Il Kenya discute la pratica dell’ispezione anale

Il caso di due uomini obbligati dalla polizia a subire un test anale per provare l’accusa di omosessualità apre il dibattito in Kenya per rendere la pratica incostituzionale.

Dopo essere stati arrestati nel febbraio 2015 oltre all’umiliante certificazione hanno subito test coatti per HIV ed epatite.
In Kenya è in vigore il reato di omosessualità maschile. Le sezione 162 e 165 del Codice Penale criminalizzano il comportamento omosessuale e il tentativo di comportamento omosessuale tra maschi, riferito come ‘conoscenza carnale contro l’ordine della natura‘ e ne stabiliscono la punizione con un’ammenda e il carcere da 5 a 14 anni. Le reazioni lesbiche non sono invece proibite dalla legge.

Il dibattito riguardo l’ispezione anale a prova delle accuse di omosessualità è scaturito in seguito agli appelli di Human Rights Watch, che chiede una cancellazione globale della pratica, sostenendo che secondo il diritto internazionale è ‘un trattamento crudele, inumano e degradante che si può assimilare alla tortura’.
Nel merito inoltre, i medici delle Nazioni Unite fanno notare come tali test siano completamente inutili allo scopo di definire l’orientamento sessuale degli imputati, ma vengano usati come strumento oppressivo e umiliante nei confronti di quelli che sono considerati a tutti gli effetti dei paria.
La Corte Superma di Mombasa ha dato allo Stato una settimana di tempo per rispondere all’interrogazione.
Negli ultimi anni nel paese sono state numerose le persecuzioni e gli arresti a carico di gay, e solo un anno fa William Ruto, vice presidente e seconda carica dello stato aveva dichiarato come in Kenya ‘non ci fosse posto per gli omosessuali’.

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