Franco Grillini: unioni civili, una storia che parte da lontano

Nel giorno chiave per il ddl Cirinnà intervista ad una memoria storica del movimento LGBT

Franco Grillini, classe 1955, può essere definito senza mezzi termini una memoria storica vivente del movimento LGBT. Amato ed odiato, applaudito e criticato, Franco è ancora presidente onorario dell’Arcigay, che ha guidato per undici anni cruciali, dal 1987 al 1998. Dal 2001 al 2008 è stato parlamentare alla Camera dei deputati italiana. In questi giorni cruciali per il ddl Cirinnà e la battaglia del riconoscimento delle coppie tra persone dello stesso sesso, lo abbiamo intervistato.

Ciao Franco, oggi la discussione sul ddl Cirinnà sulle unioni civili entra nel vivo con la prima votazione sugli emendamenti. Proviamo quindi con te a tracciare brevemente i 30 anni che ci separano dal primo disegno di legge presentato per l’appunto nel 1986. Franco, ricordi quei momenti? Furono, possiamo immaginare, proposte di legge un po’ temerarie e di testimonianza, giusto? C’era infatti la certezza che non fossero neppure discusse…

Fu il frutto dell’incontro tra una delegazione dell’Arcigay di allora da me guidata con “l’interparlamentare delle donne comuniste” ed avvenne guarda caso proprio in Senato. C’erano senatrici molto note allora tra cui Ersilia Salvato, che fu la prima firmataria del ddl, Romana Bianchi di Pavia che organizzò l’incontro e Angela Bottari della Sicilia che lo ha ricordato di recente in una intervista al Fatto dove però non ha detto che il testo scaturito non faceva riferimento alle coppie omosessuali perché nella discussione del gruppo i “maschi” comunisti non lo vollero ma a più generiche e non meglio specificate “convivenze”. Il ddl non solo non arrivò mai alla calendarizzazione, ma non se ne seppe più nulla al punto che io stesso seppi molti anni dopo della sua formale presentazione. Il bigottismo comunista era molto forte e i suoi residui li abbiamo visti in questi giorni visto che personaggi come Vannino Chiti, Giorgio Napolitano e Mario Tronti ed altri si sono messi di traverso in Senato al ddl Cirinnà.

Che clima si respirava in quegli anni? SI era nel pieno della crisi dell’AIDS, che mieteva vittime in assenza delle terapie, giusto?

Sì, la vera emergenza era l’Aids perché appena dato vita ad Arcigay nazionale col suo congresso fondativo del dicembre ’85, ci trovammo ad affrontare praticamente da soli a livello nazionale l’irrompere sulla scena sanitaria e mediatica di quella che Susan Sontag ha chiamato “la grande paura”. Lo stato disertava, i Ministri della sanità di allora (i democristiani Costante Degan e Carlo Donat Cattin) non presero nemmeno le misure minimali di far controllare le sacche di sangue negli ospedali motivo per cui ancora oggi lo Stato paga i risarcimenti, o meglio, dovrebbe pagarli. Per non parlare della prevenzione che i ministri democristiani si rifiutavano di fare perché secondo loro era propaganda al “sesso anale”. In questo quadro l’Arcigay riuscì a fronteggiare il “castigo di dio” (vedi il Cardinale Siri di Genova) con migliaia di assemblee in tutto il paese e con gli accordi con gli ospedali per analisi di massa. Le persone con Aids conclamato morivano in 6 mesi e non c’erano terapie efficaci. Unica arma la prevenzione e fu così che per primi al mondo distribuimmo preservativi in strada e nelle piazze.

Di lì a due anni si arrivò alla proposta di legge della senatrice socialista Alma Agata Cappiello. Quale dibattito suscitò nel paese?

L’amica Cappiello, che ricordo con particolare affetto, presentò il primo progetto sulle convivenze in seguito ad un incontro alla sede socialista di via del Corso alla presenza del vicesegretario Martelli al quale chiedemmo, come a tutti i partiti presenti in parlamento, di proporre il “riconoscimento delle convivenze di fatto” così come le chiamammo allora. Il disegno di legge suscitò un pandemonio perché nel febbraio dell’88 venne attaccato persino dal papa polacco per il solo fatto di essere stato presentato in Parlamento. Si parlava pudicamente di rapporti tra “persone” e bastò non specificare il sesso per aprire la canea contro il riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Ovviamente non se ne fece nulla e non se ne discusso nelle relative commissioni.

Ma la prima legge che cita esplicitamente le coppie omosessuali quindi quale è?

La presenta il deputato di Empoli Graziano Cioni nell’XI^ legislatura (1992-94) copiando praticamente l’ordine del giorno di quel comune che è stato il primo in Italia a tentare il registro delle Unioni Civili poi respinto più volte dal CoReCom, un organismo di controllo degli atti degli enti locali in seguito abolito. Erano gli anni di tangentopoli e non ci fu seguito ne particolare eco parlamentare però oggi mi sembra giusto ricordarlo.

Negli anni ’90 arrivarono le prime pressioni dall’Europa con la raccomandazione del 1994 ed il tema passò ai Comuni: prima Empoli nel ’93, poi Pisa col primo registro funzionante e la prima coppia che si unì. Ci racconti quella fase?

>La raccomandazione del parlamento Europeo del 1994 sulla “parità dei diritti in Europa di lesbiche omosessuali e transessuali” ebbe un effetto deflagrativo e a tutt’oggi rappresenta un documento ancora valido e ben articolato. Fu votato a grande maggioranza dal PE anche grazie al lavoro dell’ex sindaco comunista di Bologna Renzo Imbeni che convinse il gruppo socialista a votarlo nella sua versione più completa ed avanzata. Il Papa polacco attaccò il documento per ben due volte all’Angelus domenicale e la destra imbastì una caciara simile a quella che abbiamo visto in questi giorni contro i diritti delle persone lgbt. E’ in quel clima che l’Arcigay, attraverso il centro giuridico dell’Arcigay di Napoli Antinoo, elaborò un articolato di legge sulle convivenze che poi fu usato da tutti i partiti di sinistra e laici. Nel 1994 vennero presentati alla Camera e al Senato ben 14 progetti di legge sulle convivenze sulla base del nostro articolato. Vendola, Manconi, altri nel Pds lo presentarono con un certo successo mediatico ma la cosa finì lì senza conseguenze benché ormai se ne cominciasse a discutere in tutto il paese.

Come mai il movimento LGBT scelse di far passare la battaglia dalle amministrazioni locali?

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In Parlamento non si riusciva a smuovere la situazione, le proposte rimanevano nel cassetto, non venivano nemmeno messe all’ordine del giorno dei lavori della Commissione Giustizia. Per cui si decise di seguire una strategia già sperimentata nel nord Europa attraverso i registri nei comuni. Se fossimo riusciti a farne approvare una buona quantità la cosa avrebbe funzionato come pressione sul parlamento che si mostrava sordo e poco incline ad aprire questo fronte. Tuttavia la strada non era facile nemmeno a livello locale perché la destra ricorreva al TAR e faceva annullare i registri. Pisa finalmente nel ’98 ci riuscì e quella delibera ha fatto da apripista ad altre 300 amministrazioni locali.

Che resistenze si incontravano nei partiti politici di allora? E quali erano i partiti più favorevoli alle unioni civili?

Erano favorevoli i partiti di sinistra ovviamente, ma solo a parole, al massimo si presentavano le proposte di legge ma poi non si riusciva ad andare avanti per i motivi soliti: maschilismo interno, nessuna volontà di aprire lo scontro con il Vaticano, una certa omofobia presente anche nei partiti, un tema ritenuto non prioritario che poteva essere sullo sfondo ma come fatto più culturale che effettivo. Inoltre la nostra sinistra è sempre stata un po’ bigotta e in materia di morale sessuale non differiva granchè dalla vecchia Dc che perlomeno era ipocrita e “tollerava” la presenza gay non dichiarata anche ai suoi vertici. I diritti civili non erano ritenuti essenziali e il benaltrismo ha imperato fino a poco tempo fa

Negli anni 2000 tu entrasti in Parlamento e nel 2002, quando io e Christian ci unimmo in un PACS francese a Roma, tu presentasti il disegno di legge: ben 161 parlamentari erano con te. Ci racconti quel periodo?

Il mio ingresso alla Camera dei deputati nel maggio del 2001 suscitò una certa curiosità e una comprensibile aspettativa perché ero di fatto il primo leader gay che metteva piede nel palazzo. Il primo progetto che ho presentato fu proprio quello del matrimonio tra persone dello stesso sesso (luglio 2002) mentre il 22 ottobre proprio in coincidenza del vostro Pacs presentai la proposta alla Camera e ne parlarono tutti i media con grande spazio, forse il maggiore fino ad allora. Il Patto civile di Solidarietà prendeva ispirazione dalla legge approvata in Francia con la presidenza del socialista cattolico Jospin. Sembrava la volta buona perché il Pdl fu firmato da quasi tutto il gruppo alla Camera con la sottoscrizione di tutti i massimi dirigenti di allora dei DS: D’Alema, Fassino, Veltroni, Violante, Finocchiaro, ecc. Ma non si riuscì a farlo andare avanti, a farlo mettere all’ordine del giorno. Un parlamentare da solo non può farlo, il regolamento dice che è il tuo capogruppo a doverne chiedere al calendarizzazione come si dice in un gergo per addetti ai lavori. Sembrava che non ci fosse nulla da fare, c’era un muro, una resistenza sorda al fatto che alla Camera si discutesse del Pacs. Finché Anna Finocchiaro non divenne capogruppo in commissione giustizia e dopo una quasi persecuzione riuscii a convincerla a fargli chiedere la messa all’odg della commissione bypassando il capogruppo dell’aula e il segretario del partito, una specie di mini colpo di mano. Fu così che nell’autunno del 2005 per la prima volta iniziava la procedura parlamentare di un pdl per i diritti delle coppie omosessuali sia pure sul finire della legislatura che chiudeva i prime mesi dell’anno successivo. Tuttavia la sola messa all’odg allarmò il vaticano che protestò e chiese persino i nastri registrati della Commissione Giustizia. Paranoia pura.

Oggi quella scelta moderata viene criticata da chi si proclama solo per il matrimonio egualitario. Cosa pensi? Fu una scelta giusta?

A mio avviso non fu una scelta moderata perché l’obiettivo della parità matrimoniale non era condiviso a sinistra e nemmeno da tutto il movimento lgbt perché le resistenze di carattere ideologico erano ancora forti sulla “famiglia borghese che si abbatte e non si cambia”. Persino sul Pacs una certa sinistra ci accusava di voler scimmiottare la famiglia tradizionale “eteronormativa”. Eravamo “normalisti”, integrazionisti, omologatori, ecc. Anzi, pure una certa intellettualità progressista ci accusava di aver perso la nostra diversità. Il matrimonio rimaneva sullo sfondo ma solo con il Pacs riuscivamo a convincere partiti e movimenti sulla ”praticabilità” della riforma parlamentare. Il Pacs non era un mini matrimonio ma un istituto giuridico diverso e ben distinto dal matrimonio, era un’altra cosa. Faceva parte di quel pluralismo degli istituti giuridici per regolare la vita di coppia che per me è sempre stato essenziale nell’ottica della libertà di scelta. Si pensi che in Belgio ad esempio ce ne sono 6, qui da noi solo uno, il matrimonio e valido solo per gli eterosessuali. Il Pacs a mio avviso era rivoluzionario perché, ad esempio, dava la possibilità di stipulare il patto anche tra persone non conviventi riconoscendo il valore sociale dell’affettività di coppia anche tra persone momentaneamente lontane. Al tempo fu una scelta giusta perché ci mise in sintonia con la maggior parte del paese che lo condivideva. Prova ne sia la riuscita delle grandi manifestazioni sul Pacs, manifestazioni di massa che poi per molto tempo non siamo più riusciti a fare.

Perchè poi i PACS all’italiana naufragarono?

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Perché il loro successo si riponeva nella vittoria del centrosinistra alle elezioni del 2006 vittoria che non ci fu o comunuqe non fu della misura necessaria per approvare con sicurezza la legge stessa. Alla Camera c’era un’ampia maggioranza di centrosinistra e io pregai l’allora capogruppo Franceschini di calendarizzare subito il Pacs (legge 33). Avremmo finalmente aperto la discussione nel parlamento e nel paese ma ciò non accadde e in seguito l’onorevole Franceschini ha riconosciuto che fu un errore non farlo. Se lo avessimo discusso ed approvato almeno alla Camera la strada in futuro sarebbe stata in discesa, ma così non fu.

E veniamo ai DICO. Furono presentati nel 2008 dal secondo Governo Prodi. Come mai si arrivò ad una scelta così significativa, addirittura da parte dell’esecutivo? E perché anche quel tentativo fallì miseramente?

E’ una storia che conosco molto bene perché vissuta in prima persona. Nella finanziaria 2007 presentai diversi emendamenti per sfidare i clericali che si dicevano disponibili a riconoscere diritti individuali ma non quelli di coppia. Uno degli emendamenti, lo sconto fiscale ai coniugi (4% di tasse di successione anziché l’8) fu fatto proprio dal ministro Vincenzo Visco che, dopo la bocciatura alla Camera, lo fece ripresentare su mia richiesta al Senato. La Binetti (eletta nelle liste di centrosinistra tra i teodem di Rutelli) minacciò di non votare il bilancio ed il 161esimo voto era il suo. L’emendamento fu ritirato con la promessa che il Governo avrebbe presentato di lì a breve un suo progetto che poi furono i Dico (diritti e doveri dei conviventi). Ricordo la drammatica riunione del Governo che li varò con Mastella che abbandona la riunione dell’esecutivo per protesta non condividendo il moderatissimo e per certi versi ridicolo pdl. In quel giorno un trafelato Fassino faceva la spola tra palazzo Chigi e il Transatlantico per farmi leggere il testo via via peggiore che usciva dal Governo. “Piero fa schifo”, gli dissi, e lui s’infuriò ma purtroppo era la verità. Era veramente scritto male, diritti dimezzati, tempi storici di convivenza richiesti prima di entrare in vigore dentro la coppia (9 anni se non sbaglio) per non parlare della famosa raccomandata che ci si doveva spedire perché si voleva evitare a tutti i costi la cerimonia all’anagrafe. Persino d’Alema disse: ma se si vogliono tirare un po’ di riso che male c’è?

Il tentativo fallì perché il Governo spedì i Dico al Senato dove non c’era palesemente la maggioranza e infatti di lì a poco proprio il Senato fece naufragare quella legislatura. E fu un vero peccato perché nel frattempo in Commissione Giustizia alla camera ero riuscito a far approvare l’estensione della legge Mancino a tutela delle persone lgbt e proprio il lunedì in cui si dimise Prodi avrei dovuto fare la relazione in aula sulla legge contro l’omofobia.

Arriviamo al 2008. Vince Silvio Berlusconi. In Parlamento entra Paola Concia. Gli spazi di manovra erano così stretti da non riuscire a portare a casa nessun risultato?

Gli spazi erano inesistenti a livello parlamentare, la vittoria della destra fu netta in entrambi i rami del parlamento e sappiamo tutti che in Italia abbiamo la destra peggiore del mondo, la più bigotta, la più bacchettona, la più baciapile, una destra ipocrita, moralista puttaniera. Era il periodo del massimo fulgore del ruinismo, del papa polacco ultraomofobo, di una chiesa aggressiva e legata mani e piedi all’esecutivo Berlusconi. E la sinistra non aveva alcuna voglia di aprire questo fronte ritenuto a torto minoritario.

Per il movimento eravamo in un periodo di crisi e non c’era nemmeno una grande visibilità di coppia come nel recente passato. Come si sa in quella legislatura il tema fu l’omofobia con la nota proposta dell’aggravante respinta nel voto parlamentare.

E’ di quegli anni la svolta del movimento LGBT italiano: niente più mediazioni, la richiesta unica è quella del matrimonio egualitario. Ce la racconti?

La svolta in realtà avviene in relazione al programma del centrosinistra in un uggioso febbraio 2006 quando Francesco Rutelli della Margherita, in quel periodo particolarmente “vicino” al Vaticano, mette il veto al Pacs nel programma del centrosinistra, la famosa “unione” (il cui simbolo era guarda caso un mezzo arcobaleno). Facemmo una protesta sotto la sede del centrosinistra a Roma e in seguito a quell’episodio si scelse di proporre seccamente l’estensione del matrimonio civile alle coppie omosessuali. Eravamo arrabbiatissimi con Rutelli e fu così che nacque la mia candidatura a sindaco di Roma proprio contro di lui e il bello che è che Rutelli sostiene che fui proprio io a fargli perdere le elezioni romane. Troppa grazia!

Cosa furono i DIDORE, tanto per restare negli acronimi di questa breve storia delle unioni civili in Italia? Ed i CUS?

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I CUS (contratti di unione solidale) dell’amico Cesare Salvi allora presidente della commissione Giustizia del Senato che cassò i Dico ed aprì la brevissima discussione parlamentare su questo per i pochi giorni che rimanevano prima della caduta di Prodi. I Didore, diritti e doveri reciproci, sono una proposta di Brunetta e di Gianfranco Rotondi a titolo personale e non condivisa dal gruppone berlusconiano che non voleva nessuna legge in materia e nessuno scontro con la gerarchia vaticana. A parte l’estremo moderatismo della proposta il principale, e inaccettabile, difetto era l’art 1 che definiva famiglia solo quella tra uomo e donna. La definizione di famiglia non c’è nemmeno nella nostra Costituzione figuriamoci se era accettabile farsi dettare da Brunetta cos’era o non era famiglia visto che il nostro ha persino partecipato all’ultimo infamily day.

Nel frattempo la comunità LGBT cresceva e aumentavano le famiglie “arcobaleno”. Si arriva alla via giudiziaria alle unioni civili, con le sentenze della Corte Costituzionale e di diversi tribunali italiani. Che valutazione dai di quella fase? Fu necessaria perché la politica non dava risposte? Fu utile?

La sentenza 138 del 2000 costituzionalizza le coppie omosessuali inquadrandole nell’articolo 2 sulle “formazioni sociali” e riconosce diritti “coniugali” anche alle coppie gay rimandando al parlamento la decisione su quale istituto giuridico sia più adatto, matrimonio compreso. La successiva sentenza della Corte di Cassazione stabilisce che è definitivamente tramontata l’idea che sia necessaria la differenza di sesso per contrarre il matrimonio. Sono sentenze importanti che però non hanno il coraggio di aprire la strada in Italia al matrimonio egualitario. La vera novità sono le famiglie arcobaleno che emergono e diventano visibili come mai prima d’ora soprattutto con i loro figli. La Cedu sentenzia sul diritto delle coppie omosessuali alla vita familiare e condanna addirittura l’Italia al risarcimento delle coppie ricorrenti. Il Governo, va dato merito, non fa ricorso e accetta la sentenza con ciò riconoscendo la fondatezza della sentenza stessa e la mancanza in Italia di una normativa sui diritti delle coppie omosessuali. La “via giudiziaria” è stata quindi utile ma non è ovviamente sostitutiva della via parlamentare o perlomeno non lo è stata in Italia.

Si arriva ai giorni nostri, alla definizione del modello tedesco delle unioni civili e alla stepchild adoption sposati dall’attuale premier Matteo Renzi. Come si è giunti qui?

Ormai la decisone sui diritti delle coppie omosessuali non era più rinviabile. Quella delle unioni civili e della stapchild adoption è stata la proposta di Renzi durante le primarie del PD nella discussione del programma del partito. Anzi, era stata fatta l’autorevole e impegnativa promessa di una legge nei primi 100 giorni. Poi ci sono stati vari rinvii finché la legge è arrivata al voto parlamentare per la prima volta nella storia del nostro paese. Quello che si sta discutendo in Senato non è più il modello tedesco perché nel frattempo la Germania è andata avanti e ha “completato” attraverso le sentenze della Corte costituzionale di Karlsruhe la legge rendendola sempre più simile al matrimonio eterosessuale.

La proposta dell’amica Cirinnà (dico amica perché ci conosciamo da una vita quando frequentavamo assieme i congressi dei verdi negli anni ’80) è oggetto di una nutrita contestazione dentro allo stesso pd dal gruppo dei cattodem che non condividono l’articolo 5 sulla stepchild adoption perché favorirebbe il ricorso all’utero in affitto, argomento specioso perché è come dire che bisogna chiudere le autostrade perché causano gli incidenti. Per non parlare dei contestati articoli 1, 2 e 3 per i “troppi” rimandi al matrimonio. La verità è che finalmente si arriva al voto di una legge sui diritti delle coppie omosessuali rompendo quel muro, quel veto, quel ghiaccio che finora ci ha relegato nel limbo dei paesi senza diritti civili. Rotto quell’argine sarà possibile in futuro perseguire l’uguaglianza matrimoniale ed è per questo che oggi assistiamo ad un passaggio storico che ricorderemo a lungo soprattutto se la maggioranza dei senatori ci sosterrà votando per i diritti anche a scrutinio segreto.

Oggi sarà una giornata decisiva, e le prossime altrettanto. Cosa ti senti di consigliare a chi in Senato è impegnato in questa difficile ed importantissima battaglia?

Un consiglio molto semplice: non cedere, votare il più possibile in modo palese perché in questo caso il voto segreto è il luogo della disonestà di fronte alle persone omosessuali e all’elettorato ovvero il luogo dove prevalgono le tattiche e le convenienze di gruppo anziché i diritti delle persone. Ognuno si prenderà le sue responsabilità sapendo che questa è una norma che qualificherà la legislatura e ciò vale soprattutto per il premier che vuole dimostrare di poter “portare a casa” il provvedimento mentre gli altri hanno fatto solo chiacchiere.