Gay Pride russo, ancora scontri. 40 arresti

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Non c'è pace per il Gay Pride russo che anche quest'anno ha visto i fondamentalisti ultraortodossi attaccare i partecipanti. Quaranta gli arresti fra gay e lesbiche. "Ci rivolgeremo...

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Si conclude anche quest’anno con zuffe, botte e una quarantina di arresti il Gay pride a Mosca, che cade ormai tradizionalmente l’ultimo sabato di maggio. La novita’ del 2011 e’ la quantità di informazioni veicolate dagli organizzatori e dai giornalisti attraverso Twitter. Secondo quanto TMNews ha appreso in un’intervista al leader del movimento per l’orgoglio omosessuale Nikolai Alekseev "sono state arrestate 18 persone" mentre secondo i dati diffusi dalla polizia della capitale i fermi sono stati 40.

La manifestazione non era stata autorizzata ma i disordini derivano principalemente da una folla di fondamentalisti ultraortodossi, vestiti di nero e con icone in mano "contro i peccatori gay". "Avevamo deciso di deporre dei fiori sulla Fiamma Eterna" spiega Alekseev. "Volevamo tornare alle origini" ossia quando "durante la manifestazione del 2006" il movimento dell’orgoglio omosessuale aveva scelto la stessa meta, vicino alle mura del Cremlino, ma era stata bloccata parecchie decine di metri prima dagli ultraortodossi e dalle forze spaciali Omon. All’epoca però il sindaco di Mosca era l’omofobo Yurij Luzhkov.

Quest’anno invece ci si attendeva una mano più morbida dal primo cittadino Sergey Sobianin. Così non è stato. Gli aderenti al movimento lgbt dovevano incontrarsi alle 10 italiane davanti al municipio e poi arrivare davanti al cancello del Giardino di Alessandro, per deporre fiori presso la Fiamma eterna. Ma il passaggio al Giardino si è rivelato ben chiuso con ringhiere in metallo. Vietato l’ingresso persino ai turisti.

I manifestanti sono stati avvicinati da uomini vestiti in nero. Altri avevano t-shirt con la bandiera nero-giallo-bianco imperiale. "Per il re, per il suo regno, per la patria" recitava la scritta sulla t-shirt. Con loro alcune donne velate. Qualcuno ad alta voce si è messo a urlare "a morte i gay", raccogliendo attorno a fotografi e cameramen. Ben diversi gli slogan dei gay, "La Russia non è l’Iran". Tra gli attivisti, c’era anche l’americano Dan Choi, noto sostenitore del diritto dei gay a prestare servizio nelle Forze Armate e già espulso dall’esercito per aver violato il principio del "Don’t Ask, Don’t Tell".

E poi, via agli scontri: uno dei giovani, con t-shirt con un bulldog sul retro ha dato un pugno nello stomaco alla fotografa Anna Artemiev di "Novaya Gazeta", il giornale della reporter uccisa Anna Politkovskaja. Un’altra giornalista della Novaya Gazeta, Elena Kostyuchenko, dopo una colluttazione è stata ricoverata all’Ospedale Botkin, secondo quanto apparso sul suo microblog su Twitter. A quanto pare la lotta per l’orgoglio omosessuale è tornata ad un punto morto, dopo numerose piccole vittorie, compresa una manifestazione riuscita a settembre dell’anno scorso. Il prossimo passo? "Ci rivolgeremo alla Corte europea" spiega Alekseev, rimandando a Strasburgo la contesa

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