LA NUOVA ARCIGAY RIPARTE DAL MATRIMONIO

Il neo presidente dell’associazione Aurelio Mancuso spiega il rilancio: Pride e matrimonio gay.

«Distanti e distinti dalla politica è stato il motto di questo congresso ed è da qui che bisogna ripartire». Con queste parole Aurelio Mancuso inaugura la sua presidenza di Arcigay iniziata con l’elezione durante gli stati generali dell’associazione, lo scorso week end a Milano. Una presidenza all’insegna della nuova autonomia di Arcigay che deve configurarsi «come un soggetto politico-sindacale libero da vincoli di appartenenza e alla pari rispetto ai partiti. Del resto i nostri numeri non hanno niente da invidiare a una serie di formazioni rappresentate in parlamento».

Il day after il fallimento della Giornata del Coraggio Laico e il successo del Family Day, Mancuso ha le idee ben chiare su quali sono le priorità di Arcigay a partire da oggi. «Fino a ieri ci siamo affidati alla ragionevolezza, avanzando una proposta civile e umana come quella delle unioni civili. Oggi dobbiamo avere il coraggio di percorrere la strada della giustizia, chiedendo che anche l’Italia rimuova il divieto per gay e lesbiche di sposarsi con la persona che amano. Innanzitutto bisogna costruire alleanze forti in vista del Pride del 16 giugno prossimo – dichiara Mancuso – non solo tra le associazioni GLBT, ma anche con il popolo laico di questo paese che adesso ha le nostre stesse esigenze. Saremo a Piazza San Giovanni per dare un senso di fiducia a tutti i laici dopo questo carosello di integralismo conservatore e clericale, cavalcato dalla destra italiana e in cui la sinistra è caduta con tutte le scarpe».La laicità, quindi, come premessa del Pride, per portare in piazza l’altra Italia, quella che non vuole tornare al modello di famiglia patriarcale «gay o non gay, in piazza il 16 deve scendere il popolo progressista».l’Italia deve rimuovere il divieto per gay e lesbiche di sposarsi con la persona che amano

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Mancuso si riferisce chiaramente a quell’Italia laica che sabato ha disertato piazza Navona. «Una manifestazione generosa e coraggiosa – dice il neo presidente – ma figlia di una non volontà, a sinistra, di apparire come netta contrapposizione alle posizioni del Family Day. Una prudenza certamente dettata dai mutamenti che si stanno consumando in quella parte politica, ma che fa sì che i partiti non vedano l’emergenza che è in atto e che non può attendere un anno prima che si riassesti la scena politica per essere risolta. L’appello alla mobilitazione va rivolto, adesso, a tutto il popolo della sinistra».

Dopo il Pride si torna a pensare ad Arcigay, alla sua organizzazione e al suo futuro. «Bisogna che l’associazione cresca come soggetto sociale di rivendicazione, che passi dall’essere avanguardia a diventare popolare – dice ancora Mancuso – . Certamente il movimento GLBT ha fatto passi da gigante da quando nel 1994 al primo Pride italiano c’erano solo 5000 persone. Ma non basta: per contrastare quest’ondata di omofobia e di arretratezza c’è bisogno di visibilità».

Il programma è certamente ambizioso e la svolta potrebbe essere radicale. «L’urgenza che sentiamo adesso è quella di lavorare sul territorio – conclude il neo presidente – .

Bisogna coinvolgere le persone che ancora non sono attive attraverso i nostri canali ricreativi e culturali. Per me da oggi Arcigay è solo la base e la dirigenza non deve fare altro che portare avanti e rendere visibili le sue istanze. Per questo rivolgo un appello al popolo GLBT: invadete le nostre sedi e i nostri siti, dobbiamo diventare sempre più visibili».

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di Caterina Coppola