Storia di Jeffrey Dahmer, il mostro di Milwaukee che trucidò 17 omosessuali

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Il mostro di Milwaukee divenne celebre negli anni '90 per una serie di efferatissimi e macabri omicidi.

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Jeffrey Dahmer, conosciuto anche come il cannibale (o il mostro) di Milwaukee, divenne celebre negli anni ’90 per una serie di efferatissimi omicidi – dai contorni a dir poco macabri –  perpetrati dal 1978 in poi. Proprio in quell’anno l’autostoppista Steve Hicks cadde per primo nella trappola di Jeffrey: dopo aver accettato un invito nella casa dei genitori, e aver consumato con l’omicida un rapporto sessuale, fu ucciso con un bilanciere e poi smembrato e seppellito in sacchi di plastica nel bosco dietro la dimora di famiglia.

Dopo l’omicidio Jeffrey si iscrisse all’università, che abbandonò nel giro di pochi mesi, per essere successivamente mandato dal padre in una base dell’Esercito degli Stati Uniti in Germania. Anche qui, senza attirare particolari sospetti, scomparvero misteriosamente due persone. Nel giro di pochi mesi, a causa dei gravi problemi con l’alcol, fu rispedito in patria e decise di trasferirsi a casa della nonna a West Ellis, dove in molteplici occasioni ebbe problemi con la giustizia a causa dell’alcolismo e fu accusato di atti osceni in luogo pubblico.

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Proprio a West Ellis intensificò i suoi crimini: nel 1987, dopo aver conosciuto Steven Tuomi in un bar gay, lo trucidò in una camera d’albergo, nascose il cadavere in una valigia comprata per l’occasione e, una volta portato nella cantina della nonna, ebbe rapporti sessuali con il cadavere. Il corpo del ragazzo, completamente smembrato, venne buttato nei rifiuti.

I due omicidi successivi, avvenuti a pochissimi mesi di distanza, non ebbero modalità tanto diverse: Jamie Doxtator, quattordicenne nativo-americano in cerca di una relazione e Richard Guerrero, messicano incontrato in un bar gay, vennero trucidati brutalmente e il loro cadavere umiliato sessualmente.

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Abbandonata la casa della nonna si trasferì nelle vicinanze della fabbrica di cioccolato in cui nel frattempo aveva trovato lavoro: qui, durante il tentativo di violenza su un giovane tredicenne laotiano a cui aveva promesso soldi in cambio di un servizio fotografico – espediente che più volte utilizzerà in futuro per adescare le proprie vittime – fallisce, e il ragazzo, fuggito dalla casa, riuscirà a denunciarlo. Dieci mesi di ospedale psichiatrico non servirono minimamente a risolvere i gravi problemi psichici di Jeffrey, che una volta riottenuta la libertà, tornato nella villa della nonna, droga e uccide il giovane Anthony Sears, per poi violentarne brutalmente il cadavere.

Nel 1990, risolti almeno per il momento i problemi con la giustizia, si trasferisce in via definitiva in un appartamento di Milwaukee. Da questo momento, l’efferata spinta omicida diventerà incontrollabile. In poco più di un anno, replicando le modalità dei primi 7 omicidi, arriverà a uccidere altri 10 giovani ragazzi.

Quando venne catturato nel luglio del 1991, la polizia trovò nella sua abitazione una scena a dir poco raccapricciante: resti di cadavere conservati in frigorifero, foto di ragazzi morti e smembrati appesi ai muri della camera da letto, mani tagliate, teste all’interno di pentole in cui, come nei peggiori incubi, venivano cotte per estirpare la carne e ricavarne il cranio, che veniva poi dipinto e conservato come un’opera d’arte, oltre a peni umani conservati in formaldeide.

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Tutte le 17 vittime di Dahmer furono giovani o giovanissimi omosessuali, di etnia afroamericana, asiatica o messicana, con precedenti penali di una certa entità alle spalle. Col pretesto di guardare un film porno insieme e di scattare qualche foto, o semplicemente di consumare un rapporto sessuale, venivano adescati in locali gay e poi uccisi tramite strangolamento o pugnalati dopo essere stati narcotizzati. Il tutto era svolto sotto forma di rito, con tanto di fotografie finalizzate a documentare i passaggi della cerimonia, cerimonia che culminava con lo squartamento della vittima per mezzo di una sega. Le autopsie sui cadaveri hanno rivelato come in molti casi ci fu persino un tentativo di lobotomizzare le vittime iniettando tramite fori ricavati nel cranio quantità smisurate di acido muriatico o acqua bollente, che ovviamente provocavano la morte immediata dei ragazzi.

Arrestato e condannato a 957 anni di prigione, trovò la morte in carcere per mano di un altro detenuto schizofrenico, che nel 1994 lo colpì con un bilanciere rubato nella palestra dell’istituto di detenzione in cui entrambi si trovavano. Il suo cervello, a corollario di una storia degna del peggiore film horror, venne prelevato ed è oggi conservato per studi scientifici.

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La storia di Jeffrey Dahmer, come prevedibile, ha ispirato molti artisti del mondo del cinema e della musica, fino a essere citato in American Horror Story Hotel all’interno di due puntate in cui è interpretato dall’attore Seth Gabel.

 

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