Ancora pochi i memoriali alle vittime gay dell’Olocausto

Roma, Bologna, Trieste. Targhe e monumenti italiani che ricordano le vittime gay dell’Olocausto sono ancora troppo pochi. Per non parlare del memoriale capitolino, incredibilmente abusivo.

Sono tre, in altrettanti luoghi simbolo dell’occupazione nazifascista, i memoriali italiani che ricordano le vittime gay di quella barbarie. Si tratta di una targa apposta sulle mura della Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento italiano; a Roma, in piazzale Ostiense; a Bologna (in foto), nei giardini di Villa Cassarini. Quest’ultimo fu il primo, nel 1990, a piazzare il triangolo rosa a ricordo delle “vittime omosessuali del razzismo antifascista”. Gli altri due seguirono a distanza di anni: quello della capitale nel 1995 che però è un’installazione “abusiva” e autofinanziata e infine nel 2005 la targa triestina.

Un numero ancora troppo esiguo se paragonato a quanti ce ne sono nel paese a cui eravamo più legati nella follia, la Germania. Dieci in tutto, l’ultimo, quello di Berlino inaugurato appena nel 2008; senza contare i sanpietrini dorati che sono stati incastonati nei marciapiedi del quartiere gay della città, Schöneberg, a ricordare i deportati fuori da ognuna delle case che mai più li ha visti tornare.

Altri fra monumenti, targhe, simboli sono sparsi nel resto del mondo e ogni anno se ne conta uno nuovo. Barcellona ne inaugurò uno nel 2011 alla presenza delle massime autorità e appena fuori dalla Sagrada Família mentre il 2012 dovrebbe finalmente essere l’anno in cui anche Tel Aviv potrebbe vedere finito il suo: un grande triangolo di ferro dentro il piccolo Meir Garden, il parco che ogni anno fa da punto di partenza del Gay Pride locale.