Gerusalemme: intolleranza religiosa contro il Gay Pride

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Capi religiosi ebrei, cristiani e musulmani una volta tanto schierati sullo stesso fronte intollerante: impedire lo svolgimento del Gay Pride mondiale. Sui “peccatori” anche taglie.

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GERUSALEMME – I leader religiosi ortodossi delle principali religioni monoteiste (ebraica, musulmana e cristiana) una volta tanto sono uniti e solidali in medio oriente per una comune causa. Ma quale? Fare fronte comune per porre fine alle guerre? No. Attuare i buoni propositi mai messi in pratica per vivere in pace tra le varie fedi? No. Combattere uniti contro la fame e la miseria sulla Terra? No. Lavorare insieme per disinnescare la spirale di violenze che infiamma tutto il medio oriente? No. Quello che unisce i rabbini, gli imam e i preti è la determinazione per impedire che loro concittadini gay e lesbiche possano partecipare liberamente ad una manifestazione pacifica, non violenta e improntata sulla tolleranza come il World Gay Pride, che si dovrebbe tenere il 10 agosto. Nelle intenzioni degli organizzatori il Jerusalem World Pride 2006 vuole rappresentare un momento storico in una delle più storiche città del mondo, portare un messaggio di riconciliazione ai popoli martoriati dal conflitto e rivendicare la dignità e l’accettazione nella Città santa delle tre maggiori fedi religiose nel mondo. Intenti nobili e più che rispettabili ma totalmente ottenebrati dal “sacro” furore dell’ortodossia religiosa che ha spinto addirittura qualcuno a mettere una vera e propria taglia di ventimila shekel (quasi cinquemila dollari) su chiunque, si legge in un volantino distribuito in città, “causerà la morte di uno dei residenti di Sodoma e Gomorra”. In puro stile terrorista nello stesso volantino si suggerisce di lanciare bombe incendiarie contro i partecipanti al Gay Pride, definiti come “bestie corrotte (che) marceranno attraverso la Città Santa di Gerusalemme”.
Questo atteggiamento d’incitazione alla violenza degli ultraortodossi non è condiviso da gran parte della popolazione d’Israele ma il sociologo Oz Almog della Haifa University ha fatto notare come la controversia su questo argomento faccia emergere quanto Gerusalemme sia diversa dal resto del paese: «Gerusalemme è quasi come un paese a se stante. Racchiude la più oscura, incline ai pregiudizi e meno tollerante parte della società israeliana e quando si tratta di estremismi religiosi non c’è grande differenza tra ebrei, cristiani e musulmani. I fondamentalisti sono fondamentalisti.» In cerca di appoggio e supporto il capo sefardita d’Israele Shlomo Amar ha anche scritto una lettera a papa Benedetto XVI, colui che non perde occasione per stigmatizzare sia gli omosessuali (arrivando a decretarne la messa al bando negli ordini religiosi) sia le loro relazioni affettive (chiedendo insistentemente ai politici di non riconoscere in nessun modo le unioni gay). Il rabbino Amar chiede al leader della Chiesa Cattolica romana di aiutarli “a contrastare la sfilata mondiale gay”, sfilata che “viola e umilia” la Città Santa, che sarebbe attaccata da “gente cattiva” che vorrebbe umiliarne la grandezza. Poco distanti le posizioni dello sceicco Taissir Temimi, leader islamico della West Bank e della striscia di Gaza, che ha detto di considerare «offensiva e dannosa» la manifestazione per «l’integrità religiosa della città» e che ha invitato i palestinesi a scendere in strada per prevenire che i manifestanti possano accedere alla città dal lato orientale. A loro «non deve essere permesso di entrare in Gerusalemme», ha sentenziato.
Riccardo Gottardi, co-presidente di ILGA Europe, commenta così l’intera controversia sul World Gay Pride: «È paradossale che in una città toccata dal sangue e dalla violenza nate dall’intolleranza tra chi professa fedi diverse, l’unico punto di accordo sia di ripetere quella stessa intolleranza contro le persone LGBT.» (RT)

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