Indonesia, dieci uomini gay condannati a due anni dopo il raid in spa

L’omosessualità non è illegale in Indonesia. Non ancora.

Non c’è pace per la comunità LGBT in Indonesia.

Una corte indonesiana ha condannato nelle scorse ore dieci uomini gay a due anni di prigione: erano tra i 141 arrestati durante il raid di maggio in una sauna e spa, la Atlantis della capitale Jakarta. Due di loro erano visitatori, accusati di aver praticato sesso orale, mentre gli altri lavoravano all’interno come manager, stripper, allenatori e guardie di sicurezza.

La sorella di uno degli uomini accusati è stata la prima a commentare la sentenza. “La punizione è troppo pesante perché quello che lui ha fatto era un comportamento privato che non danneggia gli altri”.

Gli uomini sono stati accusati sulla scia della legge anti-pornografia, approvata nel 2008 e applicata nel tempo in maniera sempre più estensiva. Tutti gli altri uomini arrestati quel giorno sono però stati rilasciati, perché l’omosessualità non è illegale in Indonesia. Non ancora, almeno, perché solo pochi giorni fa la Corte Costituzione nazionale ha respinto la richiesta avanzata da un’organizzazione conservatrice di considerare reato ogni rapporto consumato al di fuori del matrimonio e ogni rapporto omosessuale.

Uno degli uomini arrestati quella notte ha raccontato al magazine News Lens, nel frattempo, cosa è successo in prigione: “Urlavano che siamo tutti feccia”. Ma una cosa, più di tutte, lo ha sorpreso in negativo: la poca solidarietà dimostrata dal mondo LGBT: “Parliamo di una comunità, ma ci nascondiamo. Non aiutiamo gli altri a vivere meglio, sui social mi hanno detto che sono un idiota perché sono stato colto nell’atto”. La sua famiglia, fortunatamente, si è dimostrata solidale dopo l’arresto, anche se non sapevano della sua omosessualità. “Mia madre ha pianto per un po’ di settimane, ma adesso sta bene. Sono comunque suo figlio”. Ma è preoccupato per il futuro lavorativo: “Quando mi candiderò per un lavoro mi cercheranno su Google e tutta questa storia emergerà. Dovrò combattere” chiosa.

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