Formazioni sociali specifiche: il granello di sabbia nell’ingranaggio

di

Le mistificazioni sulla definizione delle unioni civili e le sue imprevedibili conseguenze

CONDIVIDI
Facebook Twitter Google WhatsApp
9666 0

Sono giorni che da più parti si cerca di tranquillizzare le persone omosessuali sulle unioni civili. Chi le critica è mal considerato, ma soprattutto non viene ascoltato, quali che siano le sue argomentazioni. Le risposte dei politici, quando ci sono, sono di fastidio.

Sono tra i critici totali della scelta di introdurre le unioni civili riservate alle coppie dello stesso sesso, come ho argomentato più volte, ma qui vorrei limitarmi ad analizzare criticamente alcune affermazioni mistificatorie, prima che, ripetute così tante volte da voci diverse, possano essere credute vere.

Qualche giorno fa il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Ivan Scalfarotto ha scritto un intervento dal titolo «Il nome della cosa» sulla questione delle “formazioni sociali specifiche”.

Secondo lui questa formula non cambia niente. Le critiche che sono arrivate sarebbero fondate sul nulla, provocando un inutile «magnifico sbattimento» a chi lavora alla legge. Anzi, si duole del fatto che l’emotività e la disinformazione di alcuni ostacolino più di Giovanardi.

Il sottosegretario dice testualmente che il disegno di legge fino al giorno prima: «conteneva un comma che definiva le unioni civili come “istituto giuridico originario”, per dire che non andava confuso con il matrimonio ex art. 29, che è precisamente ciò che ha dettato la Corte (ndr. Costituzionale). In Commissione si è semplicemente deciso che la formulazione “istituto giuridico originario” fosse meno fedele alla sentenza 138/2010 di “formazione sociale specifica” che è una citazione diretta delle parole dell’articolo 2 della Costituzione».

A suo avviso la Corte avrebbe affermato che le unioni omosessuali non sono famiglie fondate sul matrimonio ai sensi dell’articolo 29 della Costituzione, nel senso che il legislatore non potrebbe estendere il matrimonio a tali unioni con una legge ordinaria.

DISINFORMAZIONE 1: LA CORTE NON HA MAI DETTO QUESTO

Negli interventi sulle unioni civili in audizione al Senato Giuditta Brunelli e Barbara Pezzini ripetono con ricchezza di motivazioni che il legislatore può introdurre il matrimonio egualitario con una legge ordinaria. Anche la sentenza 2400 del 2015 della Corte di Cassazione contiene un riferimento testuale

proprio a questa possibilità e non è la prima volta che questo rilievo viene fatto dalla Cassazione.

Ma se ancora qualcuno non fosse convinto, rileggendo le due sentenze della Corte costituzionale (138 del 2010 e 170 del 2014) potrà verificare che:

1) La Corte distingue due diritti fondamentali, indicando il primo come diritto di vivere liberamente una condizione di coppia, fondato sull’art. 2 Cost., e il secondo come matrimonio, fondato sull’art. 29 Cost.;

2) la Corte indica la possibilità di garantire i due diritti fondamentali con due diversi istituti: il matrimonio e un istituto ad esso alternativo. Se il legislatore volesse potrebbe garantire entrambi i diritti con l’estensione del matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso, ma la Costituzione non obbligherebbe il legislatore a farlo. Tuttavia, se scegliesse di non estendere il matrimonio la Costituzione lo obbligherebbe a creare un nuovo istituto per garantire ai partner dello stesso sesso il diritto di vivere la condizione di coppia;

3) aggiunge la Corte che se il legislatore continua a mantenere il paradigma eterosessuale del matrimonio non modificando il codice civile (che è legge ordinaria) i giudici ritengono di non poter superare l’interpretazione originalista dell’articolo 29.

D’altra parte, sempre la Corte costituzionale, con la sentenza n. 138/2010, ricorda che i concetti di famiglia e di matrimonio «non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi».

Dunque dovrebbe essere abbastanza facile convincersi che non è corretto affermare che la Corte impedisce al legislatore di introdurre il matrimonio same sex con legge ordinaria. L’affermazione contraria da parte dei politici dimostra che non vogliono assumersi la responsabilità di aver scelto di proporre le unioni civili anziché il matrimonio egualitario.

Molto acutamente, un interlocutore ha avvertito Scalfarotto su Facebook che «trasformare la necessità di una mediazione politica (che si potrebbe a malincuore accettare) con una argomentazione giuridica profondamente conservatrice è molto pericoloso per il futuro».

DISINFORMAZIONE 2: GLI EMENDAMENTI IN COMMISSIONE

Il testo delle unioni civili non ha mai contenuto un comma che definiva le unioni civili come “istituto giuridico originario”.

È accaduto piuttosto che tre giorni dopo il Family day, tenutosi il 20 giugno , la ministra Boschi sia stata inviata a incontrare i senatori PD. Al termine dell’incontro viene comunicato che il Governo ha scelto di non intervenire sulle unioni civili perché il tema non attiene ai rapporti di maggioranza, bensì alla competenza del Parlamento, e che ciascun parlamentare avrà libertà di coscienza . In realtà, dal giorno dopo accade qualcosa che sembra provare che nella circostanza della riunione possa essere stato deciso o comunicato dell’altro. La relatrice, infatti, presenta un emendamento che premette al testo base un articolo 01 in cui si afferma che la finalità della legge è istituire l’unione civile in attuazione degli articoli 2 e 3 Cost. e 8 della CEDU.

Probabilmente il PD ha voluto dare una risposta al Family day accogliendo una richiesta della minoranza cattolica del partito che denunciava (e continua a farlo) la confusione e la sovrapponibilità tra unioni civili e matrimonio. Un rischio inesistente, altrimenti le unioni civili si sarebbero chiamate matrimonio, ma evidentemente al PD non la pensano così.

Con il richiamo espresso all’articolo 2 la relatrice pensava di fugare gli inconsistenti dubbi di confusione con l’articolo 29, ma all’atto delle presentazione il presidente della Commissione Nitto Palma giudica l’emendamento Cirinnà inammissibile e propone una riformulazione che elimina i riferimenti agli articoli della Costituzione. Il loro richiamo, infatti, viene ritenuto privo di reale portata normativa. La relatrice accoglie la riformulazione e l’emendamento diventa: «Le disposizioni del presente Titolo istituiscono l’unione civile tra persone dello stesso sesso» (1.1000 – testo 2).

La presentazione dell’emendamento Cirinnà ha fatto da subito esultare la senatrice PD Fattorini e quelli della sua area che lo hanno accolto come un cavallo di troia attraverso il quale perseguire il loro vero obiettivo, su cui tornerò nel prossimo paragrafo. Lo hanno salutato come il segno che il testo non fosse più blindato, ma modificabile (non si dimentichi il testo della proposta Cirinnà è stato già modificato più volte prima di arrivare alla versione adottata come testo base).

E infatti sull’emendamento Cirinnà piovono centinaia di sub-emendamenti e proprio ad uno di Fattorini – riformulato – la relatrice dà parere favorevole. Il sub-emendamento recita: «(Finalità). Le disposizioni del presente Titolo istituiscono l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale istituto giuridico originario» (Fattorini, Lepri, Cucca, Pagliari, 1.10000 testo 2/5 – testo 2).

Cosa vuol dire originario? Ci si è arrovellati per un’intera estate senza venirne a capo. Sono piovute critiche da parti opposte ed effettivamente l’aggettivo – se approvato – sarebbe uno di quelli che fa lambiccare i poveri giuristi per generazioni. Ma per fortuna, diversamente da quanto afferma il sottosegretario Scalfarotto, questa formulazione non è entrata mai nel testo.

Accade, infatti, che quando il 2 settembre finalmente si vota il sub-emendamento Fattorini , il senatore Caliendo (FI-PdL) e il presidente Palma (FI-PdL) criticano l’utilizzo della terminologia “istituto giuridico originario”.

Caliendo si prodiga in una citazione inesatta della sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010 e lancia la sua proposta: meglio sarebbe definire l’unione civile tra persone dello stesso sesso «specifica formazione sociale».

A questo punto, la seduta viene sospesa per 15 minuti. Alla ripresa, uno dei firmatari dell’emendamento Fattorini, il senatore Cucca (PD) «rileva come sia da ritenersi preferibile la soluzione di configurare l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale». A Cucca si accodano Casson (PD), Falanga (AL-A) e Lumia a nome di tutto il gruppo parlamentare del PD e, così, la povera relatrice Cirinnà propone la riformulazione dell’emendamento Fattorini che viene approvato introducendo la già famosa e più volte ripetuta definizione «specifica formazione sociale».

CONTINUA A LEGGERE...

Tutti gli articoli su:

Commenta l'articolo...