Il ragazzo dai pantaloni rosa: la lettera della madre per ricordarlo

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"Sono passati circa 2 anni e mezzo dal giorno in cui mio figlio si è impiccato..."

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“Sono passati circa 2 anni e mezzo dal giorno in cui mio figlio si è impiccato, decidendo di porre fine ai suoi tormenti e lasciando me nel risucchio di una voragine”.

Inizia così la lunga lettera che Teresa Manes, madre di Andrea, aka “il ragazzo dai pantaloni rosa”, ha scritto alla rivista Vanity Fair. Era il novembre 2012 quando, dopo aver resistito alle continue vessazioni a scuola da parte dei coetanei, decide di farla finita nella sua casa, a Roma.

Perché non è che il tempo passa e il ricordo sfuma, anzi…

Dopo la morte di un figlio che decide di «farla finita» occorre far pace col proprio cervello.

[…]

C’è un pensiero (fra tutti ) che mi danna ed è il senso di colpa che avanza come il mare che corrode la costa.

Quanto sono stata presente nella vita dei miei figli? Quanto sono stata inconsapevolmente cieca davanti a una sofferenza così devastante? Avrei potuto fare qualcosa, qualsiasi cosa che avrebbe evitato quest’epilogo irreversibile?”

I dubbi di una madre che ha perso un figlio

“Forse sarebbe stato un bene essere meno intransigenti – si interroga la mamma del ragazzo dai pantaloni rosa – […] Forse non l’ho rassicurato abbastanza quando mi confidava di vedersi brutto (ma brutto veramente), trascurando, per tal modo, un disagio che si stava annunciando?

È L’ADOLESCENZA!

Questa, la puttanata che mi dicevo per quietare la voce della coscienza che, forse, ci aveva visto più lungo di me…”

La forza di andare avanti

Tutti i dubbi e tutte le domande che questi anni hanno attraversato la mente di Teresa Manes, l’hanno portata ad un nuovo percorso di vita: la lotta contro il bullismo.

“Oggi, il mio ruolo di presidente dell’Associazione Italiana Prevenzione Bullismo, la mia militanza nelle scuole, il confronto con altri genitori angosciati, il rapporto con le istituzioni, il dialogo con i ragazzi devo dire che mi aiutano ad andare avanti.

Riconosco di essere spinta, in tutto quel che faccio, da un pensiero folle che mi guida: quello di resuscitare mio figlio.

Già portando il racconto della nostra terribile storia che ho racchiuso nel libro Andrea – Oltre il pantalone rosa, un vero e proprio manifesto sul bullismo, è come riportare Andrea lì dove dovrebbe ancora stare, ovvero sia tra i banchi di una scuola.

[…]

Perché , oggi, dire: «Mio figlio è morto per bullismo» è come dire: «Mio figlio è morto per niente!».

E se la mia azione può anche in minima parte contribuire alla nascita di una legge che lo regola, beh… che dire…

Sarà pure un pensiero folle quello che sostiene la mia azione ma, in fondo, solo se un sogno è sostenuto da una follia, quel sogno si avvera”.

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