La Grande Gioia: Oscar a Sorrentino, la Degeneres presentatrice al top

Dopo 15 anni, l’Italia vince l’Oscar come miglior film straniero per La Grande Bellezza. Cerimonia spassosa con un’Ellen Degeneres in formissima. Miglior film 12 anni schiavo, sette Oscar a Gravity.

Sono le 3.51 in Italia quando il bellissimo Ewan McGregor dice le tre parole magiche: “The Great Beauty!”. È Oscar. Quindici anni dopo “La vita è bella”, vent’anni dopo l’umiliazione culturale berlusconiana, trionfa al cinema proprio un film che riesce a raccontare il vuoto smarrimento anche sociale imposto dal Drago Silvio con un esemplare equilibrio di messa in scena magistrale, fotografia sublime di un altro Big, ossia Luca Bigazzi, e scenografie sontuose, soprattutto naturali: l’immortale bellezza assonnata della Città Eterna.

È la festa, ovunque. Ancora più riuscita perché l’86esima cerimonia degli Academy Award è la più spassosa, rapida, simpatica serata degli Oscar dell’ultimo decennio: il merito è soprattutto della presentatrice Ellen Degeneres, signora DeRossi (sua moglie), al top della forma, scatenata cappellaia matta che trova un’idea dietro l’altra e fa sganasciare il pubblico, da quel mega-selfie con accumulo di star (ha mandato in tilt Twitter!) alla battuta destinata a Jennifer Lawrence in odore di caduta come l’anno scorso: “Se vinci il secondo Oscar, stai seduta: te lo portiamo noi!”.

Premi prevedibili ma giusti: miglior film è l’onesto “12 anni schiavo” di Steve McQueen che si aggiudica anche la migliore sceneggiatura non originale e l’attrice non protagonista (Lupita Nyong’o) ma il vincitore morale è il tecno-3D “Gravity” di Alfonso Cuaron che gli soffia meritatamente la regia e sbanca le categorie tecniche: montaggio, fotografia, colonna sonora originale, effetti visivi, sonoro e sound mixing. Sette Oscar in tutto. Attori Matthew McConaughey e Jared Leto per “Dallas Buyers Club” (premiato anche per il trucco e parrucco), come da copione: il primo batte l’eterno secondo Leo DiCaprio – “The Wolf of Wall Street” resta a secco come “American Hustle” e l’elegantissimo Leto alias la memorabile trans Rayon dedica il premio a tutti i sognatori e ai malati di Aids che hanno affrontato la malattia coraggiosamente. Per quanto riguarda le donne (biologiche), una stellare Cate Blanchett in Armani ha vinto a mani basse per “Blue Jasmine” sferzando i colleghi: “Sedetevi, siete troppo vecchi per stare in piedi!”.

La sceneggiatura originale è andata, in effetti, al film più originale, l’intenso “Her” di Spike Jonze in cui Joaquin Phoenix si innamora di un sistema operativo, una sorta di Siri iperevoluto, con la voce sensuale di Scarlett Johansson (esclusa dalle nominations perché non appare mai sullo schermo).

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Al sontuoso ma freddo “Il Grande Gatsby” vanno costumi e scenografie mentre il miglior film d’animazione è “Frozen” che vince anche per la migliore canzone, “Let It Go”, firmata da Robert Lopez e Kristen Anderson-Lopez.

Dal punto di vista queer segnaliamo anche una magica Bette Midler che ha eseguito “Wind Beneath My Wings”, hit vintage dell’88, un commovente memorandum dei defunti (Philip Seymour Hoffman, Paul Walker, Ruth Prawer Jhabvala) nonché il fiabesco “Somewhere Over The Rainbow” con tanto di apparizione della Degeneres travestita da Fata di West Hollywood, si direbbe.

Molto più glbt oriented degli Oscar sono comunque stati i César francesi, assegnati venerdì sera al Théâtre du Châtelet di Parigi: ha trionfato “Tutto sua madre” di Guillaume Gallienne (miglior film, opera prima, attore, sceneggiatura e montaggio) mentre la rivelazione Pierre Deladonchamps ha vinto il César come miglior speranza maschile per il notevole thriller nudista gay “Lo sconosciuto del lago” mentre ad Adèle Exarchopoulos per “La vie d’Adèle” va quello per la migliore speranza femminile (ma il capolavoro di Kechiche è stato il vero sconfitto della serata, rifattosi poi agli Independent Spirit Awards). In definitiva è stato comunque il cinema queer a vincere, con tanto di gag en travesti di un attore che tenta di irrompere nel teatro vestito da donna: “Ma è l’abito di Gallienne!”. Risate tra il pubblico.

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La grande joie.