Inchiesta Arcigay/1: l’associazione Nazionale

Arcigay Nazionale: cos’è, chi la gestisce, di cosa si occupa, i circoli politici, i soldi che macina. Parte oggi un viaggio a puntate sulla più grande associazione per i diritti gay del nostro paese.

Genitori di gay e genitori gay. Organizzazioni culturali di destra e di sinistra. Gruppi di gay cristiani o buddisti. Associazioni di donne e per le donne. La realtà dell’associazionismo lgbt è variegato: è fatto di gruppi ma più spesso di gruppuscoli. Tuttavia la promozione dei diritti di gay, bisex, lesbiche e transgender italiani frulla per lo più attraverso una macchina mastodontica che si chiama Arcigay. Una macchina che macina 640 mila euro all’anno fatta di circoli politici, saune, bar, discoteche. In tutto 114 realtà territoriali sparse da Nord a Sud e coordinate da una sola, grande madre: Arcigay Nazionale.

All’inizio – Nel 1980 nessuno pensava cosa sarebbe diventata l’associazione dopo 28 anni di attività. Sorprendentemente il primo circolo si costituì nel profondissimo Sud, a Palermo, dopo che due giovani si suicidarono perché dileggiati dai concittadini. E ancor più sorprendetemente venne promosso da un prete cattolico, Don Marco Bisceglia. Allora il gruppuscolo era proprio lui, Arcigay, che però oggi è cresciuto fino a contare ben 160.000 iscritti ed è diventato quella mamma che riunisce sotto le ali verdi del Pegaso, suo simbolo, tutti e tutto. Ma che soprattutto lotta e rivendica.

Le lotte – Per cosa? Le battaglie di Arcigay si sono trasformate negli anni, molto. Vediamo come.

I primi disegni di legge sulle "Unioni Civili" furono presentati nel 1986 grazie all’appoggio del gruppo "Interparlamentare donne comuniste": si chiedeva una legge antidiscriminazione contro l’omofobia e diritti per le coppie di fatto. Nell ’88 toccò alla socialista Cappiello, sempre su stimolo di Arcigay, presentare la sua proposta. Dopo 10 anni, nel 1998, Arcigay deposita alla Camera un progetto di legge trasversale sulle "Unioni Affettive" firmato tra gli altri da Nilde Iotti (PDS) e Lucio Colletti (Forza Italia). Durante il "Governo Prodi I" le proposte depositate arrivano a una decina senza però che nessuna di queste venga mai calendarizzata nelle commissioni. Nel 2001, il presidente e fondatore di Arcigay Franco Grillini per i DS e la presidente e fondatrice di Arcilesbica Titti De Simone per Rifondazione Comunista vengono eletti alla Camera. Un altro fondatore di Arcigay, Gianpaolo Silvestri sale al Senato coi Verdi: tutti presenteranno richieste di modifica alla Costituzione per inserire nell’art.3 l’orientamento sessuale fra le condizioni di uguaglianza, progetti di legge contro le discriminazioni, e per la prevenzione dell’AIDS.

Nel frattempo che l’Italia chiacchera tutti i paesi intorno sviluppano un serio dibattito che porta all’approvazione di leggi che consentono alle coppie dello stesso sesso di unirsi civilmente, fra cui, i cugini francesi: i Patti civili di Solidarietà sono una realtà che Franco Grillini vorrebbe importare anche in Italia. Il 21 ottobre 2002 il progetto di legge viene firmato da 161 parlamentari del centrosinistra. "PACS", però, sarà solo la prima di una serie di sigle che

identificano proposte di legge senza futuro. L’8 febbraio 2006 è la volta dei DiCO, diritti dei conviventi. La gestione del disegno di legge è disastrosa: lo presentano due ministre del governo in carica, Barbara Pollastrini e Rosy Bindi. Sanno di dover passare da un Senato dove la maggioranza è fatta di 1 solo esponente in più rispetto al centro-destra. A luglio 2007, il presidente della commissione giustizia del senato Cesare Salvi annuncia l’elaborazione dei Contratti di unione solidale, ovvero Cus. Con la caduta del governo Prodi cadranno sia Dico che Cus e insieme a loro anche le speranze di gay e lesbiche. Il 17 settembre 2008 il Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta e

quello per l’Attuazione del Programma Gianfranco Rotondi presentano – ma non a nome del governo Berlusconi di cui fanno parte – i DiDoRè, diritti e doveri di reciprocità dei conviventi. E’ solo un annuncio visto che ancora non c’è stata la presentazione in parlamento, ma che allontanerà Arcigay da esponenti di altre associazioni concordi nel prendere in considerazione il testo anche se presentato da una parte politica tradizionalmente lontana dalle istanze di gay e lesbiche. L’associazione nazionale mira ad altro: aumentare la posta in gioco. L’obiettivo di Arcigay adesso è un altro: il "matrimonio civile". Se finora si era «affidati alla ragionevolezza, avanzando una proposta civile come quella delle unioni civili – dice il presidente Aurelio Mancuso -, adesso la comunità gay ha deciso di fare un passo avanti chiedendo che lo Stato italiano permetta a persone dello stesso sesso di sposarsi.»

Ad oggi sono in tutto 32 le proposte per equiparare le coppie etero a quelle gay e quasi tutte presentate da Arcigay, suoi esponenti o gente vicina all’associazione. Eppure, nonostante un incremento della sostanza delle rivendicazioni (unioni civili prima, matrimonio dopo) e quindi delle aspettative di gay, lesbiche, bisex e trans, la situazione dei diritti è tutt’oggi in fase di stallo e in 28 anni la comunità lgbt non ha guadagnato un solo diritto in più.

In compenso, magra consolazione a dire il vero, oggi celebriamo tre ricorrenze di recente istituzione. Ci siamo accodati alle celebrazioni tenute dai gruppi sociali deportati nei campi di concentramento nazisti ogni 27 gennaio, dal 2003. Per l’occasione le sedi Arcigay locali organizzano manifestazioni di piazza in ogni città. Ogni 20 novembre, dal 2004, viene celebrato in tutto il mondo – Italia compresa – il Transgender Day Of Remembrance per le vittime trans. E dal 2007 il Parlamento europeo ha istituito per il 17 maggio – giorno in cui nel 1990 l’OMS depennò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali – la giornata internazionale contro l’omofobia.

Menomale c’è l’Europa

Snobbati dalla politica italiana le uniche "soddisfazioni" per gay e lesbiche del Belpaese in effetti arrivano esclusivamente dalle istituzioni comunitarie, che già da una ventina di anni – e grazie anche all’azione di Arcigay, qua vittoriosa – ricordano all’Italia che forse forse qualcosa da cambiare ci sarebbe. L’8 febbraio del 1994 il Parlamento europeo vara la "Risoluzione per la parità dei diritti degli omosessuali e delle lesbiche nella Comunità europea" con la quale invita la Commissione ad agire per porre fine "agli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali ovvero a un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni" e "a qualsiasi limitazione del diritto degli omosessuali di essere genitori ovvero di adottare o avere in affidamento dei bambini". Nel settembre 2003 il Parlamento Europeo approva una risoluzione sui diritti umani in Europa (conosciuta come Rapporto Sylla sul rispetto dei diritti umani nell’Unione Europea) nella quale all’interno della sezione dedicata alle discriminazioni per orientamento sessuale: "ribadisce la propria richiesta agli Stati membri di abolire qualsiasi forma di discriminazione – legislativa o de facto – di cui sono ancora vittime gli omosessuali, in particolare in materia di diritto al matrimonio e all’adozione" e "raccomanda agli Stati membri di riconoscere, in generale, i rapporti non coniugali fra persone sia di sesso diverso che dello stesso sesso, conferendo gli stessi diritti riconosciuti ai rapporti coniugali, oltretutto adottando le disposizioni necessarie per consentire alle coppie di

esercitare il diritto alla libera circolazione nell’Unione". Ma Arcigay ottiene un successo straordinario quando nel 2004, tramite il suo segretario Riccardo Gottardi riesce a far ritirare alla Commissione europea appena insediata la nomina di Rocco Buttiglione a commissario alla Giustizia. E sempre grazie a Gottardi, l’associazione ottenne una mozione del parlamento UE che di fatto scalza Buttiglione dalla carica di vicepresidente della Commissione europea che aveva già in tasca.

I rapporti politici – Le parole dell’Unione europea, in Italia come abbiamo visto, sono rimaste inascoltate: il rapporto con la politica è un nervo scoperto di tutte le gestioni passate e presenti di Arcigay. Da sempre si discute all’interno dell’associazione se rimanere distanti dalle forze politiche o se scegliere una sponda privilegiata con la quale dialogare. Una questione non ancora risolta e che ha portato come principale conseguenza l’assenza di una normativa progay nel nostro ordinamento. "Distinti e distanti" è stata la formula con la quale Arcigay identifica da tempo la strada da percorrere. Ma la realtà è diversa. tutti i presidenti che si sono succeduti alla guida dell’associazione si sono fatti sedurre dagli incarichi politici. Abbiamo già parlato di Franco Grillini che vanta una lunga storia di militanza politica che lo ha portato a raggiungere gli scranni della Camera per i Democratici di Sinistra. Prossimamente lo vedremo correre per la sindacatura della "sua" Bologna provando a dimenticare la brutta corsa che lo ha visto gareggiare con Francesco Rutelli e Gianni

Alemanno nelle elezioni della Capitale. Sergio Lo Giudice (in foto), presidente dopo Grillini dal 1998 al 2007 e oggi presidente onorario, ricopre l’incarico di consigliere comunale nei DS e poi nel PD per la città di Bologna dal 2002. Dopo di lui Aurelio Mancuso. L’attuale presidente di Arcigay nell’ultima campagna elettorale è stato al centro di un "giallo" politico durato qualche giorno: dopo aver annunciato la sua candidatura nella Sinistra Arcobaleno, ed essersi trascinato per questo roventi polemiche su una carica che in caso di elezione lo Statuto dell’associazione non gli avrebbe consentito di ricoprire, Mancuso ha dovuto fare un passo indietro.

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In parlamento, gli esponenti di Arcigay eletti sono stati in tutto tre: nello stesso anno sono saliti alla Camera Franco Grillini e Titti De Simone. Al Senato è eletto uno dei fondatori di Arcigay, Gianpaolo Silvestri. Da allora non ci sono stati più esponenti che provengono dall’associazione.

I Gay pride – Se negli anni è aumentata la visibilità di Arcigay, e quindi i suoi iscritti, è anche grazie all’annuale manifestazione dell’orgoglio che dal ’94 si svolge anche in Italia come già nel resto d’Europa, in Nord America e in Australia. La proposta per un Gay Pride nostrano da ripetere ogni anno viene dal congresso che Arcigay tenne a Rimini nel 1994.

L’iniziativa ebbe un grande successo quando nel 2000 si toccò l’apice delle presenze e della copertura mediatica data la concomitanza dell’evento con le celebrazioni giubilari della chiesa cattolica. 500.000 persone sfilarono per le strade della capitale in occasione del World Gay Pride. Da allora si dice che nulla fu come prima ed effettivamente è proprio così. Dall’anno successivo il Gay pride – che non aveva mai registrato più di 10 mila presenze ed aveva una forte connotazione politica – diventa quello che conosciamo oggi: una festa fatta di decine di migliaia di partecipanti (nel 2006 a Torino si conteranno 150 mila presenze) dove la parte più politica rimane "confinata" a fine manifestazione. Ma nonostante i successi, anche in questo caso, le polemiche interne e quelle con le altre associazioni hanno ridotto i risultati che Arcigay avrebbe potuto portarsi a casa. Oggetto di discussione è suprattutto la volontà di Arcigay di

tenere la manifestazione in una città diversa ogni anno. L’associazione che a Roma si contende gli iscritti con Arcigay, il Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, non ha mai rinunciato ad organizzare un Pride a Roma, sede della politica italiana e simbolo della cultura di tutto il paese. Dal canto suo Arcigay non ha mai rinunciato ad organizzare gay pride da Nord a Sud (memorabile il primo nel Mezzogiorno che si tenne a Napoli nel 1996 ed ebbe come slogan: "La Madonna di Pompei vuole bene pure ai gay"). Il risultato è che oggi assistiamo ogni anno ad uno "spezzatino" di pride diversi ognuno in città diverse: Roma perchè è Roma, Milano perché è Milano, la città scelta dal Pride, un Pride al Sud e uno al Nord. Risultato: il numero di partecipanti si è ridotto riducendo al contempo la forza di un Gay Pride che sta proprio – come ogni altra manifestazione – nella partecipazione. Solo nel 2007 si sono tenuti cinque diversi gay pride: Roma, Milano, Catania, Biella, Bologna.

Per concludere, possiamo dire che nonostante i buoni risultati ottenuti in campo europeo il nostro paese rimane in compagnia di Albania, Bulgaria, Romania, Polonia, e Grecia, uno degli ultimi stati europei a non avere alcuna legislazione che tuteli i diritti degli omosessuali. Arcigay rimane ad oggi molto impegnata per la visibilità e la lotta contro l’omofobia e può vantare un numero di iscritti come nessun’altra associazione o gruppuscolo. Anche grazie al meccanismo del tesseramento che sarà oggetto della seconda puntata del nostro viaggio.

di Daniele Nardini

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