gay e lesbica a Teheran. Centinaia di persone che socializzano nelle case o comunicano tramite Internet. Poter incontrare altre persone che identifichi come lesbiche fa una grande differenza: quando ero lì io pensavo di essere l’unica lesbica iraniana esistente. Gli uomini hanno molta più libertà nella società iraniana.

Per loro è più semplice incontrare altri gay. A Teheran ci sono ritrovi per uomini gay, ma non ci sono posti simili per donne. Per le lesbiche è più facile solo perché la loro esistenza non è nemmeno riconosciuta. In Iran – prosegue Niloufar – la gente è stanca e non ne può più. La società civile è molto attiva, forse più che in altri paesi islamici. Credo che l’Iran stia lentamente andando verso la democrazia e che una democrazia islamica, così come una democrazia cristiana, ebrea o di qualunque altra religione, sia un ossimoro. Credo che l’Iran in futuro avrà un governo secolare. E’ semplicemente inevitabile, anche se ci vorrà del tempo”.
L’omofobia è diffusa anche fra le comunità iraniane emigrate. Homan, gruppo lgbt di iraniani all’estero, esiste da più di dieci anni, ma è formato da poche persone, tutte non visibili, perché la paura di fare coming out in famiglia è tanta. E poi sai che non potresti più tornare in Iran a visitare i tuoi parenti. E se ti scade il visto o sei espulso il rischio che corri è la condanna a morte.

di Sergio Lo Giudice

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