Finti omosessuali tra i migranti: ecco perché il Giornale sbaglia

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Quello dei migranti LGBT è un problema vero e doloroso: "I migranti omosessuali in arrivo dall'Africa Occidentale hanno vissuto problemi enormi".

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In questi giorni infuria la campagna mediatica sostenuta dal Giornale e dalla Lega Nord secondo i quali gli ultimi arrivi di immigrati sarebbero stati tutti imbeccati dall’Unhcr, l’organismo di assistenza degli immigrati diretto dall’Onu .

Il colmo si raggiunge con quella che viene presentata come la testimonianza di una mediatrice culturale secondo la quale tutte le storie dei migranti che arrivano nel nostro paese si assomigliano. In effetti tutti gli immigrati africani lasciano la propria terra, una famiglia e gli affetti per affrontare un viaggio disumano e pericolosissimo attraverso buona parte di un continente, un deserto, imbarcandosi su un’imbarcazione spesso fatiscente, magari dopo aver lavorato come schiavi per accumulare i soldi per il viaggio e, se non annegano prima o muoiono in una delle tappe precedenti, arrivano in Italia. Si, sono storie simili. Tragicamente simili. Ma il Giornale si sofferma su una questione interessante, su un aspetto in particolare che intravedere come ricorrente nelle storie dell’umanità disperata che arriva nel nostro paese. “Dichiarandosi gay”, scrive il Giornali, tutti i migranti ricevono il permesso di soggiorno.

A parte l’intrinseca omofobia a cui Lega e Giornale ci hanno purtroppo abituato da molto tempo, il problema di questa campagna mediatica è il tentativo di far credere all’opinione pubblica che essere gay sia uno status di privilegio che tutti aspirano ad avere. Bisogna ricordare agli autori di questa campagna per l’intolleranza, in grado magistralmente di unire tra l’altro xenofobia e omofobia, che per la cultura musulmana dichiararsi gay è una vergogna indicibile, un’umiliazione e una condanna alla separazione perpetua dagli affetti famigliari. Quindi, dopo aver scremato chi ha moglie e figli in patria e chi è dichiarato con la propria famiglia, dovrebbe essere piuttosto facile per gli operatori capire se uno mente o lo è davvero. E probabilmente è meglio, nel dubbio, accettare la dichiarazione di omosessualità visto che ritornare in patria per un gay significa torture, carcere, morte.

Non pare necessario essere psicologi per capire la differenza tra chi racconta un dramma personale e chi fa finta. A meno di non essere una mediatrice culturale del calibro di quelle scovate dal Giornale. Quello dei migranti LGBT è un problema vero e doloroso: “I migranti omosessuali in arrivo dall’Africa Occidentale hanno vissuto problemi enormi”, racconta il presidente di Arcigay Genova, Claudio Tosi. “Spesso sono persone che hanno un passato di vergogna e paura, con episodi di violenza. Un uomo fuggito dal Senegal, una persona benestante con studi universitari alle spalle, ci ha mostrato un video di una persona a lui vicina che è stata incendiata.  E ancora: “Siamo davanti a persone messe a dura prova che vivono una doppia discriminazione, continua Claudio Tosi. “E’ già difficile la vita dei migranti in generale: appena arrivati in Italia non parlano la lingua, sono soli e si sentono diversi. I migranti gay vivono questa situazione in modo ancora più grave, specialmente se arrivano dall’Africa Occidentale. Hanno la difficoltà di rivelarsi, perché arrivano da Paesi in cui essere gay è vietato. E non possono raccontare la verità a nessuno della propria comunità di appartenenza, perché vorrebbe dire la discriminazione immediata“.

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