GIOVANI GAY E GENITORI OMOFOBI

Prosegue l’inchiesta di Gay.it sui problemi dei giovani gay. Oggi parliamo del rapporto con i genitori omofobi. Ecco due casi di ragazzi che hanno vinto contro le proibizioni ribellandosi.

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Chiara Saraceno una sociologa che sta conducendo una ricerca per il Comune di Torino sull’omosessualità afferma che la maggior parte di “lesbiche e gay è ancora costretta al silenzio e che spesso la reazione della famiglia è di negazione, quando non di insulto. Del resto non è semplice per i genitori accogliere una scelta che comporta molte difficoltà in una società non poi così amichevole verso gli omosessuali”.

Concordiamo con la studiosa sulla “costrizione al silenzio” ma crediamo che nella maggior parte dei casi il coming out abbia un esito positivo. I genitori, infatti, facilitati nella comprensione dell’omosessualità dal proprio figlio dopo un breve periodo di sofferenza accettano le sue scelte senza condizioni. E questo è accaduto a molti di noi.

A volte, poche per la verità, il coming out in famiglia può diventare un inferno e le chiusure dei genitori possono essere totali come testimonia un fatto accaduto a Pisa il 29 giugno scorso. Anche per chi si trova in queste condizioni esiste una soluzione positiva.

Nella famiglia del diciannovenne toscano Marco, questo è un nome di fantasia, tutto sembrava andare per il meglio. Poco prima dell’estate, e conclusa la maturità, il giovane aveva deciso di dichiarare ai suoi di essere omosessuale. Lo disse alla madre, che, come sovente accade in questi casi, pur non mostrandosi felice “della cosa” non si mostrò neppure troppo contrariata. Si lamentò soltanto della differenza di età tra il giovane e il suo fidanzato, circa dieci anni, ma tutti sappiamo che al cuor non si comanda.

Marco partì per un breve periodo di ferie presumibilmente per lasciare ai genitori il tempo per riflettere sulla sua dichiarazione. Tornò e in casa trovò un clima completamente diverso rispetto a quella che aveva lasciato.

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Innanzi tutto gli proibirono di utilizzare il computer, con cui teneva i contatti con i suoi conoscenti gay, sequestrandoglielo. Poi gli vietarono di uscire di casa la sera con gli amici. Avevano infatti capito che quegli amici potevano essere omosessuali.

“Agii d’impulso” ricorda Marco raccontandomi la sua storia “feci le valige e me ne andai di casa”.

Si trasferì dal suo fidanzato, che abita in provincia di Lucca, lasciando i genitori esterefatti: “mai si sarebbero immaginati che avrei potuto osare tento. Sono sempre stato un tipo tranquillo”.

La sera del 29 giugno accadde però l’inverosimile. Il padre di Marco ed alcuni amici di famiglia si presentarono alla casa dove i due, da poco, convivevano.

Il quarantenne cercò di convincere con le buone il figlio a tornare in famiglia. Nulla da fare, Marco, coraggioso, giustamente rimaneva arroccato sulle proprie posizioni non potendo sopportare alcun limite alla propria libertà. Poi il finimondo. Cercarono di acciuffarlo con la forza e di caricarlo in macchina. Misero in scena un rapimento in piena regola, ma il diciannovenne riuscì a sottrarsi al tentativo gridando inizialmente e poi fuggendo a piedi come racconterà poi al quotidiano La Repubblica “ho fatto il giro dell’isolato, chiedendo aiuto, e mi sono rifugiato nell’ingresso del condominio. Lui è arrivato e ha sfondato la porta. S’è ferito al viso e alla coscia. Io impietrito. Dalla paura, sì. Ma anche da tutto il resto che franava giù. Lo guardavo e mi dicevo: possibile essere arrivati a questo? Possibile non capirsi così? Io ai miei ho detto la verità, sono omosessuale, ho un compagno e ci sto bene, sono finalmente felice con qualcuno, e loro che non riescono a capirmi”.

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I vicini sentirono le urla e chiamarono la polizia che si presentò sul posto con due volanti. Marco, che è un maggiorenne in grado di intendere e volere, decise di restare dal fidanzato e il padre dovette tornare sui suoi passi mesto.

I quotidiani si impossessarono della vicenda e la resero pubblica ma a distanza di tre mesi dall’accaduto nessuno ha raccontato l’epilogo di questa storia. Chiamo Marco che si mostra reticente a raccontare la sua storia: “ho sofferto molto” ricorda. Decido di chiedergli soltanto come sta ora. Lui dice: “Per tutti quanti mio padre, mia madre, mia sorella e per me stesso principalmente, mi sono detto che la cosa migliore era quella di tornare a casa. La mia paura era quella che una volta tornato mi avrebbero un po’ chiuso e limitato nel condurre la mia vita. E invece mi hanno detto ‘E’ finita la scuola se lavori puoi fare quello che ti pare che tu sia etero o gay devi essere autonomo, la tua vita è la tua vita’”.

Ora Marco è a casa ed è sereno. La sua ribellione ha pagato e ha aiutato i suoi genitori a riflettere.

La storia di Marco non è l’unica nel suo genere. Tempo fa avevo intervistato un diciottenne figlio di testimoni di Geova che scopertolo omosessuale gli resero la vita impossibile addirittura dandogli da mangiare in piatti di plastica. A volte i genitori diventano davvero omofobi, ma lo diventano, come dice Giovanni Dall’Orto nel suo manuale Figli diversi Come vivere serenamente l’omosessualità in famiglia, per paura: “In un primo momento si ha una reazione di rifiuto…messo di fronte alla notizia il genitore cerca di sopprimere la causa del suo disagio”. Anche Simone fece le valige, si trovò una casa e un lavoro. A distanza di sei mesi i suoi genitori lo richiamarono in casa e oggi vive liberamente e felicemente la sua condizione di omosessuale anche in famiglia.

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Ma allora, chi si trova in una condizione simile a queste ha come unica soluzione quella di ribellarsi?

Dall’Orto sempre nel suo manuale discutendo delle famiglie che rifiutano l’omosessualità consiglia di ponderare bene questa scelta e afferma che “un po’ di pazienza, protratta per parecchi mesi, ha quasi sempre risolto situazioni che parevano disperate. Un anno di limitazione di movimenti è un prezzo conveniente da pagare per riconciliare la famiglia per tutti gli anni a venire”.

Se però “la maniacalità dei genitori persiste non sempre vale la pena sopportare la situazione”. Abbandonare casa è comunque un passo difficile che bisogna pianificare con calma e decisione e seguendo alcuni consigli pratici: “importante che tu abbia sufficienti risparmi per pagare da dormire in una pensione di infima categoria…a meno che tu non possa contare su un amico davvero fidato” e ancora “dovrai cercare un lavoro”.

Oltre a questo, prima di abbandonare la propria famiglia, sarebbe opportuno contattare l’AGEDO (Associazione genitori di omosessuali) che può offrire un valido supporto ai genitori che affrontano la difficile fase del coming out.

E’ chiaro che sarebbe meglio non dover ricorrere a questa pratica, ma se accade il peggio valgano le parole del detto “a mali estremi estremi rimedi”. Il rimedio potrebbe portare benefici che nemmeno lontanamente potevate immaginare.

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di Stefano Bolognini