GAYTHON: LE STORIE 2

Storia di una mamma e della sua figlia lesbica

Continuiamo a presentarvi le storie di alcune di quelle eroine e eroi senza corona, che hanno combattuto e combattono le quotidiane battaglie dell’accettazione e della lotta al pregiudizio, affrontando con orgoglio l’omosessualità dei loro figli. Ad aiutare questi genitori, c’è da anni in Italia l’Agedo, la Associazione di genitori e amici di Omosessuali, che oggi, per continuare a realizzare i suoi importanti progetti, chiede l’aiuto di tutti noi. partecipa, facendo una donazaione, anche solo di 20.000 lire, nella pagina di Gaython.

Di seguito, riportiamo la storia di una di queste mamme, tratto dal libro di Giovanni e Paola Dall’Orto "Figli Diversi", che aiuta a capire quanto sia importante un’organizzazione come l’Agedo.

Una madre e una figlia

Sara ha accettato di farmi parlare con sua madre purché potesse essere presente anche lei, per non mandarla allo sbaraglio in una situazione così nuova, ed anche perché non dovesse prendersi carico lei sola di tutto.

La loro non è una storia particolare, ricca di eventi drammatici, anche se è molto significativa dal punto di vista umano. Alla base c’è sempre il denominatore comune a tutti gli omosessuali: la sofferenza iniziale, più pungente nel periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, la vergogna e la titubanza nel comunicare in casa e al mondo anche solo il proprio malessere, e la struggente sensazione di solitudine.

Nella prima infanzia Sara ha vissuto con la madre e poi, dovendo la madre lavorare, con una nonna da lei definita "dolcissima".

La mamma è una signora da sempre molto aperta, non severa né autoritaria, un po’ "ribelle", come si autodefinisce lei stessa.

Ha sempre visto l’omosessualità come un modo di essere, parte della normalità delle cose, in quanto aveva due cugini, persone eccellenti, omosessuali. Proprio a causa della sua omosessualità uno dei due fu espulso dal partito di cui faceva parte (da bambina lei pensò che fosse stato espulso per un grave misfatto).

Ricorda che la nonna le raccomandava sempre di voler loro molto bene, anzi di aiutarli il più possibile perché "poveretti, hanno già da soffrire abbastanza!".

Sara ha iniziato a sentirsi diversa dalle altre ragazzine nell’infanzia, quando si accorse di non condividerne le scelte, i gusti, specie in campo sentimentale: lei era l’unica ad innamorarsi delle insegnanti e delle compagne! Sentiva un certo malessere, ma non ne capiva l’origine, si sentiva isolata: pensava di essere l’unica ad essere "così", quasi come il brutto anatroccolo.

C’era nella sua scuola la possibilità di usufruire dell’appoggio di una psicologa, ma Sara non l’ha mai utilizzato, sia perché un po’ introversa, sia anche perché incapace di spiegare le radici del suo vago malessere.

Gli anni sono passati in questo "malessere", e pur avendo molti amici, continuava a preferire la compagnia femminile.

In questi anni si è ammalato ed è morto il padre, persona severa e all’antica, ma visto all’esterno come buona (secondo la madre, però, se avesse saputo del lesbismo della figlia, l’avrebbe senz’altro buttata fuori casa).

Questo dramma in famiglia impedì a Sara di aprirsi, di esprimere la propria infelicità. Continuava nel suo silenzio e nella sua doppia vita. Provava soddisfazione nello sport, che praticava a livello agonistico, ma che ha abbandonato a 16 anni per dedicarsi completamente allo studio, nel quale ha raggiunto ottimi risultati (ha conseguito la laurea in informatica).

La madre, giunta l’"età dei grandi amori", nel ricordo dei propri amori giovanili e non vedendo la figlia frequentare ragazzi, anzi vedendo che li rifiutava col pretesto di sempre nuovi difetti, ha iniziato a intuire qualcosa, ma non ha osato chiederle nulla, aspettando che fosse lei la prima ad esprimersi.

Il dubbio si è trasformato in certezza quando ha visto che Sara aveva un attaccamento un po’ troppo intenso per un’amica. Anzi, confida la madre, quel tipo di sguardo che Sara aveva per l’amica, lei l’aveva già visto quando era bambina, negli occhi di una signora a cui piacevano le ragazze e che l’abbracciava volentieri.

Anche per quel che riguarda l’abbigliamento Sara era un po’ troppo sobria, mentre la mamma avrebbe voluto che indossasse più abiti femminili e non sempre pantaloni (ora si veste "a modo" solo in occasioni importanti di lavoro).

Nel frattempo Sara aveva letto libri di psicologia che affermavano che i sentimenti che sperimentava erano transitori. Ci aveva creduto, anzi si era tranquillizzata.

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Quando, a 23 anni, "ebbe una storia" (fra l’altro non delle più felici) con una ragazza, si rese veramente conto di essere omosessuale. Si sentì allora più isolata, sola, con il forte bisogno di parlarne con altre come lei: telefonò all’Arci gay donna (un’associazione di donne lesbiche diffusa un po’ in tutta Italia), quasi diffidente, timorosa.

La prima volta che si recò al gruppo trovò che era frequentato da ragazze anche più giovani di lei e che per buona parte avevano già avuto il coraggio di "scoprirsi", parlando con la famiglia, nonostante ne fossero quasi tutte dipendenti economicamente (come lei invece non era).

E’ stato dunque il gruppo che le ha infuso coraggio e l’ha finalmente convinta ad aprirsi con la madre. Il tacere così a lungo aveva aggravato le difficoltà e il disagio: c’era in lei ancora vergogna, anche se non paura perché il rapporto con la mamma era sempre stato ottimale.

Sara temeva una reazione fatta di silenzio, che è più duro delle parole. Ciò non è però avvenuto. La madre, come già detto, era preparata, ed in più non era carica, "non essendo cattolica, di preconcetti e pregiudizi legati alla religione".

Sara ha iniziato quindi a parlarne con le amiche, che l’hanno subito accettata. Agli amici non ha ancora detto nulla, né lo ha detto alla sorella appena sposata (che però, dice, ha probabilmente già intuìto), temendo la reazione del cognato.

Sul lavoro non pensa che valga la pena parlarne: lì vive rapporti falsi perché esiste solo il desiderio di fare soldi, e nessuno fa nulla per stabilire relazioni autentiche con i colleghi.

Vivere una doppia vita le è sempre pesato, però tornando a casa sa di trovare un ambiente tranquillo, sereno, dove finalmente può essere se stessa.

Ha una relazione con una ragazza dolce, intelligente, che viene a trovarla a casa, anzi è come una seconda figlia per la madre.

Sara si rendere perfettamente conto del fatto che la vita che ha scelto è più difficile, però quando torna a casa si sente forte, e la lotta avviene solo al di fuori della famiglia.

La lotta con se stessa, del resto, è stata molto dura, anche perché Sara ha conosciuto troppo tardi altre persone omosessuali, per cui si è sentita sempre sola, nonostante frequentasse regolarmente gruppi di amici.

Dopo il colloquio liberatorio con sua madre è molto più serena. La sua tendenza, sebbene capisca di essersi ormai accettata (forse con maggior fatica delle altre), le procura ancora alcuni disagi, soprattutto quello di dover vivere ancora una doppia vita in particolari circostanze e di non essere riconosciuta pubblicamente. Sente come una forte limitazione di libertà il non poter scambiare un tenero bacio per strada con la sua ragazza.

Vorrebbe inoltre che fosse istituito anche in Italia (oggi esiste solo in Danimarca) il matrimonio fra omosessuali, anche per una maggior tutela legale. La legge dovrebbe tenere conto di questo gruppo minoritario, e tutelarlo contro i continui soprusi, e non solo ignorarlo tacendo, come ha fatto finora.

Sara consiglia a chi sta facendo le sue esperienze di utilizzare gli incontri con il gruppo, perché la conoscenza di sé passa attraverso il gruppo. Qui si possono scambiare idee con le altre, confrontare le esperienze, rinnovare le amicizie, senza paura di essere coinvolta in modo negativo. E’ molto importante sentire che c’è l’altro con te, quando ti senti sola e diversa.

Dunque per vincere la solitudine, la paura, la vergogna, in un’età in cui si è così insicuri, in cui già i comuni problemi adolescenziali ti mettono in subbuglio, occorre innanzi tutto un’informazione specifica e mirata, senza pregiudizi. Molto spesso, quando a scuola viene fatta educazione sessuale, si tralascia l’argomento omosessualità, come se non esistesse.

Se Sara fosse stata informata sull’omosessualità, e avesse percepito le cause del suo malessere, avrebbe potuto almeno parlarne con la psicologa della scuola, per capirsi meglio ed accettarsi prima.

E’ necessario infine dare l’opportunità di condividere il problema col confronto con gli altri, per non far sentire solo ed isolato o cattivo chi è diverso, in modo da permettergli di sentirsi parte di un gruppo con un’identità ben definita, anche se non usuale. Ciò permetterebbe una notevole crescita interiore.

di AGEDO