Fendi intima il ritiro della campagna di Roma Pride

Fendi rivendica il proprio dominio assoluto sull’immagine del Palazzo dell’Eur e intima agli organizzatori di Roma Pride di eliminare in toto la comunicazione dell’evento

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Questa mattina il Coordinamento Roma Pride ha ricevuto una lettera dai legali della maison Fendi relativa all’utilizzo dell’immagine del Palazzo della Civiltà Italiana, che da febbraio 2013 è concesso in affitto al gruppo d’alta moda, nella campagna per la comunicazione della parata del Pride dell’11 Giugno 2016.

Quel che la maison chiede è di ‘cessare immediatamente l’uso effettuato dell’immagine del Palazzo, rimuovendo immediatamente tutte le immagini raffiguranti tale Palazzo dal siro web romapride.it noché dai social network (quali, as esempio, la pagina Facebook ‘Roma Pride’), ritirando e distruggendo tutto l’eventuale materiale promozionale cartaceo recante l’immagine del Palazzo e di impegnarsi per iscritto a non più utilizzare in futuro la suddetta immagine senza il preventivo consenso di Fendi‘.

In caso contrario ‘Fendi sarà costretta, suo malgrado, ad assumere ogni opportuna iniziativa legale presso tutte le sedi competenti, al fine di ottenere una tempestiva e completa tutela dei propri diritti e interessi, nonché per il risarcimento di tutti i danni subiti e subendi’.

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Premesso che il palazzo della Civilità Italiana, noto anche come Palazzo dell’EUR, è stato inaugurato nel 1940 e da allora è forse l’edificio più iconico della Roma novecentesca, è parte dellà città quanto l’anfiteatro Flavio, piazza Navona o Renato Zero ed è difficile capire come l’immagine di una tale icona possa essere nelle mani di un’azienda.

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Soprattutto ci si chiede quali siano i danni provocati o provocandi quando è utilizzata per un’iniziativa non commerciale, inclusiva e che promuove l’aggregazione e l’integrazione.

Ma non essendo chi scrive esperto di diritto societario, si dà per scontato che le rimostranze della maison siano legittime e legittimante da leggi e regolamenti.

Non mancano comunque domande e giramenti di palle per cui si attendono risposte esaustive e puntuali.

Nelle parole del Coordinamento su Facebook si leggono rabbia ma soprattuto stupore, avendo lo stesso collaborato in passato proprio con Fendi in occasione della Giornata Mondiale di Lotta all’AIDS.

E forse proprio qui è il focus del problema.

La frammentazione dell’appoggio in contesti di social responability di un colosso del fashion in modo estremamente classista.

Il non considerare l’universo lgbt come organico ma scegliere quali rami possono essere utili all’immagine dell’azienda e quali no.

Se certe facce della battaglia possono offrire lustro, con le raccolte fondi e le cene di beneficenza, in cui quel che si comunica sono il lusso e il gossip, i grossi nomi, le pagine sui settimanali e il problema su cui si lavora è fantasmatico e onestamente intercambiabile allora la faccia la si mette, forse pure i soldi, strette di mano e ‘non c’è di che’.

Quando invece è un’associazione che da decenni si batte e si sbatte per portare sempre più in alto la qualità della vita di tutto il popolo lgbt ad utilizzare l’immagine di un palazzo, quando in piazza non si è chic, quando si è travestite e pagliacce (e dio sa quanto ancora ci sia bisogno di essere travestite e pagliacce, di non incravattarsi mai, di essere tutto quel che si è e anche quel che si vuole essere) allora non solo non si dà l’appoggio ma si rema contro, si intima di distruggere le prove, non ci si vuole sporcare le mani.

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Se le cose stanno effettivamente così, questa cosa si chiama Pinkwashing, e nella società dello spettacolo e della comunicazione, nella società dei diritti finalmente anche se parzialmente acquisiti, è qualcosa per cui necessitiamo di sviluppare un senso nuovo e acuto, ed è sempre qualcosa da smascherare.