Gisela e i falsi miti su lavoro sessuale e salute

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Intervista a una sexworker transessuale brasiliana a Lisbona

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Incontro Gisela (nome di fantasia) in una soleggiata mattina invernale a Lisbona. Vado a trovarla perché collaboro con un progetto di mediazione fra lavoratori e lavoratrici del sesso e servizi per la tutela della salute: in poche parole offriamo materiali per la prevenzione – preservativi, lubrificanti, femidom* – e counselling, gratuitamente e su richiesta. Gisela lavora in appartamento, ed è lì che ci accoglie, fasciata in una vestaglia di raso. Nera, bella, monumentale. Decido di farle alcune domande e di conservare gelosamente le sue risposte, per poterle poi condividere e rifletterci su.

Gisela, ti va di raccontarci un po’ del rapporto tra il tuo lavoro e la tua salute?

Camisinha sempre! (in portoghese brasiliano, camisinha è il modo più diffuso per dire “preservativo”). La mia salute fa parte del mio lavoro. Noi tocchiamo e siamo toccate di continuo, dobbiamo stare bene. La leggerezza di chi fa sesso per piacere non ce la possiamo permettere.

Cosa vuoi dire esattamente?

Se lavoro in ufficio e prendo la Clamidia, per una settimana non posso scopare, ma posso continuare a lavorare. Nel mio lavoro, se non posso scopare per una settimana, vuol dire che per una settimana sono senza lavoro, e la vita costa cara (sorride).

Però molte infezioni a trasmissione sessuale, soprattutto le meno gravi, si prendono anche col sesso orale…

Sì, infatti io e le mie colleghe usiamo la camisinha anche per i pompini, anche quando ce li fanno…

La chiacchierata si interrompe perché squilla il telefono: “Pronto? Sì, sono Gisela, alta, nera, ben fatta, tette grandi, venti centimetri di pisello. Sono Brasiliana, amore! Per singoli o coppie, anche donne. Solo col preservativo.”

Mi fa: “Scusami, dovevo proprio rispondere, vuole venire una coppia tra mezz’ora. Che noia, mi tocca prendermi il Viagra perché questo vuole che mi scopi la fidanzata (ride forte)”.

Gisela, tu non vivi sempre qui, giusto?

No, ma torno qui due o tre volte all’anno, ogni volta prendo un appartamento diverso con altre colleghe. Quando lavoriamo in casa siamo sempre almeno in due, ci sentiamo più sicure così.

E sulla camisinha siete tutte d’accordo?

Ognuno lavora come preferisce, ma io e le mie colleghe di qui sì, la usiamo sempre per tutto. Alcuni clienti ci chiedono di farlo senza, anzi molti, ma noi su questo siamo tassative. Il cliente coi soldi compra un servizio, non il nostro corpo, e nemmeno la nostra salute!

Queste parole mi illuminano all’improvviso come un lampo nella notte: Gisela è determinata, consapevole, femminista. Non è una vittima.

Questo lavoro lo fai perché ti piace?

Essere trans non è semplice, non ti prendono a lavorare in un negozio di vestiti, o in una profumeria. Il mondo del lavoro è per i bianchi etero, una noia mortale! I clienti fingono di imbarazzarsi di fronte a una donna nera alta 1,90. Poi la sera ti chiamano e vogliono provare il tuo uccellone (ride), ma questo è un altro discorso. A me piace questo lavoro, forse lo farei anche se avessi un’alternativa. Lavorare in appartamento non è come farlo in strada. Spostandoci spesso riusciamo ad essere più autonome, a proteggerci da sole. La cosa difficile è dover stare sempre qua rinchiuse, perché appena esci e ti allontani, se un cliente ti chiama e non puoi riceverlo, lo perdi.

E allora per fare controlli medici, come il test per l’HIV, come fate?

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Da quando hanno aperto il Checkpoint LX** andiamo lì. Il test si può prenotare, così quando arrivi non aspetti. Il risultato è rapido, 20 minuti, conosciamo già gli operatori e non ci sentiamo giudicate. Parliamo quasi sempre con la stessa persona, che ormai sa perfettamente quali sono le nostre esigenze specifiche. Se perdo un cliente mentre controllo la mia salute, ne vale la pena. La salute non può mai aspettare. Io il test lo rifaccio ogni tre mesi.

Abbraccio di gusto Gisela, che mi accarezza i capelli e mi chiede quale sia il mio segreto per i ricci perfetti, poi la lascio, so che tra poco avrà dei clienti e non voglio essere ancora in mezzo alle scatole quando arriveranno.

Visito altre case, ascolto altre storie. Gisela è Trans, Filipe è uomo, Clara è donna, Maria è portoghese, Juan è spagnolo, Ricardo si paga gli studi con le marchette e diventerà medico, Carmen è cubana, Antonio argentino. Non me lo aspettavo, ma le loro storie si assomigliano un po’ tutte. Mediamente i lavoratori e le lavoratrici del sesso che incontro stanno molto più attenti alla propria salute della maggior parte dei miei amici e conoscenti. Spesso ci viene facile pensare che lavorare col sesso significhi automaticamente lavorare con le infezioni sessualmente trasmesse, ma si tratta di un sillogismo aristotelico spesso inesatto e che forse non dovremmo formulare. Naturalmente, ogni caso è unico, ed ogni vicenda ha le proprie caratteristiche. Ma la cosa che tutte hanno in comune è il pregiudizio diffuso con cui la società considera il lavoro sessuale. Sex worker visti come untori, peccatori, reietti, poveretti, vittime. Soprattutto se Trans. Ma ne siamo davvero sicuri?

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