“L’omosessualità non esiste”: così Di Tolve vuole “guarire” i gay

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Un giornalista si è infiltrato nel centro riparativo: "Non raccontate cosa ci diciamo qui"

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Un giornalista di Repubblica si è finto gay in cerca di “guarigione” e si è iscritto ad uno dei corsi per “tornare etero” organizzato dal Gruppo Lot di Luca di Tolve in un centro del bresciano: il centro di spiritualità Sant’Obizio. A leggere il racconto di Matteo Sacchetti (questo il nome di fantasia scelto da Matteo Pucciarelli per impersonare un gay in cerca di redenzione) emerge che sarebbe meglio parlare di conversione, più che di guarigione. Perché insieme a qualche presunto riferimento ad una psicologia che, in realtà, rifiuta ogni terapia riparativa (questa è la posizione ufficiale degli ordini degli psicologi e delle associazioni di professionisti di tutto il mondo) è tutto un proliferare di riti, messe, preghiere e benedizioni.

Matteo Sacchetti, dunque, viene ammesso al corso “Adamo ed Eva, dove siete?” grazie ad un documento modificato con Photoshop e una volta giunto al centro, inizia il suo percorso, insieme ad altre persone sul cui disagio gruppi come Lot hanno costruito la propria fortuna. Costo complessivo: 185 euro.

Insieme a Di Tolve, ci sono altri due leader (definizione ufficiale data a chi guida i corsi): un frate francescano, don Enrico e uno passionista, don Massimo, specializzato in esorcismi. Tutti raccontano di essere “ex gay”. Il corso dura cinque giorni, tra confessioni e messe e incontri pseudopsicologici dai titoli esemplificativi: “I meccanismi della confusione sessuale” o “Narcisismo e idolatria relazionale”, per citarne alcuni.

Matteo si ritrova in compagnia di altre dieci persone. Tra loro professionisti, ex attivisti dell’estrema destra e sentinelle in piedi (nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi su quale sia l’origine dell’omofobia, spesso), operai, persone che arrivano da tutta Italia attratte dal miraggio della “guarigione” da quello che malattia non è.

“Sarà dura – premette chi accoglie i corsisti – ma poi starete meglio” basta “lasciarsi aiutare dal Signore”. La prima messa inizia alle 7.45 ogni mattina, poi c’è la colazione. L’ultima attività della giornata termina alle 22.30. Poi si torna in camera per la notte.

Durante i seminari, le lezioni e gli incontri ai partecipanti viene spiegato che “l’omosessualità non esiste”. “Siete solo persone che hanno un problema” spiega lo stesso Di Tolve agli iscritti. Il disagio, secondo la filosofia del posto, non è dato dalla difficoltà di accettare la propria natura, ma dal non essere ancora risaliti alle sue cause. Quali sono? Per cominciare quelle che definiscono le “ferite della madre”, provocate, ad esempio, dal fatto di avere trascorso i primi giorni dopo la nascita in incubatrice, giorni in cui “hai perso l’affetto iniziale della mamma, e in quel dolore inconscio è germogliata l’omosessualità”. Oppure le “ferite del padre”, magari date da una figura paterna assente o da conflitti mai sanati che spingono a diventare gay per cercare “in altre figure maschili quell’antico sentimento non corrisposto”.

E insieme alle preghiere e agli inni alla salvezza nel Signore, non mancano i richiami a Satana e alle sue tentazioni. E ai media, “chiaramente in mano al Diavolo”.

Tra un seminario e un rito, Matteo chiede se davvero si possa guarire, terminato il corso. “La guarigione – gli rispondono – dipende da quanto si apre il nostro cuore a Gesù e da quanto si è disposti a sacrificare il proprio corpo alla volontà di Dio”. Tra le rigide regole da seguire, oltre alla puntualità, quella di non raccontare, una volta usciti, quello che succede e ci si dice dentro il centro. Chissà perché, deve rimanere tutto segreto…

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Nelle stanze, la sera, in due o in tre, i partecipanti più spigliati si lasciano andare in poche confidenze, mentre molti, i più timidi, racconta Pucciarelli, non parlano mai di sé e di come stanno. Ed è lì che emergono le cose che i leader, probabilmente, non vorrebbero si sapessero: le storie di chi, ad esempio, durante il corso si è innamorato (di una persona dello stesso sesso, naturalmente). Prima di lasciare Sant’Obizio, il rito conclusivo, una sorta di battesimo, e le raccomandazioni finali: ripristinare la mascolinità e la femminilità. “Ma Matteo Sacchetti – conclude Pucciarelli – non ce l’ha fatta: è scappato prima”.

Del centro di Di Tolve e delle sue “terapie” si parlerà questa sera ad AnnoUno, in una puntata intitolata “Figlio di gay?” e in cui è previsto anche un servizio sulle famiglie rainbow. Qui l’anteprima.

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