Inchiesta Arcigay/2: I locali, le tessere, il sesso

Perché Arcigay ha una rete di realtà commerciali per lo più legate al sesso? Perché per entrare serve una tessera? Chi ci guadagna e quali sono i costi? Seconda puntata del viaggio dentro Arcigay.

La più grande associazione gay italiana è tale grazie al numero degli

iscritti ma anche per la sua ramificazione territoriale. Capillare, non soltanto per la presenza di numerosi circoli in cui gente comune fa volontariato, in cui si indicono riunioni e si decidono strategie per le politiche locali. Anzi, i circoli cosiddetti "politici" rappresentano la parte minore di Arcigay rispetto alla sua ramificazione "ricreativa": i "luoghi" di Arcigay sono principalmente quelli del divertimento. Dal 1987, quando il proprietario di un locale bolognese per proteggersi dalle vessazioni delle forze di polizia iniziò a far entrare i suoi clienti con la tessera Arcigay, l’associazione affilia alcune realtà commerciali, ad oggi 66, dentro le quali si accede solo dopo aver pagato una quota di iscrizione ed aver ricevuto in cambio una tessera. «L’idea del circuito vero e proprio è nata dopo, dall’esigenza di avere nel portafoglio una sola tessera contro tutte le tessere che ogni gestore emetteva ai propri clienti. Non si aveva mai quella utile» ci dice il responsabile del tesseramento di Arcigay Roberto Dartenuc.

Due tessere, due realtà – «Fin dall’inizio abbiamo avuto un

problema», spiega Dartenuc, «molti gay non avevano la possibilità o il piacere di andare in giro con una tessera con su scritta la parola "gay". A questo punto ci inventammo le "tessere velate": erano identiche alle altre ma sopra c’era scritto solo "Arci". Tutto bene fino a quando la confederazione Arci ci richiamò all’ordine dicendo: ‘non potete stampare tessere con scritto solo Arci’, e in effetti non lo faceva nessuno. Ecco che ci inventammo una seconda tessera dove la scritta Arcigay era presente in piccolo sul retro.»

Le tessere sono rimaste due fino all’ultimo congresso dove si è decisa la strada della tessera unica: grazie a quella "politica" si poteva partecipare alla vita del proprio circolo, alla riunioni, votare i dirigenti  ecc. Grazie alla tessera ricreativa, invece, si usufruiva esclusivamente dei servizi offerti dal locale del "circuito ricreativo" che la aveva emessa.

La "UNO Card" – Uno, Unione Nazionale Omosessuali. Più simile ad un bancomat che alla tessera di un’associazione, la UNO Card evoca nomi che sanno di antiche rivendicazioni. In realtà oggi significa semplicemente entrare o rimanere fuori da tutti i locali affiliati al circuito ricreativo di Arcigay, il "Circuito UNO", appunto. Ci si presenta alla cassa del bar, della sauna o di qualsiasi altro locale affiliato, si compila un modulo coi propri dati, si paga la quota associativa ed è fatta. In un colpo solo si è clienti (del locale) e soci (del circolo provinciale Arcigay di residenza).

I locali, il sesso, la sicurezza – Abbiamo già detto che i locali affiliati

al "Circuito UNO" sono 66. Di questi 22 sono saune, 15 sono cruising (e cioè luoghi dedicati alle pratiche sessuali), 2 sono sia saune che cruising, 10 sono sia discoteche che cruising, 10 sono sia bar che cruising. I locali dedicati al divertimento fine a se stesso, senza risvolti sessuali di alcun tipo, sono 7: 1 ristorante, 4 discoteche, un disco bar e un solo bar. Si potrebbe conludere che Arcigay affilia principalmente locali dove il divertimento non prescinde quasi mai dal sesso. Ma perché? «Quando i primi locali si affiliarono – spiega Dartenuc – non aveva senso che diventasero circoli privati: fare sesso al loro interno non era una pratica così organizzata, visibile e massiccia come accade invece oggi. Per i bar e le discoteche la licenza pubblica era sufficiente. Oggi, per questi locali, la necessità di configurarsi come circolo privato è condizione per rimanere aperti e consumare sesso al loro interno. Se lo si permette in un luogo pubblico la denuncia penale è assicurata».

Diventare club privato, e cioè consentire l’ingresso ai soli soci, significa quindi garantire la sopravvivenza stessa di quel locale. E spesso, anche la sopravvivenza del cliente. La selezione all’ingresso è infatti ancora oggi il più valido strumento di protezione dei suoi frequentatori. In primo luogo dai malintenzionati, in secondo luogo dai curiosi (eterosessuali) di vedere l’animale (gay) allo zoo. In ultimo, il cliente che "consuma" sesso in un club privato corre rischi infinitesimali per la propria sicurezza personale rispetto ad un incontro occasionale – magari fatto in chat – nel proprio appartamento, o, peggio, in luogo pubblico.

I guadagni dei gestori – Ma c’è un aspetto sicuramente meno nobile

che la salvaguardia della propria clientela. Per il gestore, aderire al circuito dei club privati  – gay o etero – in Italia è molto vantaggioso. La fiscalità è assai agevolata rispetto ad una qualsiasi altra attività commerciale che non richieda il possesso di una tessera per usufruire dei suoi servizi. Non si ha obbligo di presentare un bilancio. Tantomeno di tenere un rendiconto di entrate e uscite. In pratica non si pagano tasse. Affiliarsi ad Arcigay, inoltre, non ha alcun costo se non quello di versare all’associazione una parte di quanto guadagnato dall’emissione della tessera. La "UNO Card" ha un prezzo minimo al cliente fissato da Arcigay Nazionale, che attualmente è di 15 euro. Di questi, il 60% – ma a volte anche l’80% – rimane nelle casse al locale mentre la restante parte va ad Arcigay. Come è ovvio, il proprietario del locale tiene per sé anche l’intero importo dell’incasso guadagnato con il biglietto di ingresso, il cibo e/o le bevande servite durante la giornata.

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Le scatole cinesi – Ma «Arcigay – precisa Roberto Dartenuc – ha iniziato a chiedere agli esercizi commerciali affiliati, seppur non sia obbligatorio per nessuno, di costituire un’azienda per ogni esercizio, con tutti gli obblighi di legge che ne derivano: come tenere il bilancio e pagarci le tasse, ad esempio. In questo modo, se dovesse succedere qualcosa, il club privato verrebbe sollevato da ogni responsabilità che invece ricadrebbe personamente sulla ditta creata. In più c’è da dire che al momento dei controlli l’Agenzia delle Entrate non è in grado di relazionarsi con i club privati mentre ci riesce benissimo con una qualsiasi azienda. Crearne una che inglobi il circolo privato è un bene per tutti.»

I criteri di affiliazione – Tutti i locali che lo richiedano possono

affiliarsi e godere del regime fiscale agevolato? No, non tutti. Arcigay chiede alle realtà commerciali interessate ad entrare nel "Circuito UNO" alcune garanzie. Bisogna avere uno statuto, innanzitutto, nel quale ci sia l’obbligo di rendicontare i propri incassi e le proprie uscite. «E che possa garantire standard di qualità», specifica ancora Dartenuc. Nel decimo congresso nazionale che si tenne nel 2002, l’allora presidente Sergio Lo Giudice disse nel suo intervento che il marchio Arcigay «doveva diventare sinonimo di qualità del servizio, di valorizzazione degli associati, di un’offerta di servizi che dia un contributo forte alla costruzione di un’identità piena, felice, completa da parte dei nostri soci (…) stare dentro Arcigay eve diventare segno di qualità ed impegno civile». Eppure, ad oggi non esiste nessuna lista di criteri oggettivi messi nero su bianco con la quale concedere il fregio del marchio Arcigay. Tutto è lasciato al parere di Arcigay stessa. Ad esempio, «se il proprietario di una sauna grande solo 80 metri quadrati chiede di affiliarsi gli diciamo di no» dice Dartenuc. Le carenze sulla qualità non mancano, e non lo nega neanche l’associazione nazionale. Eppure «rispetto a 20 anni fa la situazione è migliorata molto». E se c’è qualche esercizio commerciale che ancora non si è messo a posto con l’igiene è perché «prima abbiamo dovuto sistemare le cose di base: fili scoperti, mancanza di uscite di sicurezza ecc. Solo negli ultimi 10 anni ci stiamo occupando anche degli aspetti qualitativi».

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I controlli – Eppure, nonostante le garanzie richieste nessuno è in

grado di effettuare dei controlli ad affiliazione avvenuta, vero tasto dolente nel rapporto tra l’associazione e le sue 66 realtà commerciali. «Possiamo solo sperare che i gestori seguano i nostri consigli. Perché se non lo fanno non ci possiamo fare nulla» è la candida ammissione di Dartenuc. Vale per la qualità, certo, ma anche e soprattutto per il materiale associativo, che sarebbe obbligatorio esporre, e ancor di più per i preservativi – che tutti i locali, saune, cruising dovrebbero offrire gratuitamente.

La revoca dell’affiliazione? «E’ successo, ma solo due o tre volte da quando esiste il "Circuito UNO": si trattava di bordelli etero che si mascheravano da circoli privati Arcigay». La revoca non funziona per un semplice motivo ed è sempre Dartenuc a spiegarcelo: «Il circuito Arcigay non è certo l’unico esistente. Ritirare l’affiliazione non significa far chiudere il locale. Se lo facessimo questo si affilierebbe ad uno dei tanti circuiti che rilasciano affiliazioni molto facilmente – e sembrano essere tanti – e il gioco è presto fatto. L’unico fastidio per il gestore sarebbe quello di rifare un altro tipo di tessera a tutti clienti. Nient’altro che questo».

Il sesso sicuro – Come è possibile leggere sul suo sito ufficiale,

Arcigay si impegna "nell’organizzazione di campagne di prevenzione e informazione contro l’HIV/AIDS e le altre malattie a trasmissione sessuale, anche attraverso corsi di formazione, consultori autogestiti, linee di telefono amico, unità di strada, attività di ricerca". Quasi tutte le realtà associative gay d’Europa distribuiscono preservativi all’ingresso dei locali che gestiscono. In particolare delle saune e dei cruising, di quei locali cioè dove il cliente entra per cercare sesso e consumarlo al suo interno. Lo stesso non avviene in Italia, o almeno, quasi mai. Trovare boccioni, tubi, dispenser di qualsiasi tipo è un’avventura per ognuno si avventuri in un sex club, con gravi rischi per la salute. Eppure, come ci dice Dartenuc, «la quasi totalità delle saune ha i preservativi a disposizione dei clienti e il 50% delle non saune idem». Spetta al cliente chiederli all’ingresso senza timori. Ma perché in giro non se ne vedono? I motivi sembrano essere due: da una parte la distribuzione massiccia è economicamente dannosa per i gestori, che troppo spesso hanno denunciato un abuso dei clienti, pronti ad accumulare quanti più profilattici possibili laddove erano in vista, e dall’altra hanno paura che quei preservativi possano un giorno essere usati come aggaravante per eventuali indagini o controlli. Casi di questo tipo sono già successi. Ci facciamo raccontare un episodio da Roberto Dartenuc: «Ho visto personalmente verbali della polizia che riportavano "sono stai rinvenuti in numero 105 (centocinque) preservativi ai fini di spaccio". Proprio così. Distribuire preservativi era considerato dalle autorità uno spaccio al pari della droga. Ovvio che i gestori non vogliano offrire cavilli alle forze di polizia che irrompono nel locale per i controlli avendi già un teorema precostituito».

L’assistenza legale – A questo va aggiunto che il meccanismo dell’affiliazione non garantisce nessun tipo di assistenza legale da parte di Arcigay. «Basterebbero un paio di cause all’anno per mandare il bilancio all’aria», spiega Dartenuc. «Se poi si tratta di cose semplici siamo pronti ad indirizzare i gestori verso avvocati competenti, ma non possiamo garantire nulla di più».

La protezione dei dati e la privacy – Abbiamo detto: per avere la

"Uno Card" basta presentarsi alla cassa del locale affiliato, si compila un modulo coi propri dati, si paga la quota associativa ed è fatta. Considerando che le tessere in circolazione sono più di 160.000 e che i luoghi abilitati ad emetterle sono in tutto 114, fra circoli politici e locali affiliati, appare chiaro che la conservazione dei dati personali degli iscritti è un tema fondamentale. Che ne sarebbe se questa mole enorme di informazioni sull’orientamento sesusale di 160 mila persone finissero in mani non sicure? Dartenuc, che in Arcigay è anche il responsabile per la protezione dei dati oltre che del tesseramento, rassicura: «Tutto è conservato su un server protetto nelle stanze di Arcigay Nazionale. Solo due persone solo abilitate ad accedervi, il sottoscritto e il presidente». Prima del ’98, quando sono entrate in vigore la procedura elettronica e la tessera magnetica, tutto era affidato al buon senso del gestore, che segnava su un quaderno i dati degli iscritti sperando che non si intimorisse davanti alle richieste illegittime delle forze dell’ordine di consegnarglielo. «Proprio alla fine degli anni ’90 venne fuori il caso di un carabiniere gay che riuscì a fotocopiare tutti i dati degli iscritti. Da allora decidemmo di togliere alle forze di polizia la possibilità di venire facilmente in possesso di questi dati. In 10 anni non c’è mai stata una fuga di notizie». La gestione elettronica, in effetti, ha semplificato molto l’invio dei dati alla sede centrale facendo sparire fogli e foglietti dalle sedi di emissione. E se la tessera assomiglia più ad un bancomat è proprio per agevolare la procedura elettronica.

A distanza di 20 anni dalla sua istituzione, l’idea di un circuito

commerciale affiliato ad un’associazione politica-culturale sembra essere stata una buona intuizione. Tutta Italiana, per carità, perché all’estero sembra non esserci traccia di nulla del genere. Ma la legge – anche questa tutta italiana – sugli atti osceni in luogo pubblico ha fatto sì che la trasformazione dei locali pubblici in circoli privati fosse un passaggio obbligato.

Tuttavia rimangono nodi ancora irrisolti, come la trasparenza sui criteri di affiliazione e i controlli quasi inesistenti sulle gestioni già in essere. Dal canto loro i gestori dei locali, a fronte delle agevolazioni fiscali di cui godono grazie proprio al meccanismo affiliativo, possono e devono fare di più. Ad iniziare dal correre qualche rischio sulla distribuzione controllata di profilattici e lubrificanti.

Se l’impegno di Arcigay fino a ieri è stato volto a garantire standard qualitativi di base, è il momento di fare un passo in avanti. E di lottare affinché il marchio Arcigay diventi davvero sinonimo di qualità.

di Daniele Nardini