L’Istat sulle coppie gay: “Lontani da una fotografia reale”

Linda Sabbadini spiega i primi dati ufficiali sulle coppie gay conviventi in Italia

“E’ un dato che fotografa la difficoltà delle coppie gay a dichiararsi”. Così la dottoressa Linda Sabbadini, direttrice del Dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali dell’ISTAT, definisce quanto emerso dall’ultimo censimento che ha tentato, per la prima volta in Italia, di rappresentare la realtà delle coppie dello stesso sesso conviventi.

Da quanto emerso dall’elaborazione dei dati raccolti, le coppie formate da persone dello stesso sesso che convivono sono 7513, di cui 529 con figli.

“Questo non implica che le altre coppie censite non abbiano figli – precisa la dottoressa Sabbadini a Gay.it -. Quello che noi abbiamo rilevato è il dato delle coppie che, al momento dell’indagine, vivevano con figli. Naturalmente, nella rimanente parte è possibile che ci siano altre coppie che hanno avuto figli i quali, quando i dati sono stati raccolti, non vivevano più con i genitori”.

Un numero, quello complessivo, che l’ISTAT stessa considera “sottostimato”. “Non si tratta – continua Sabbadini – del numero reale delle coppie gay conviventi, ma semplicemente di quelle che se la sono sentita di dichiararsi tali. Il censimento è uno strumento che viene percepito come molto ufficiale e questo, in qualche modo, aumeta la difficoltà delle persone a manifestare apertamente il proprio orientamento sessuale”.

Scorrendo la tabella con i dati, risulta evidente che il numero di coppie gay censite è maggiore al Nord e diminuisce man mano che si scende verso Sud, con un picco di 3.133 coppie nel Nord-Ovest che precipita fino ad appena 386 nelle Isole.

“E’ difficile interpretare questo dato – continua Sabbadini -, perché è possibile sia che ci siano più coppie gay conviventi al Nord che non al Sud, sia che coloro che vivono nelle regioni settentrionali incontrino meno difficoltà nel dichiararsi rispetto a quelle del Sud”. “Il censimento non è lo strumento più adeguato a fotografare fenomeni del genere – spiega la direttrice dell’ISTAT – proprio perché percepito come ufficiale. Le stesse difficoltà si riscontrarono negli anni ’80 quando si iniziarono a censire le coppie eterosessuali conviventi. A quell’epoca si temeva la condanna sociale per una scelta di vita percepita ancora come atipica e per certi versi poco accettabile. Ed è anche quello che è successo nei paesi che hanno iniziato questo genere di indagine prima di noi”.

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“Sapevamo fin da subito, e lo abbiamo detto, che non sarebbe stato facile fotografare la situazione delle coppie omosessuali attraverso il censimento – dichiara ancora Sabbadini -. Stiamo studiando forme diverse che consentano di rilevare dati più vicini alla realtà del Paese”.

Il prossimo censimento, quindi, potrebbe fornire un dato più vicino alla realtà, a patto che nei prossimi anni si facciano dei reali passi avanti nell’affermazione dei diritti delle persone lgbtqi. “E’ chiaro che l’evoluzione della società è fondamentale – conclude Sabbadini – perché le persone pensino di potersi dichiarare durante un censimento senza che questo comporti delle conseguenze negative nella propria vita privata e pubblica. Nei paesi in cui le unioni tra persone dello stesso sesso sono legalizzate, tramite unioni civili o matrimonio, i dati sono meno inficiati dal timore dello stigma”.

di Caterina Coppola