La mafia e la famiglia naturale: ecco come lo stato allontana i figli della ‘ndrangheta

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Reggio Calabria è l’unico tribunale, al momento, ad avere intrapreso la strada dell’allontanamento dai genitori mafiosi. Finora sono 30 i minori sottratti.

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Forse non ci si pensa ma per un boss la famiglia conta più dei soldi e del potere. Soprattutto i figli sono fondamentali: garantiscono la continuità dell’impero e la replicazione dei codici culturali. Ecco perché l’allontanamento dei minori dal nucleo familiare è il nuovo fronte della lotta alla ’ndrangheta, la mafia calabrese. Nell’ultimo anno si sono infatti moltiplicati i provvedimenti di questo tipo, anche se il tribunale dei minorenni di Reggio Calabria è l’unico, al momento, ad avere intrapreso la strada dell’allontanamento dai genitori mafiosi. Finora sono 30 i minori sottratti alle cosche e affidati a famiglie o comunità del Nord. Un numero probabilmente destinato a crescere, così che i figli dei boss non saranno più costretti a impugnare armi, ad avere “confidenza” con la droga, a crescere con un destino già deciso.

La maggior parte dei minori allontanati dalle famiglie è nel pieno dell’adolescenza, si tratta di teenager. “È una misura che non si applica mai in maniera leggera” – spiega il procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho – “chi la critica sostiene che sia un’intromissione intollerabile nell’ambito familiare. Però dobbiamo capire una cosa: il clan mafioso impartisce ai suoi rampolli regole opposte a quelle naturali”. Ragazzine, ad esempio, per cui il codice mafioso prevedeva una vita di segregazione e silenzio – in quanto femmine – con l’intervento dei giudici possono realizzare i loro sogni, studiare, sognare un futuro lavorativo.

“Ci troviamo di fronte a sedicenni che si comportano già da capi. Hanno entrambi i genitori in galera o latitanti. Lasciamo che le figure adulte continuino ad addestrarli al crimine? Più tardi si interviene più difficile è il cambiamento”. Lo scenario è spesso drammatico: bambini che già a 7 anni, si ritrovano a maneggiare armi. In alcuni centri dell’Aspromonte i più giovani vengono istruiti su come proteggere le abitazioni delle famiglie da incursioni nemiche durante le faide.

Crescono così i figli d’onore, fanciulli di ’ndrangheta, costretti a immergersi nelle profondità più estreme del crimine sin da piccolissimi. Secondo gli ultimi dati del ministero, aggiornati a ottobre 2015, in Calabria sono sei i minorenni accusati di associazione mafiosa. Addestrati da padri-padrini per i quali uccidere, morire o andare in galera, sono tappe di una carriera normale, abituale.

Ci sono riti e codici nella cultura mafiosa. Uno di questi è il battesimo o meglio la “smuzzunata”, il battesimo da ’ndranghetista dei bimbi appena nati. “Privilegio” che spetta solo ai figli dei boss. “Quando la moglie di uno ’ndranghetista di grado elevato mette al mondo un figlio maschio, quest’ultimo viene battezzato nelle fasce con la “smuzzunata” e, per il rispetto goduto dal genitore, entra a far parte dell’associazione sin dai primi giorni di vita. Percorrerà così tutta la gerarchia mafiosa”. Sono proprio queste regole, tra folklore e superstizione, che hanno garantito ai clan calabresi continuità generazionale e stabilità nel tempo.

Foto: Letizia Battaglia
Fotografie Letizia Battaglia

Negli ultimi vent’anni il tribunale dei minorenni di Reggio ha celebrato ben cento processi per reati di mafia. Tra gli imputati anche rampolli non ancora diciottenni delle cosche più blasonate. Giovanissimi ma con un curriculum da malavitosi esperti. A distanza di tempo c’è chi è rinchiuso al carcere duro, chi, invece, è stato ucciso e chi ha conquistato il vertice. Negli stessi vent’anni l’ufficio, ora diretto dal presidente Roberto Di Bella, ha giudicato anche una cinquantina di casi di omicidio. “Il dato impressionante è che abbiamo di fronte una generazione che potevamo salvare e che invece abbiamo abbandonato”, ragiona Di Bella, che dal suo insediamento ha dato vita a un protocollo unico in Italia, basato su un documento firmato dalla procura dei minori, dall’antimafia e dai servizi sociali. “Ci troviamo davanti ai figli e ai fratelli di persone processate negli anni ’90. Questo ci fa pensare che la ’ndrangheta si eredita”, racconta Di Bella, per questo “L’obiettivo è interrompere la trasmissione culturale”.

Una misura estrema, che ha sollevato molte critiche, anche da parte della chiesa. È convinto che sia la strada giusta don Pino De Masi, vicario della diocesi di Oppido-Palmi e referente di Libera nel territorio caldissimo della piana di Gioia Tauro. «Dobbiamo mettere questi ragazzi nelle condizioni di scegliere un’alternativa che non sia l’interesse della cosca», è netto De Masi. «Nella mia parrocchia vengono anche i rampolli, qualcuno timidamente mi dice che il cognome che porta gli pesa. Sta a noi aiutarli a fare il passo successivo», spiega il parroco.

Il fronte degli scettici, invece, ha azzardato persino un paragone: “Dalla confisca dei beni a quella dei figli”. L’intervento del tribunale però non è indiscriminato. Il “salvataggio” scatta solo quando gli inquirenti entrano in possesso di notizie sull’educazione mafiosa impartita ai figli. Non sono escluse dall’indottrinamento neppure le giovani donne. Abituate a ubbidire agli ordini fin da piccole: subiscono tutto questo, si trincerano dietro il silenzio e spesso sono costrette ad accettare matrimoni che uniscono due potentati criminali.

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