I DIRITTI, FATTO DI CIVILTÀ

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Intervista con il Segretario nazionale di Rifondazione Comunista, che parla di libertà, giustizia sociale e laicità. E sulla candidatura di Vladimir Luxuria non ha dubbi: è motivo di...

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ROMA – Il 9 Aprile è sempre più vicino e Gay.it continua a proporvi interviste a esponenti dei partiti di entrambi gli schieramenti candidati a governare l’Italia nei prossimi anni, e che dunque si apprestano a varare leggi che avranno effetti diretti sulla nostra vita. Dopo l’On. Daniela Santanchè di Alleanza Nazionale è ora la volta di un rappresentante di spicco della sinistra italiana, l’On. Fausto Bertinotti, segretario nazionale di Rifondazione Comunista reduce con Emma Bonino da un infuocato faccia a faccia televisivo, a Ballarò, con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

Onorevole Bertinotti, domanda iniziale di rito: perché mai un gay, lesbica o transessuale italiano dovrebbe votare per il suo partito?

Perché si incontrerebbe in una domanda centrale di libertà e di riconoscimento dei diritti delle persone che è, insieme al tema della giustizia sociale, un fondamento della nostra politica.

Nel programma dell’Unione il riferimento al tema delle unioni civili c’è ma la sua formulazione è stata giudicata da molti a dir poco insoddisfacente. Rifondazione Comunista come giudica il compromesso raggiunto?

L’accordo afferma la necessità che il parlamento legiferi e il governo esprima la sua proposta di legge. Sulla questione delle unioni civili noi siamo totalmente impegnati nella campagna per l’affermazione dei Pacs, sulla base del quale abbiamo stabilito dei rapporti di cooperazione importantissimi con la comunità gay, lesbica e transgender. Abbiamo accettato un compromesso nel documento programmatico dell’Unione con sofferenza, per potere però impedire che la questione venisse cancellata dal programma e rinviata alla libertà di coscienza delle singole persone e delle singole forze politiche. Muoviamo dal quel compromesso, che riconosce purtroppo non giuridicamente le unioni civili ma i diritti e le prerogative delle persone che fanno parte delle unioni, e qui il punto di arretramento, con tuttavia il punto assai significativo guadagnato che le unioni non dipendono ne dal genere ne dagli orientamenti sessuali, ma soltanto dalla stabilità e dai rapporti di affettività liberamente scelti. Da qui credo si possa partire sin da ora nella campagna elettorale per individuare quei diritti e quelle prerogative che nell’accordo dell’Unione sono indicati ma non concretizzati e che invece devono esserlo, a partire dall’eredità in caso di morte, della reversibilità della pensione, del diritto alla cura e assistenza in caso di malattia di uno dei due, della voltura del contratto d’affitto e delle altre richieste che il movimento LGBT ha giustamente sottolineato in tutti questi anni in un lungo processo di crescita.

Durante la stretta finale delle trattative per il testo definitivo di tale programma si è distinto il comportamento tenuto dalla rappresentanza della Rosa nel Pugno che, vedendo il compromesso insoddisfacente a cui si stava giungendo, ha per così dire battuto i pugni sul tavolo, finendo per alzarsi e uscire. Cosa nel pensa di tale comportamento?

Non voglio fare polemiche, però io sto ai risultati. Hanno “picchiato i pugni sul tavolo” e se ne sono andati, ma dove? A firmare poi il programma sul quale ci sono scritte le cose che ho detto. Penso che era più efficace discutere sul livello del compromesso per spostarlo in avanti. Alzarsi dal tavolo e andarsene per poi firmare la stessa formulazione uscita dal compromesso non capisco in cosa si distingua politicamente dal lavorare dentro al compromesso per migliorarlo. Se non per innalzare una bandiera, a cui io preferisco nettamente il lavoro per il riconoscimento dei diritti.

Secondo qualcuno chi vuole riconoscere le unioni tra persone dello stesso sesso mira a sfasciare la famiglia tradizionale italiana. Cosa risponde?

Tutto questo ha soltanto un rilievo polemico e non ha nessun fondamento. Se è vero che la Costituzione Italiana fa riferimento alla famiglia e al matrimonio la stessa Costituzione non preclude la possibilità di riconoscere unioni diverse e non si capisce per quale ragione il riconoscerle debba ledere la famiglia, che ha una propria autonomia e una propria possibilità di fondarsi sulle leggi. Al di là della discussione, che pure sarebbe legittima, se anche coppie omosessuali possano scegliere il matrimonio (discussione tanto legittima che in alcuni paesi, come in Spagna, viene legiferato in questo modo) in Italia si è scelta la via dei Pacs e non vedo francamente come questa, o il riconoscimento dei diritti dell’unione o il riconoscimento dei diritti delle persone che fanno parte dell’unione, possa danneggiare in alcun modo la famiglia, che semmai è minata dalla precarietà del lavoro e della vita e non certo dal riconoscimento di altre forme di convivenza.

Come mai il riconoscimento delle coppie di fatto, non è stato fatto nell’ultimo governo di centro-sinistra?

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Come mai il riconoscimento delle coppie di fatto, non è stato fatto nell’ultimo governo di centro-sinistra?

Non facevamo parte di quel governo per cui la domanda non va rivolta a noi.

Il 17 gennaio di quest’anno il Parlamento Europeo ha votato un’importante risoluzione contro l’omofobia. È stata approvata a larghissima maggioranza ma tra coloro che hanno votato contro c’è chi ha sostenuto che vi era un’indebita ingerenza nella sovranità dei singoli stati e del loro diverso concepire il concetto di “famiglia”. Ci può dire cosa ne pensa?

In primo luogo io quella Risoluzione l’ho votata e il mio partito, e tutto il gruppo della sinistra europea e verde nordica, ha lavorato molto per quella risoluzione, impegnandosi direttamente, tenendo rapporti con gli altri gruppi, avendo un ruolo protagonistico. Considero quello un passo importante nell’affermazione di diritti di civiltà. Penso che l’opposizione a quell’idea di Europa e di un ritorno ai confini degli Stati nazionali, al fine peraltro di difendere delle politiche conservatrici, è semplicemente una forma di resistenza destinata ad essere sconfitta. La cosa importante è che l’Europa annoveri una dichiarazione come quella sulle discriminazioni sessuali e contro le pulsioni omofobiche come un elemento costituente della sua civiltà, che debba influenzare il comportamento di tutti i Paesi membri.

La vostra decisione di candidare Vladimir Luxuria ha suscitato qualche perplessità. C’è chi ha fatto battutine ironiche e a chi ha pensato che si sia trattato di un “colpo di teatro” solo per guadagnare un po’ visibilità nei media. Che reazione c’è stata nei vostri circoli e nelle vostre sedi locali?

C’è da dire che siamo stati molto favoriti da come è concretamente Vladimir Luxuria: la sua persona, le sue doti d’intelligenza, di apertura mentale e la sua capacità di dialogo hanno indubbiamente favorito diciamo l’accettazione e poi anche la valorizzazione di questa candidatura. Quelli che pensavano che fosse un elemento diciamo di teatro vedendola in più trasmissioni televisive hanno potuto constatare che si tratta di un leader politico di primo piano. La sua presenza nelle nostre liste è stata originata precisamente dall’esperienza politica compiuta da Vladimir Luxuria in questo lungo scorcio di tempo nell’affermazione dei diritti di gay, lesbiche e transgender. Credo che per noi sia un motivo di grande orgoglio avere una connessione con una candidatura come questa, che spiega in maniera anche simbolicamente visibile che appunto noi siamo il partito della giustizia sociale ma anche della libertà.

On. Bertinotti in varie parti del mondo ed in varie epoche dei regimi comunisti hanno attuato forti forme di persecuzione contro gli omosessuali, penso all’Unione Sovietica, fino a Cuba o alla Cina contemporanea. Cosa si sente di voler o poter dire a quegli omosessuali o a quelle lesbiche che non voterebbero mai per un partito che ha la parola “comunista” nel nome, proprio perché diciamo spaventati da questi esempi negativi?

Dico che la storia ha dimostrato che questo nome può essere glorioso o da condannare, a seconda di come si è espresso. Laddove si è fatto Stato, parlo soprattutto dei paesi dell’est che hanno avuto una lunga storia, il socialismo reale si è rovesciato in un regime di oppressione, e non solo nei confronti degli omosessuali ma nelle domande di libertà che circolavano in quei paesi e anche nei confronti dei comunisti che dissentivano da quell’impostazione. È perciò che Rifondazione Comunista tanto per cominciare si chiama Rifondazione e poi ha avuto così grande l’esigenza di rompere con lo stalinismo e con le culture che intorno allo stalinismo hanno preso corpo. Ma non bisogna dimenticare che c’è poi invece il comunismo come storia di liberazione, in tutto il mondo, nelle grandi esperienze che sono state vissute contro l’oppressione, contro le guerre, sono potute essere verificate queste condizioni. Si pensi a storie come quella del Partito Comunista Italiano, che ha vissuto il travaglio del superamento di preclusioni maciste e che ha incontrato le culture del femminismo, dell’ecologismo e che per questa via ha rimesso la questione della persona in un ruolo così rilevante nella sua costruzione politica e culturale. Si pensi ad un partito come Rifondazione Comunista che, nel suo piccolo, ha fatto scelte come quella della non violenza, per dire quanti forti siano stati gli strappi ed ha appunto lavorato in questi anni, nel Parlamento Europeo, nel Parlamento Italiano, coi movimenti, con la società civile, con la presenza nei Gay Pride, per fare di questi temi argomenti qualificanti della politica del cambiamento.

La Conferenza Episcopale Italiana e Papa Benedetto XVI danno ormai periodicamente chiare e precise indicazioni politiche ai fedeli, presentandole sotto l’etichetta di richiami a valori morali e “principi non negoziabili”. Cosa nel pensa del rapporto che c’è oggi tra lo Stato Italiano e il Vaticano?

C’è stato, specie negli ultimi tempi, l’emergere dentro le gerarchie vaticane di pulsioni neointegraliste che in alcune vicende, penso a quella sulla fecondazione assistita in particolare, hanno manifestato una forte propensione ad una ingerenza sulle scelte dello Stato e della Repubblica Italiana e ad alcune prese di posizione, in particolare della Conferenza Episcopale, con cui il suo leader maximo ha scelto la linea dell’estrema politicizzazione. Quando così è accaduto noi abbiamo contrastato pubblicamente e decisamente queste ingerenze fino, vorrei ricordarlo, a ospitare nella nostra conferenza programmatica quei giovani che avevano contestato Ruini con le armi della politica nel momento stesso in cui Ruini quelle armi aveva adottato. Questa è una battaglia politica e culturale che va sviluppata in particolare affermando l’autonomia della politica, che si costruisce a partire dall’assunzione nei propri comportamenti e programmi dei diritti e delle libertà delle persone rispetto alle quali la politica deve avere una sua formazione culturale autonoma. Noi stiamo diventando sempre di più, per fortuna, un paese multietnico e multireligioso. L’Italia e l’Europa del futuro saranno completamente diverse da quelle che abbiamo conosciuto nel lungo ciclo delle lotte sociali e democratiche dopo la vittoria contro il nazifascismo nei paesi europei. Saremo una società composita e complessa, il che comporterà certamente anche dei problemi. Di fronte a questo ordine di questioni nuove la laicità deve fare un passo avanti, nel senso di essere da un lato in grado di difendere, diciamo, la larghezza del Tevere, mettendo la Repubblica al riparo di ogni ingerenza, ma dall’altra parte di progettare una società in cui la convivenza tra diversi riguardi le culture, le religioni, le opzioni sessuali, le diversità di ogni genere. Questa scelta è destinata ad essere decisiva per la civiltà del futuro.

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