IL DIFFICILE PRIDE D’ISRAELE

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Venerdì scorso, Gerusalemme ha ospitato la sua seconda marcia dell'orgoglio gay. Più triste e marginale dello scorso anno, dopo la morte in un attentato di un attivista. La...

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BOLOGNA – Venerdì 20 giugno centinaia di persone si sono riunite nella Safra Square di Gerusalemme in occasione del secondo Gay Pride nella città santa. L’avvenimento ha preso il via dopo un minuto di silenzio dedicato ad Al Bier, un attivista della Jerusalem Open House ucciso la settimana scorsa in un attacco terroristico in cui morirono altre sedici persone. Dalla piazza centrale il corteo ha proseguito per Jaffa Street, Shlomo Amelech e si è concluso all’Indipendence Park.
Jerry Levinson, fondatore della JOH, si è mostrato soddisfatto per la numerosa partecipazione. «Sono molto sorpreso. Pensavamo che le gente avesse paura degli attacchi terroristici – ha dichiarato – ma il numero dei partecipanti è all’incirca lo stesso dello scorso anno».
Qualche giorno prima il gruppo Haredi, la comunità ultra-ortodossa di Gerusalemme, si era opposta alla manifestazione e alcuni esponenti del partito Kach (fuorilegge) avevano organizzato una “fiaccolata” per bruciare le rainbow flags appese nel distretto downtown della città. Il sindaco ultra-ortodosso di Gerusalemme ha condannato la parata dichiarandola «un’oscenità nei confronti della natura stessa della città e della sua santità, e un’offesa a tutta la comunità di Israele».
Jerry Levinson ha prontamente risposto dicendo che «la comunità religiosa ha offerto un buon servizio alla manifestazione. Se non avessero lanciato tutte quelle battaglie per impedirla, la partecipazione sarebbe stata minore. Sto pensando di chiedere loro di fare la stessa cosa il prossimo anno».
Levinson non mostra alcun dubbio sul fatto che nel 2004 la città santa vedrà una nuova pride parade. «D’ora in poi ci sarà una manifestazione ogni anno a Gerusalemme. Abbiamo spiegato ai partecipanti che stiamo lavorando per poter organizzare qui il World Gay Pride nel 2005, ma non c’è niente di sicuro al momento».
Tra le personalità che hanno partecipato all’evento il Ministro dell’Interno Avraham Poraz e altri rappresentanti di partiti politici della sinistra israeliana. Anche il gruppo Kvisa Shchoora, gay & lesbiche contro l’occupazione, era presente. Importante anche la delegazione italiana di “Queer For Peace” che è riuscita ad incontrare e mettere in comunicazione tra loro gay e lesbiche israeliani con gay e lesbiche provenienti dai territori.
In ogni caso, nonostante l’ottimismo di Levinson, il numero dei partecipanti a questa manifestazione è stato decisamente inferiore al 2002. Lo scorso anno la marcia cominciò da Kikar Zion lungo tutto l’Indipendence Park. Decine di negozianti, passanti, motociclisti e residenti di King George St. cantavano e salutavano il corteo. Molti di loro si unirono spontaneamente ai festeggiamenti. Al contrario, Safra Square, il punto di partenza predestinato a quest’ultimo pride, è un luogo praticamente deserto, molto lontano dalle strade principali e molto lontano dallo sguardo di eventuali curiosi. Anche le strade che portano all’Indipendence Park sono totalmente desolate quando vengono chiuse al traffico. Nei giorni scorsi, molte persone che abitano in Israele non sapevano nulla di questa manifestazione. Resta da vedere se si tratta di persone estremamente pragmatiche che non leggono i giornali o se forse i giornali ne hanno parlato molto poco. L’impressione è che il Gay Pride 2003 sia stato un segreto molto ben nascosto. E tale è rimasto.
Lo scorso anno gli organizzatori dichiararono di voler dare un’impronta più spirituale, più culturale all’evento, per creare un clima più fraterno. Dopotutto lo slogan di questa parade è stato “Love Without Borders“. Niente carri con musica come a Tel Aviv o Eilat.

Una volta arrivati al parco e ascoltate le parole di benvenuto di Hagai Elad, direttore della JOH, Anat Hoffman, ex membro del municipio di Gerusalemme e del Ministro Avraham Poraz, gli spettacoli di intrattenimento hanno avuto inizio. Dopo un trio di drag queens che si sono esibite in alcune riedizioni di vecchie canzoni israeliane, è salita sul palco la “drag più famosa del Pleasure Dome di Tel Aviv” che ha mimato per il pubblico una canzone in cui una parola su due era una volgarità. Non doveva essere la parata della cultura e dello spirituale?
Dopodiché è stata la volta di Michael Amdorsky che ha fatto alzare le mani al pubblico. “Quelli di voi che non le alzano”, ha urlato “non sono ancora usciti allo scoperto (are still in the closet)”. Poi ha iniziato a cantare una delle sue canzoni, si è interrotta, ha intrattenuto una specie di diatriba con l’addetto al suono, ha salutato, ha detto che amava tutto il pubblico, e se ne è andata. Per concludere altre drag queens hanno mostrato ai partecipanti di conoscere ogni sorta di eloquio triviale in svariate lingue. Un po’ mortificante per coloro che avevano sperato in qualcosa di spirituale, fraterno e “culturale”.
Alla Jerusalem Open House va comunque riconosciuto il lavoro fatto per essere riusciti ad organizzare una manifestazione simile, nonostante i numerosi problemi che riguardano Israele e che tutti noi tristemente conosciamo. Il fatto poi che la manifestazione fosse stata posticipata di una settimana deve aver reso le cose ancora più difficili. Ciononostante molti dei partecipanti se ne sono andati un po’ delusi a fine serata.
Questo pomeriggio ho parlato con una giovane che abita nei territori occupati. Quando le ho chiesto se aveva sentito parlare del gay pride di Gerusalemme mi ha risposto: “No, non ne so nulla; ma credimi, qui la gente ha altro a cui pensare”.

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