I giovani in Europa non hanno paura: la fotografia di Giacomo Cosua

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FIno al 20 agosto a Londra la sua mostra, I'm not afraid, è un'ottima occasione per vedere dal vivo alcuni tra i suoi lavori fotografici più potenti.

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Fino a dopodomani, 20 agosto, alla Union Gallery di Londra è visitabile la mostra fotografica I’m not afraid di Giacomo Cosua. Lo abbiamo contattato per farci raccontare il suo lavoro e l’ispirazione catturata dalle sue immagini. Ecco cosa ci siamo detti.
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Partiamo da te. Chi è Giacomo Cosua?
Ho 32 anni sono nato a Venezia. Ho iniziato a lavorare come collaboratore per la Nuova Venezia, quotidiano del gruppo Fnegil. Ho fatto per 5 anni il giornalista e poi nel 2011 mi sono trasferito a Londra per un master in fotogiornalismo al London College of Communication. Poi mi sono trasferito a Berlino dove ho abitato dal 2012 fino a qualche mese fa e ora mi sono trasferito di nuovo a Venezia, e ho intenzione di fermarmi stabilmente qua. 
Mi sembra che i tuoi lavori, almeno a livello di soggetti, spazino molto. A cosa ti sei dedicato prevalentemente finora?
Una cosa che mi è sempre piaciuta, negli anni, è viaggiare e penso di aver usato il lavoro per questo. Mi interessa principalmente il reportage e la fotografia come “documentario”. Poi comunque negli anni ho fatto anche cose diverse, per esempio dei backstage durante le sfilate per diversi giornali esteri, anche se quello in realtà non è mai stato una vera e propria priorità. Nasco come giornalista nella carta stampata e sono più interessato a questo tipo di tematiche, al viaggio, alla testimonianza, però la fotografia si può declinare in tanti modi e se funziona si possono rompere determinati confini.
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Perché sei diventato fotografo? Perché proprio la fotografia?
Mio padre faceva il pittore, ma con la fotografia ha sempre lavorato, da piccolo giravo spesso con lui e le foto sono sempre state una costante. Con mio padre ha spesso lavorato Guido Guidi, uno dei fotografi più importanti che abbiamo oggi in Italia e forse un po’ da quello ho iniziato ad interessarmi. Forse però la vera e propria molla è stata il lavorare in un giornale giornale, vedere come i fotografi lavoravano e diversamente da me che scrivevo, raccontavano le storie con le foto. Ho iniziato così a fare foto e mi sono reso conto che probabilmente sono più bravo a fotografare che a scrivere.
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Una cosa che colpisce delle tue foto è che sono molto narrative, anche se in modo sospeso o enigmatico. Ti piace raccontare storie con le immagini?

Penso sia quello che fa la differenza in fotografia, il saper raccontare, emozionare.

Vorrei tu ci raccontassi qualcosa di alcune delle foto che mi hanno colpito di più. Ad esempio, questa. 

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Questa foto è stata scatta in Islanda. Nel 2011 sono stato là un mese e mezzo circa, per fare la tesi del master sulla crisi economica che c’era stata nel 2009, ho fatto un mese di couchsurfing e questa della foto è una delle case dove sono stato accolto. Il marito era islandese e la moglie italiana e lui era uno dei leader della protesta per la crisi
Hai scattato altre foto in Islanda? 
Sì certo, c’è la foto dei giovani che si baciano un po’ sfuocata nel prato. Arriva da un festival annuale che si tiene non troppo lontano dalla capitale.
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Com’è la tua mostra in corso a Londra fino al agosto? Quali tuoi lavori sono esposti?
La mostra è un insieme di cose, di lavori che ho fatto negli anni. Il tema generale è comunque raccontare la gioventù nelle sue diverse declinazioni in giro per il mondo. Parte un po’ tutto dal titolo – I’m not afraid – una generazione che sceglie in qualche modo di non avere paura nelle difficoltà del quotidiano. Ci sono foto di manifestazioni, di giovani che spaccano le vetrine di una banca a Londra, o che a Milano bruciano le macchine. Ci sono anche le foto che ho fatto subito dopo l’attacco al Bataclan.
I ragazzi del candiani
Come mai ti trovavi a Parigi in quelle ore?
Ero la per una fiera di fotografia, Paris Photo. Il giorno dopo avevo l’aereo per tornare a Berlino, durante l’attentato ero con amici fuori a bere, là vicino.
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Com’è stato scattare in quei momenti?
Concentrarsi sulle foto aiutava a non pensare a quello che era successo, a entrare in una dimensione tua. Poi la botta è arrivata nei giorni successivi, nel capire cosa stava succedendo. Psicologicamente è stato molto forte: hai visto prima in tv cosa è successo e poi sulle strade vedevi l’effetto diretto, anche se non era la prima volta che vedevo un morto. 
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Certo che quando sei in mezzo alle manifestazioni, ultima quella di Milano, dove da un lato c’erano i Black Bloc, dall’altro la polizia, l’effetto emotivo è molto intenso. Si respiravano copertoni, auto in fiamme e lacrimogeni.
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Parlando invece di ragazzi: a quale scatto sei più legato?
Sicuramente a quello dei due ragazzi che si tengono per mano. Ho fatto la foto ad Atene a febbraio. Sono due rifugiati afgani. Molti amici o comunque in generale quando facevo vedere la foto in Italia, mi hanno chiesto se si trattava di ragazzi gay, perché da noi ovviamente vedere due che si tengono per mano può voler dire solo una cosa. In Afghanistan invece è qualcosa di naturale e non è affatto legato all’omosessualità, anzi così mi è stato spiegato, è solo amicizia. Secondo me è una foto forte perché parla di tante cose, della condizione dei rifugiati e degli stereotipi da abbattere.
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Mi hanno colpito due ritratti: chi sono?
Allora, lui è Nicolas, un mio amico di Berlino. Organizza una serata che si chiama Herrensauna che ha preso abbastanza piede.
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Lui invece è Chris, un ragazzo giapponese che abita a tokyo, come vedi non è affatto orientale. Sua madre è spagnola e suo padre giapponese, lui è nato in Giappone. Mi interessava questa cosa che comunque è giapponese a tutti gli effetti ma in realtà non avendo molto di orientale è sempre considerato un po’ straniero anche a casa sua!
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Ho letto che hai fatto un’esperienza con Sea Shepherd, l’organizzazione che si batte per la salvaguardia della fauna e degli ambienti marini.  Come sei arrivato a collaborare con loro?
Il fondatore di Sea Shepherd è Paul Watson, che è uno dei co-fondatori di Greenpeace. Poi lui ha lasciato e ha aperto la sua organizzazione. Io ho lavorato per un progetto che si chiama Parley for the ocean e mi hanno mandato a bordo di una delle loro navi per 4 mesi in Antartide a documentare l’attività di Sea Shepherd per bloccare i giapponesi che cacciano le balene.
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Progetti per il prossimo futuro?
Per ora sono a Venezia, dopo tanto girare sono tornato in Italia e l’idea è di aprire uno studio qua in zona, a Marghera, e vedremo come andrà.
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Hai qualche direzione in particolare che ti piacerebbe percorrere?
Mah non una in particolare, quelle che mi facciano continuare a viaggiare.
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