EUROPA OMOFOBA

1 – Dal rapporto di Amnesty International, un’inchiesta a puntate sui Paesi dove essere gay e lesbiche significa subire torture e atrocità. Iniziamo dall’Europa.

Nel 1592 l’Inquisizione Cattolica condannò Felipa de Souza, una donna della colonia portoghese del Brasile, all’esilio e alla fustigazione per le vie del Salvador accusata del "crimine nefando ed abominevole" di sodomia. L’omosessualità considerata come attività criminale e quindi soggetta a punizioni e torture potrebbe sembrare medievale. Potrebbe. Felipa ha, invece, molte controparti negli Stati moderni.

Amnesty International presenta il rapporto: "Odio criminale, congiura del silenzio. Tortura e maltrattamento basati sull’identità sessuale". Frutto di accurate ricerche, finanziato dai suoi soci sparsi in ogni Continente e dalle donazioni. Amnesty International non accetta finanziamenti da parte dei governi.

Almeno 70 Stati nel mondo hanno nei loro codici leggi che proibiscono i rapporti sessuali con persone dello stesso sesso. Nonostante basilari diritti protetti da alcune Convenzioni Internazionali, Amnesty International denuncia violazioni continue da parte degli stessi Stati firmatari. In molti Paesi lesbiche, gay, bisessuali e transessuali sono maltrattati e torturati. La denuncia riguarda anche le condizioni di persone soggette a tortura nel contesto politico. Dissidenti perseguitati non solo per le loro opinioni ma soprattutto per la loro identità sessuale. Attivisti gay ritenuti una minaccia per l’ordine sociale; uomini considerati traditori per aver abbandonato il privilegio del ruolo maschile, transessuali che mettono in serio pericolo il genere umano, distinto in sole due categorie sessuali. E’ così che la difesa della "normalità eterosessuale" fa da apripista alle violenze.

Alcuni governi non solamente hanno cercato di escludere gli omosessuali dalla cultura ma hanno negato loro il diritto di appartenere alla razza umana. Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, ebbe a definire i gay: "meno che umani". Dichiarazioni come queste hanno aperto la strada alle atrocità raccontate da Amnesty. Inoltre, governi di tutti i Continenti hanno utilizzato i sentimenti omofobici con coscienza e calcolo per attaccare i loro oppositori. Ma anche per indottrinare la gente, spiegando che gay e lesbiche erano veicoli di immoralità e contro l’ordine sociale e le leggi.

Le testimonianze di chi ha dovuto subìre sono terribili: gay torturati, lesbiche violentate per indurle a guarire dalla loro "malattia". Le leggi vigenti in quasi tutti gli Stati nel mondo negano diritti di uguaglianza, rendendo difficile la difesa della minoranza LGBT. Molti abusi restano sepolti dal silenzio per paura di finire in carcere, subire rappresaglie, dover sottostare a derisioni e rinnovate violenze fuori e dentro il nucleo familiare. Le più vessate sono le lesbiche. La legge domestica o quella del "branco" supera e aliena quella dello Stato, che spesso ritiene "doveroso" non intervenire, considerando questo tipo di violenze come faccende private.

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La "Dichiarazione Universale dei Diritti Umani" contempla anche i danni psicologici di pari gravità di quelli fisici, in quanto forzano le persone a rinnegare un’esperienza che comprende l’integrità fisica e morale, la libertà di scelta e di espressione dei propri orientamenti sessuali, liberi da qualsiasi discriminazione. Il mondo lesbico è ancora chiuso al mondo esterno, dovendone sopportare violenza e subirne quel ruolo subalterno che il maschilismo le assegna.

Il "Rapporto" di cui trattiamo si occupa principalmente delle torture e maltrattamenti da parte di ufficiali dello Stato e della grave responsabilità che lo Stato medesimo ha, nel non voler fermare, quando non fomentare i suoi carnefici. La ricerca non ha alcun valore esaustivo e globale sulla tortura verso le persone LGBT. La maggior parte dei nomi sono fittizi. Amnesty International intende proteggere la vita stessa delle persone che hanno reso le testimonianze.

Occorre sostenere questa lotta e l’encomiabile attivismo di Amnesty International. Sottoscrivere appelli a favore delle persone che rischiano la tortura collegandosi al sito: www.stoptorture.org.

^SEUROPA^s

FRANCIA
Nel febbraio 1999, tre guardie della prigione di Fleury-Merogis, Esonne, furono condannate a quattro anni di prigione per aggressione sessuale nei confronti di transessuali. La Commissione Europea, durante una visita alla prigione fu informata dai detenuti che le guardie li ricattavano abitualmente per avere rapporti sessuali. Fu fatta un’inchiesta giudiziaria. Accuse di stupro aggravato furono, pare, lasciate cadere quando una delle vittime rifiutò di testimoniare adducendo minacce ricevute dalla sua famiglia.

ROMANIA
In questo Paese, la criminalizzazione dell’omosessualità ha creato un terreno fertile per la tortura. L’articolo 200 del Codice Penale è stato rivisto nel 1996 dopo le pressione del Consiglio Europeo. Ma continua a prevedere l’incarcerazione per i rapporti omosessuali consensuali. Lo stesso articolo definisce reato, punibile con una condanna fino a 5 anni di carcere, l’adescare o il sedurre una persona dello stesso sesso e praticare con essa atti sessuali, come pure partecipare ad altre forme di proselitismo, con lo stesso scopo. All’inizio del 2001 non erano ancora adottate le riforme al Codice Penale, inclusa l’abolizione dell’articolo 200. Mariana Cetiner fu arrestata per aver tentato di sedurre un’altra donna. Nel giugno 1996 fu condannata a tre anni di carcere. Una volta, poiché si lamentava per i maltrattamenti, venne ammanettata ad un radiatore e fatta stare in piedi per 11 ore. Sebbene assolta nel 1997, fu nuovamente arrestata e condannata a scontare la precedente pena. Venne messa in una cella di massima sicurezza per detenuti violenti dove fu picchiata dalle guardie e dai reclusi. Le furono rotte le costole e quando chiese di vedere un medico fu messa in isolamento per dieci giorni. Grazie alle pressioni internazionali e l’interessamento di Amnesty International, Mariana Cetiner ottenne la grazia presidenziale. Libera, lasciò la Romania. Nel settembre del 1996 due ragazzi di 17 anni vennero arrestati di notte, in un parco. Furono poi picchiati fino ad indurli a confessare di aver praticato sesso tra loro.

RUSSIA
Una lesbica di Mosca, Katya Ivanova era andata alla stazione di polizia per denunciare i vicini che l’avevano assalita e minacciata, presentando alcuni bigliettini pieni di insulti omofobici. L’ufficiale cui si era rivolta la cominciò a molestare sessualmente. Mesi dopo lo stesso ufficiale la convocò nel suo ufficio. Le disse che i vicini avrebbero potuto ucciderla e che lui l’avrebbe protetta in cambio di sesso. Ad un deciso rifiuto della donna, l’ufficiale l’afferra gettandola sul tavolo. La schiaffeggia e poi la stupra. La violenza si ripeté per molti mesi. Sapendo che se non rispondeva sarebbe stata arrestata, Katya Ivanova l’ha incontrato. Ed ogni volta era violentata. Ora la ragazza sta cercando asilo politico negli Stati Uniti. Durante una incursione al Change di Mosca, un locale per lesbiche e gay, risulta che 40 persone siano state picchiate, arrestate e costrette a firmare accertamenti già preparati contenenti risultati falsificati relativi a test su uso di droghe. Bojan Aleskov, un gay proveniente dalla Jugoslavia è stato arrestato nel luglio 2000 dal Servizio di Sicurezza Statale ed interrogato circa un suo coinvolgimento in una organizzazione antibellica femminile con sede a Belgrado; e in un progetto con base a Budapest che difende i diritti degli obiettori di coscienza della Jugoslavia. Ad Aleskov fu detto che era un sostenitore di disertori e che quelli che si erano associati ad attivisti della Bosnia Erzegovina, erano nemici del Paese. Aleskov dice di essere stato duramente picchiato durante un interrogatorio durato quasi 24 ore. Gli è stato detto che la polizia avrebbe costruito una storia falsa sulla sua morte. Bojan Aleskov fu rilasciato dopo essere stato costretto a firmare una falsa dichiarazione che lo riteneva un attivista di "Women in Black",; coinvolto in attività legate ai servizi segreti e che aveva lavorato per minare le capacità difensive della Jugoslavia. Alla Pitcherskaia ha denunciato di essere stata arrestata perché lesbica. Fu poi minacciata di essere rinchiusa in un ospedale psichiatrico se avesse continuato la militanza in un’organizzazione di lesbiche. Durante una visita alla sua compagna, messa in una struttura psichiatrica, è stata costretta a recarsi in una clinica per sottoporsi a trattamenti psichiatrici.