Giudice fedarale impone: “Fermate il Don’t ask Don’t Tell”

Il giudice Virginia Phillips ha emesso un ingiunzione con cui impone alle Forze Armate di sospendere immediatamente qualsiasi provvedimento legato alla legge che vieta ai militari di fare coming out.

Poco più di un mese fa, il giudice federale Virginia Phillips aveva dichiarato incostituzionale il combattutissimo Don’t Ask Don’t Tell. La cosa era stta salutata con moltissimo entusiasmo da parte delle associazioni lgbt statunitensi. Poi, però, è arrivato il voto negativo del Senato a smorzare la gioia.

Oggi, invece, si segna un’altra vittoria per i diritti di gay e lesbiche d’oltreoceano. La stessa iudice Phillips, infatti, ha firmato un’ingiunzione con la quale impone alle Forze Armate l’immediata sospensione di ogni applicazione del DaDt.

L’odioso provvedimento è stato riconosciuto colpevole di violare il primo e il quinto emendamento della Costituzione a stelle e strisce e di provocare "danni irreparabili ai militari perché infrange i loro diritti fondamentali".

I provvedimenti del giudice Phillips nascono dal ricorso presentato dal Log Cabin Republicans, il gruppo gay dei repubblicani e oggi, Christian Berle, vice direttore del gruppo, ha dichiarato: "Questi soldati, marinai, aviatori, marines e guardiacoste hanno sacrificato molto in difesa del nostro Paese e della nostra Costituzione. Proteggere le loro libertà costituzionali è un imperativo. Questa decisione è una vittoria per tutti coloro che sostengono la difesa nazionale. Il nostro esercito non sarà più costretto a scartare persone di valore ed esperienza a causa di una politica arcaica che obbliga ad una discriminazione irrazionale".

"Gli Stati Uniti –  ha concluso Berle – sono più forti adesso grazie a questa ingiunzione e il Log Cabin Republicans è orgoglioso di avere fatto in modo che questo accadesse".

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Adesso il Dipartimento della Difesa ha 60 giorni di tempo per presentare ricorso contro l’ingiunzione. "Il principio che sta alla base di "Don’t ask, don’t tell" è la rimozione, che è un modo per aggirare il problema della disparità all’interno del contesto di lavoro, non per risolverlo. Anche in Italia si pone la stessa questione dell’occultamento, del non riconoscere alla persona la libertà di essere visibili. Non si è discriminati per quello che si è ma per ciò che si dice di essere". Ad affermarlo è il presidente di Arcigay Paolo Patané intervistato da Adnkronos.

"Ma l’occultamento forzato della propria vita quotidiana all’interno dei contesti di lavoro è una vera e propria violenza. Quello ad essere visibili è infatti un legittimo diritto – continua Patané – che ha anche delle conseguenze pratiche". "Le battaglie come quella per l’abolizione della legge ‘Don’t ask, don’t tell’ sono importantissime. Esse assumono infatti molta più importanza quando riguardano contesti tradizionalmente machisti e eterosessisti come quelli dell’esercito e delle forze armate, perché danno un segnale fortissimo. Inoltre – conclude Patané – sono capaci di scardinare infatti tutta l’impostazione discriminatoria del contesto, come è stato ad esempio in Italia per l’ingresso delle donne nelle forze armate".