FINCHÈ C’È DICO C’È SPERANZA

I DiCo non fanno parte dei 12 punti programmatici che Prodi giudica indispensabili per continuare con questo governo. Eppure non tutti i mali vengono per nuocere.

Le vicende della settimana che si è appena conclusa hanno lasciato sbigottiti un po’ tutti, almeno tra quei pochi per i quali la politica desta ancora quale interesse: la domanda ricorrente nel gayo mondo era però quali conseguenze la crisi di governo abbia sulle materie che ci riguardano, in primis sui DiCo.

Bye bye, DICO, è la litania alla Marilyn Monroe più ricorrente. Ma non è affatto detto che sia vera. Anzi.

Che i DICO non siano nei 12 punti che Romano Prodi, un po’ disperatamente, ha imposto ai suoi presunti alleati per trascinare avanti il governo fino alla prossima crisi, è abbastanza scontato. Il governo ha emanato il suo disegno di legge, ne ha pagato duramente le conseguenze (che il Vaticano abbia fatto lo sgambetto suggerendo ad Andreotti e Pininfarina di votare contro il governo, è secondo me tutt’altro che italica mania per la dietrologia), lo ha presentato al Senato (correttamente, perchè quello è lo scoglio più difficile) e lo ha calendarizzato. Che deve fare di più? Possiamo certamente discutere sul merito del disegno di legge e bene ha fatto Arcigay – finalmente! – a indicarci con grande chiarezza quali punti vanno migliorati in quella proposta, ma il governo ha fatto il suo e alla nuova coppia di fatto Bindi-Pollastrini noi possiamo solo essere grati.

Ora tocca al Senato della Repubblica iniziare la discussione, partendo dal ddl governativo. In questo, perdonatemi il paradosso, la crisi di governo può essere solo un motivo di speranza, più che di disperazione: se i DiCo fossero stati inseriti nel “dodecalogo” di Mr. Prodi, allora sì che c’era poco da sperare. Se sulla politica estera infatti è un dato di fatto che in Senato non c’è maggioranza, figuratevi sui DiCo, dove abbiamo contro almeno dieci senatori: quelli a vita, ad iniziare da Andreotti, Pininfarina, Cossiga ed Emilio Colombo (sì, pure lui, quello cocainomane dichiarato e in odore di omosessualità, come giustamente ricorda oggi Eugenio Scalfari), 4/5 teo-dem della Margherita ed i 3 dell’UDEUR di Mastella. L’unica nostra speranza sono loro: una manciata di massimo dieci senatori laici del centro-destra, cappeggiati dai senatori Del Pennino e Biondi, che possono forse ritrovarsi su un disegno di legge governativo che, proprio per non essere stato inserito nel dodecalogo, non è più un provvedimento della maggioranza.

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Questa, ad oggi, è la nostra unica speranza…

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Questa, ad oggi, è la nostra unica speranza di non rimandare di cinque/dieci anni un provvedimento che, anche se debolmente, riconosca le coppie di fatto omosessuali: che la materia non sia più legata alla maggioranza governativa (che peraltro si è già espressa), ma diventi materia di una intesa bipartisan. Certo, da esponenti come Gianfranco Fini ci aspettavamo di più: diverse volte il leader di AN si era espresso positivamente sul riconoscimento delle coppie di fatto, puntando sulla capacità di questa posizione, per molti inaspettata, di colorare di modernità “europea” la sua formazione politica. Ma Fini è stato messo in minoranza dal suo gruppo, ed eccolo qui a tuonare contro un disegno di legge davvero minimalista. Che tristezza questa classe politica: quanto è distante dalla vita concreta delle persone, etero e gay, dall’Europa, dal mondo.

In questa prospettiva, al movimento gay è richiesto uno sforzo di responsabilità impegnativo, ma speriamo non impossibile. Anzichè urlare ancora contro i DiCo, anzichè lanciarsi in crociate perchè i DiCo non sono nei dodici punti di Prodi, oggi il movimento gay, Arcigay in testa, ha la responsabilità di aprire, insieme ai parlamentari LGBT, un confronto con quella parte del centro destra, piccola quanto indispensabile, che può forse far convergere il suo voto sui DiCo. E la manifestazione del 10 marzo, che oggi, con la crisi di governo, da appuntamento importante è diventato un passaggio centrale, essenziale della nostra battaglia, può essere il banco di prova su cui misureremo la nostra capacità di parlare oltre gli steccati.

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Questo mi aspetto dal movimento gay: l’apertura di un confronto, iniziative di dialogo sui problemi e non sui principi. In questo, l’altra speranza è che il congresso di Arcigay, che si terrà nella primavera prossima , non sia una occasione per uno sfoggio di muscoli, di chiamate alle armi: il ruolo della principale associazione gay italiana è quello di portare risultati concreti a casa, non di scaldare gli animi con proclami.

Diversamente, avremo fatto una bella opera di testimonianza, ci scorderemo la legge per i prossimi cinque/dieci anni, ma rimarremo duri e puri: alle future generazioni non consegneremo una legge che riconosca le nostre coppie, ma – magrissima consolazione – potremo raccontare di aver combattuto con passione. Avrà trionfato il massimalismo, quella stessa cultura politica che ha fatto cadere il governo Prodi la settimana scorsa.

A me e – presumo – alle coppie LGBT italiane questo non interessa: serve una legge che dia dignità e diritti, anche minimi, ma che siano un punto di partenza per ottenerne di nuovi e, intanto, contribuire alla modernizzazione della società e alla caduta di qualche pregiuduzio.

Il bivio è davanti a noi: basta solo decidersi.

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